Storia Antica

Nel cerchio luminoso

Domare la realtà con la poesia, circoscriverla entro il cerchio luminoso della propria visione : la funzione della poesia in Emily Dickinson

(…) “la Dickinson è l’erede di quei puritani del Seicento la cui spiritualità molti continuano a confondere
con il moralismo dei vittoriani. Più attenta e fedele alle ragioni del proprio cuore – il metònimo biblico dell’interiorità dell’uomo (e delle donne!) – che alla dottrina della chiesa congregazionalista cui apparteneva la famiglia, la Dickinson non fu un’eretica ma uno spirito indisciplinato. E questo non nel senso banale del termine (di trasgredire son buoni tutti !) ma per il modo in cui il suo eccezionale ed eccentrico talento ebbe – lei viva – quasi soltanto rispondenza in un colloquio con quel punto luminoso del nostro animo che – lo aveva appreso dalla lettura dei Saggi di R. W. Emerson – fa propriamente parte del divino.
Ma poiché è la Bibbia il veicolo spirituale più importante nella sua opera, nel caso della Dickinson non si può parlare di contatto diretto tra l’umano e il divino – tra spirito e Spirito – come nel caso dei trascendentalisti o di WaltWhitman. Si è tuttavia scritto, e non a torto, che nella visione della Dickinson la dottrina calvinista della grazia può essere esclusiva al punto di concepire una chiesa degli eletti composta da una sola persona. La Dickinson non è importante perché abbia precorso i tempi con una propria rivelazione ma perché il suo stile sghembo e sincopato –il tono ieratico e domestico, allo stesso tempo – corrispondono a un “trobar clus” che, nel Novecento (il secolo a cui
propriamente appartiene) non sarebbe stato visto come una semplice convenzione artistica. La folgorante oscurità delle sue immagini – e non è, questa, una contraddizione in termini – porta il sigillo dell’intuizione cosmica: ha il potere ipnotico degli
enigmi, spesso più rassicuranti di qualsiasi spiegazione o giudizio. Ma la mente virile della Dickinson – che è meno simile a quella di una maîtresse artiste, con relative vanità e vaneggiamenti, di quanto non sia invece affine all’intelletto di un ricercatore scientifico – non opera all’interno di una personalità seduttiva. Non dà mai l’impressione di “voler piacere”. (1)

Quando su un sito vidi una tavola che trasformava Emily Dickinson in un fumetto, ne fui offesa, come se lo sgarbo fosse stato fatto a me. Fu uno spunto per avviare una piccola riflessione su di lei. Quella buffa caricatura la riduceva a piccola donna di provincia, a sfortunata zitella da feuilleton, cancellando così l’aura sacrale della sua poesia. 
La natura ieratica ed anche sfuggente di lei qui è oggetto di profanazioni buffe: la Dickinson è ridotta a caricatura, rinchiusa nelle vignette come sotto una teca di vetro, un esserino che abita una casa di bambole…poi ho pensato che le vignette possedevano una loro funzione, che avevano forse inconsapevolmente colto la natura “riducente” del suo ritiro, l’ostinata volontà di non lasciare la casa, di vivere l’esterno attraverso un vetro.
Ma il personaggio-Emily deformato dalla china non può che proferire parole serie: “Sola finalmente” e “Una stanza tutta per sè”, segno dell’irriducibilità della sua voce che neanche dopo morta si presta a facili concessioni e distorsioni ironiche. 
L’immagine della figurina rinchiusa in una teca a due piani esemplifica bene il ritiro dal mondo, volontario, sentito e cercato non senza una certa caparbietà e carattere: aggettivi questi, che quasi nessuno attribuirebbe a lei. 
Eppure al di là della spuma irrequieta dei giorni, la Dickinson possiede un fondo irremovibile: ottiene una stanza tutta per sè, il privilegio del celibato, la sollevazione da qualsiasi compito che non sia la dedizione quasi monacale a nient’altro che non sia lo scrivere. A volte compaiono oltre la finestra, dietro la porta, nella sala da pranzo, presenze estranee; l’urto con l’estraneo le sbriciola quel mondo sospeso, quella bolla perfetta da lei circoscritta dentro cui riesce ad afferrare le parole; il suo corpo diventa incandescente alla vista del mondo, il cicaleccio continuo di immagini e persone la frastorna. 
Varcare la soglia di casa le è penoso, è stordita da troppa luce e punta in ogni centimetro della sua carne, rischia di perdere l’equilibrio; ma a sorpresa riesce ad infilzare le figure del mondo con il suo ferreo inappuntabile raziocinio, ripristinando l’ordine e la bellezza. Rimette a posto lo scandalo vivente che per lei ha troppe ali, lo uccide con folgorante precisione, lo trascolora in un mondo metafisico, algido, distante. Può sembrare una difesa e probabilmente lo è, ma è proprio all’interno di queste intollerabili tensioni che si forma la sua poesia. L’esasperazione dei sensi e l’acuta intelligenza tracciano il suo cerchio, circoscrivono il suo spazio d’espressione.
Lei è una senza fronzoli. Nei suoi versi neanche l’ombra della vanità. Piuttosto uno sforzo continuo contro il conato dell’esistente, contro il giorno troppo assordante e caotico dove i suoi sensi si stravolgono e traducono uomini e cose in elettrica crepitante follia.
Ma l’avvicinarsi dell’altro non è solo lo schianto del suo cerchio,  pericolosa sospensione dalla concentrazione delle parole, con lei che rimette il caos al posto giusto, perchè l’altro è terrificante, terrorizzante; le sue mani bruciano, troppo vicine; le è venuto incontro troppo presto forse, e lei ci si deve abituare, solo nell’ombra fresca del dopo può consegnarli l’ossatura dei suoi versi, circoscriverlo, pensarlo. Il suo foglio bianco dove può riprendere i contorni corrotti e deformati dagli eventi non è solo il suo studio ma anche la sua casa, anche se la sua mente  a volte si ribella alla casa stessa che definisce “infestata”. La Dickinson calibrava i pesi, limava i suoi gioielli quando non si buttava a capofitto per riscattare piccoli fuochi ardenti che l’avevano fatta barcollare. Lei, che è capace di “guadare il dolore, stagni interi di dolore ma se la gioia la urta, inciampa” disordinatamente, ebbra di quel dolce liquore. Qui si rientra nello scontro-incontro con gli altri. Che il dolce liquore sia qualcuno incontrato al di là della sua stanza o che ha avuto l’ardire di bussare ai suoi vetri? Nei suoi scritti (e quindi in lei) esiste sempre questa attrazione-repulsione verso l’esterno. 
Da una parte c’è la natura in gran parte benevola, che Emily Dickinson attraversa con razionale ed incantata meraviglia: taglia in quattro “l’esperimento in verde” e poi permette allo stupore di salirle alle labbra, che a volte sono arse: Questi giorni febbricitanti, portarli fino ai boschi: These Fevered Days — to take them to the Forest – Where Waters cool around the mosses crawl – And shade is all that devastates the stillness – Seems it sometimes this would be all – per la Dickinson basta l’ombra soltanto a devastare la natura delle cose, la loro immobilità. Le basta a sciacquare via la febbre. Ma di quale febbre stiamo parlando? Se questa febbre è febbre d’amore contiene comunque qualcosa di eccessivo. Se questo rinchiudersi per troppo sentire sia un ipersensibilità al limite della malattia mentale non sappiamo dirlo. C’è in lei una costante disciplina che tiene in bilico cose che altrimenti cadrebbero, andrebbero distrutte. Sono il negativo della sua fragilità. “Date il balsamo ai giganti e quelli avizzirebbero come uomini: dategli l’Hymmalaia e lo sosterranno”. E’ così anche per lei? La disciplina ed il raziocinio per domare un animo troppo facilmente scosso e ardori nascosti? Da qui forse la sua pulsione razionale, implacabile di un pensare imbevuto di poesia e non viceversa. Ma c’è l’amore ardente e pudico,a volte sfacciatamente erotico. Circonferenza sposa del terrore / possedendo sarai posseduta / da ogni consacrato cavaliere / che ardisca desiderarti. E poi l’impossibilità di amare, o meglio, di essere amati. C’è qualcosa di difettoso in lei che forse viene registrato anche dagli altri. In un’altra poesia (I cannot live with You –  It would be Life –  And Life is over there –  Behind the Shelf ) paragona sè stessa a una tazza da te sbrecciata (crooked), che significa anche altre cose, che hanno che vedere con la morale e la corruzione. Forse la consapevolezza di una malattia cronica che è penetrata sotto pelle da tempo e che mai se ne andrà e che assume per questo una connotazione morale. Si è malati, quindi indegni. Ma anche e soprattutto una giustificazione, un quadro tracciato intorno e all’infuori di sè stessa un significato prima oscuro presentimento che una volta identificato non fa più male: lei è “crooked”, sbrecciata, in qualche modo moralmente guasta perchè non appartiene più al mondo, non può appartenervi. Lei ora sa’ fissare la Medusa senza pericolo. La poesia della tazza rotta che non occuperà mai più lo stesso posto dietro la vetrina della credenza accanto al suo compagno è una delle più struggenti che ho letto. Il compagno sarà al di là del vetro, irraggiungibile: non fa per lei. Non è per lei. Mai lo sarà. (2) La Dickinson “avrà sempre bisogno di domare categorie che per lei sono persecutorie come L’infinito, le  sue poesie sono volte a “ridurre queste entità metafisiche, in luoghi ristretti e rassicuranti, racchiuse nel loro “mitico ordine interno“. (3)

Non posso vivere con Te

Sarebbe Vita

E la vita è di là

Dietro lo Scaffale

Il Becchino ne tiene la chiave

Per riporre

La nostra Vita – la Sua Porcellana –

Come una Tazza

Scartata dalla Massaia

Antiquata – o Rotta –

Un Sèvres più nuovo piace –

Quelli vecchi s’incrinano –

Non potrei morire con Te

Perché Uno deve aspettare

Per chiudere l’Inerte Sguardo dell’Altro

– Tu – non potresti –

Ed io – Potrei star lì

E vederti – gelare –

Senza il mio Diritto al Gelo –

Privilegio della Morte?


Né potrei risorgere con Te

Perché il Tuo Volto

Scaccerebbe quello di Gesù –

Quella Nuova Grazia

Splenderebbe evidente – ed estranea

nei miei occhi nostalgici –

Tranne che Tu di Lui

Brillassi più vicino –


Come potrebbero giudicarci –

Perché Tu – servisti il Cielo – lo sai,

O cercasti di farlo –

Io non potei –


Poiché Tu saturavi il vedere –

E io non avevo più occhi

Per una sordida perfezione

Come il Paradiso

E fossi Tu perduto,

io lo sarei –

Anche se il mio nome

Risuonasse più forte

Nella fama Celeste –

E fossi Tu salvato –

E io – condannata ad essere dove Tu non sei –

Quell’essere – sarebbe l’Inferno per me

– Così Noi dobbiamo incontrarci da lontano –

Tu là – io qui – Con appena una Porta socchiusa

Affinché Oceani vi siano – e Preghiera

– E quel Bianco Nutrimento –

Disperazione.

(1). La mente virile di Emily Dickinson, di Luigi Sampietro, Il Sole 24 ore”, 28 Aprile 2013.

(2) Se Emily Dickinson diventa un fumetto, “L’Agonia degli Oggetti”, Anna Laura Morello “Videodromer”, 24 Aprile 2013

(3) Cercando Emily Dickinson, Alessandra Cenni

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