Blog, Lettere

Il Torturatore

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano.
Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
E’ di nuovo rannicchiato nell’angolo. Vuoti gli occhi, le mani come ghiaccio. I capelli appiccicati. La camera di tortura è stanca. Il sangue si disperde. I massi squadrati s’irrigidiscono. La nausea scorre attraverso le inferriate. Il silenzio prende alla gola. Il tempo si sveglia. I secondi avanzano a tentoni e le ore si addossano luna sull’altra. Il fuoco lambisce gli ultimi carboni.
La notte giace sulla città. Le stelle sono gialle. La luna è marrone. Le case serpeggiano sul terreno. Percorre una strada ed entra nell’osteria. Le fiaccole ardono nere. La gente fugge. Il vino è sangue vecchio. Qualcuno grida. Una sedia smossa in lontananza. Echeggia stridula un’oscenità. Una donna dalla pelle bianca. Su di lei è poggiata una mano. La porta si apre. Si fa silenzio. Uno straniero gli si siede accanto.
Guarda le mani dello straniero. Sono sottili. Le dita giocano con un bastone. Il pomo d’argento manda bagliori. Il volto è pallido. Abissi gli occhi. Le labbra si aprono. Lo straniero comincia a parlare.
Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato. Ho assaporato ogni piacere. Ma il mio piacere si è dissolto. E’ rimasta la nausea. Il tuo piacere è inesauribile. E’ eterno. Tu torturi. Sotto le tue mani l’illusione uomo si spezza. Rimane l’animale urlante. Il minimo tuo movimento crea paura infinita. Tu sei l’inizio e la fine. Ti faccio una proposta. Scambiamoci le parti. Avrai mia moglie. Il mio oro. La mia gioventù. Il mio potere. Fammi essere torturatore. Ritroviamoci fra due anni. Non lo dimenticare. Altrimenti rimarremo scambiati per sempre.
Le parole dello straniero gli martellano le orecchie. Cade un bicchiere. Il vino scorre sul tavolo. Schegge di vetro sul pavimento. Guarda il volto dello straniero. E’ bello. Il suo abito è ricco. Bacia le mani sottili. Sente se stesso ridere.
Entrano in una sala. Le ombre volano sulle pareti. Le finestre sono vuote. Pipistrelli pendono dal soffitto. Il pavimento è uno specchio. Il fuoco sacrificale arde azzurro nell’ara. Il fumo sale verticale. Porge le mani allo straniero. La luce si oscura. Le ombre si staccano dalle pareti. L’aria canta. I pipistrelli sul soffitto oscillano come piccole campane. Le finestre ruotano.
L’uomo che vede è il torturatore.
Una gigantesca figura informe. Ascessi aperti. Bagliori d’una smorfia putrida. Un rosso occhio sbarrato. La pupilla è un’ulcera. La bocca sbava. Fugge. Cammina per le strade. Il suo passo si fa più tranquillo. E’ deciso a non tornare mai più. Le mani sottili giocano col bastone. Sorge il sole. Le case s’illuminano. Il cielo è un vasto mare. La gente va al lavoro. Una ragazza gli sorride.
Entra in una casa. Le pareti sono bianche. I cani indietreggiano. I servitori s’inchinano. Bacia i bambini. Viene una donna. E’ tenera. Biondi i capelli. Piccolo il piede. Egli sorride. Lei lo abbraccia. Le accarezza il petto.
La notte riposa. Il giorno è lontano. La stanza respira regolarmente. L’oscurità è calda. Lei giace nuda. La sua pelle è una nuvola.
I giorni cambiano. I mesi si accumulano. Passa un anno.
Le strade sono vuote. Le mani giocano col bastone. L’argento manda bagliori. Il cielo grava sulla terra. Il terreno è bianco. La neve scricchiola. Cammina lungo un viale. C’è un ramo sulla neve. Un bambino strilla. Il ramo è come uno strumento di tortura.
Siede in poltrona. E’ buio. Beve. Il vino è sangue vecchio. L’oscurità penetra strisciando nei pori. Il silenzio è tormentoso. Il fuoco del camino avvampa rosso. Vicino, la bianca parete ha una crepa. Ne stacca a colpi l’intonaco col tacco dello stivale. Emergono massi squadrati. Si alza ed esce. Frusta i cani a morte.
L’ora si avvicina. Dà una festa. La sala è chiassosa. I tavoli si piegano. Le luci guizzano sui volti. Le donne hanno spalle tornite. Gli uomini ridono. Le ombre volano sulle pareti. Echeggia stridula un’oscenità. La bacia. Lei apre il vestito. Il vino scorre sul tavolo. Sangue che si disperde. Si alza di scatto.
Fugge. Corre per le strade. Le case sibilano. Le torri crescono nel cielo rapide come frecce. La strada s’inclina. Le case si addossano. Gli sbarrano la via. Si fa largo e si precipita nella sala. L’ara è spezzata. Le finestre lo fissano. Il pavimento è coperto di pipistrelli morti. Aspetta. Gli tremano le labbra. Il torturatore non viene. Torna indietro, di soppiatto. Il cielo è fredda ardesia.
Pallida la sua casa. La moglie dorme. Giace silenziosa. I suoi capelli sono come oro. Solleva la fiaccola. Il fuoco si riversa sulla carne bianca. Il letto è un banco di tortura. Qualcuno geme. Il sangue è rosso.
Siede. Tace. La luce è abbagliante. Gente passa davanti a una finestra. I giudici parlano. Si alza. I giudici pronunciano alcune parole.
Il corridoio scende sempre di più. E’ stretto. Il pavimento è di pietra. Massi squadrati le pareti.
Si apre una porta. L’ambiente è quadrangolare. Un fuoco gli guizza incontro.
L’aria è umida. Un’ombra si stacca dall’angolo. Dal fuoco si levano tenaglie.
L’ombra si avvicina. Grida. E’ il torturatore.
E’ incatenato al pavimento. La sua bocca urla. Il soffitto di pietra cade.
L’aria ottura i pori. I pesi sono globi terrestri che gemono. La camera di tortura è il mondo. Il mondo è un tormento. Il torturatore è dio. E’ lui che tortura.
Un uomo grida: Perché non sei venuto?
Dio ride: Perché dovrei ridiventare uomo.
Un uomo geme: Perché mi tormenti?
Dio ride: Non ho bisogno di un pretesto.
Un uomo muore.

di FRIEDRICH DÜRRENMATT

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Storia Antica

La Fame di Venere

1 Albio, non devi soffrire troppo al ricordo
della crudele Glicera, non devi intonare
elegie lamentose se uno più giovane
ti eclissa e la fa mancare alla sua parola.


5 Licoride dalla fronte sottile arde d’amore
per Ciro, Ciro invece inclina verso la ruvida
Foloe ma prima si accoppieranno i caprioli
ai lupi di Puglia che Foloe
si unisca a un amante brutto
.
10 Così vuole Venere, che con uno scherzo
crudele ama sottomettere a un giogo di bronzo
anime e corpi diversi.

E anche me, mentre un amore più nobile
mi voleva, mi strinse in dolci
15 catene la liberta Mirtale, più violenta
dell’Adriatico che forma i golfi pugliesi.

Venere cerco, come in un sogno; Venere supina, con le bianche carni accecanti le cosce ardenti; Venere che allunga le braccia verso di me le ascelle e il ventre ricoperti di brina, lei che non può aspettare e mi sprofonda in un mulinello di acque blu marine dove la luce filtra appena; alla mia età mi ispira ancora e ritorna fino a che il suo ricordo diventa profumo e poi presenza. Ricordo l’ultima volta ancora ricordo che era poco tempo fa che i fremiti mi attraversavano le ossa ma vale qualcosa ricordare le sue membra morbide e dolci, i pensieri sottili che si insinuano come tarli nel giorno, bianchi come l’avorio ed umidi, i suoi spruzzi di mare sugli scogli? vale la pena ricordarli? Da quella schiuma di sperma e conchiglie coi frutti frementi, io conservo il ricordo. Vorrei che mi abbracciasse ancora una volta restituendomi il mio antico vigore ancora cavalcare a pelo l’odore e il sudore della bestia, ritrovarsele sulle mani tra i capelli di lei. La dea che dispensa è anche quella che toglie..ma perchè lasciarmi con questa fame, condannarmi a un inverno in cui vivono i ricordi? Non sarebbe meglio, giunto ormai alla mia età avere il potere di cacciarli via come uccelli notturni dalla camera da letto? L’inverno dell’uomo è costellato da ricordi brucianti, da malanni distillati dall’anima che infettano il cuore; i memento vivi sono peggiori dei memento mori . Per inclinazione ci abituiamo all’inverno lentamente ci adattiamo a quel gelo e anche allo sfacelo del corpo sono cose che non costano molto alla fine e che soprattutto non fanno rumore: tutto cospira ad accettare la morte e anche le parole in quel giardino ovattato di qualche filosofo o scienziato leniscono e assecondano quel viaggio, preparandoci in silenzio senza schiamazzi. Ma ecco che invece del chiarore mitigato della sera spuntano contrafforti, immagini dai colori accesi e urla violente, tentacoli che stringono e che non esistono più da quaranta, trent’anni, che dovrebbero essere diventate sabbia, tornano a ferire il giorno con una luce forte, bordata di bianco, che tutto illumina come un’aureola. E’ il colore della giovinezza, i suoi ricordi trasportati dal calore bianco, tornano sempre; a volte si limitano a sventolare la loro opportunità mancata . Ma perchè e cosa sono questi ricordi che sono agitati osceni davanti che mi feriscono gli occhi? Vogliono ricordare ancora una volta cosa significava vivere quella felicità piena in un corpo pieno di vigore, dispensatore di sussulti. Sono come presentimenti alla rovescia, vogliono imprimere una svolta dal passato. Vogliono forse insegnarci qualcosa? Forse che sto sbagliando tutto e che non si deve morire da morti?

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. “Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato”. l’amicizia è definita dalla costanza della relazione e dallo scambio comunicativo, mentre l’amore è una passione bassa, passeggera, volubile e contingente. Venere è una dea incostante e insaziabile. Non si fa problemi ad abbandonare il marito per conservarne l’intensità. La sua fame non può essere soddisfatta, “sopravvive anche quando si è sazi” e “sconfina di continuo” (1)

La natura dovrebbe contentarsi di aver reso quest’età miserabile, non c’è alcun bisogno che la renda anche ridicola. Odio vederlo stizzirsi ed agitarsi per quel meschino vigore che lo riscalda tre volte a settimana, con una furia simile a quella dei giorni migliori. Che fuoco di paglia! (c) Mi sorprende che il suo ardore, vivo e scoppiettante, si spenga e si raffreddi all’improvviso. Il desiderio dovrebbe toccare solo il bel fiore degli anni. (b) Assecondate il vostro ardore instancabile, pieno, continuo e abbondante. Sappiate che vi abbandonerà sul più bello. Rivolgetelo senz’altro a qualche ragazza tenera, stordita e inesperta, che ancora tremi e arrossisca di fronte alla verga. 

“Tu, Dea, governi da sola la natura,
e senza di te nulla approda alle divine rive della luce, 
nulla è lieto nè amabile” (1)

(…) Eros non mi ha licenziato da molto tempo. Conservo ancora il vivido ricordo della sua forza e del suo valore, riconosco i segni dell’antica fiamma  (2) 

La febbre lascia sempre un po’ di calore e di eccitazione. E questo calore non mi abbandona nell’inverno degli anni. (3) 

Per quanto mi sia appesantito e inaridito, avverto ancora qualche mite residuo dell’ardore passato

(…) La poesia ha una disposizione più amorosa dell’amore stesso. E una Venere viva, nuda e ansimante, non è bella quanto in questi versi di Virgilio:

Così la dea ha parlato, e poichè egli ha esitato, circondandolo con le braccia bianche lo riscalda in un lieve amplesso. La ben nota fiamma lo pervade d’un tratto, l’ardore consueto gli penetra le midolla e corre per le ossa frementi. Così, scaturita dal tuono corrusco, una striscia di fuoco guizzante brillando attraversa le nubi (…) Ciò detto, la stringe nell’atteso amplesso e in grembo alla sposa abbandona le membra a un placido sonno. (5) 

Tentato invano il fianco e gli inguini molli come il cuoio bagnato, che la sua mano invano ha provato a eccitare, abbandona il talamo innocuo  (6) 
Non è sufficiente che la volontà sia retta. La debolezza e l’impotenza possono rompere legittimamente un matrimonio:
Bisognava cercare da qualche altra parte un marito con maggior forza che fosse in grado di slacciare la cintura della sua verginità. (7)
Perchè no? A seconda della sua misura, un’intesa amorosa più licenziosa e attiva può venire a capo delle sue dolci necessità. (8)  

Ma non è forse indecente portare le nostre imperfezioni dove vogliamo piacere e lasciare dietro di noi stima e un buon ricordo? Per quelle che sono le mie attuali necessità, io sono capace soltanto di un unico assalto. (9) 
Non vorrei importunare qualcuno che dovrei, piuttosto, rispettare e temere
Chi ha superato i cinquant’anni non fa più paura (10) 
Come avorio indiano intinto di porpora sanguigna, o come un giglio bianco che, fra le rose, faccia risaltare il loro colore vivo (11) 

Chi può aspettare il giorno successivo e vedere senza vergogna il disprezzo di quegli occhi consapevoli della sua spossatezza e impotenza,
I suoi sguardi erano carichi di scherno, non disse neanche una parola (12) 
costui non ha mai avuto la soddisfazione e la fierezza di aver reso quegli stessi occhi pesti e appannati in una notte operosa e attiva. Quando ho visto che qualcuna si annoiava di me non ho pensato subito alla sua leggerezza. Mi è venuto invece in mente di prendermela con la natura. La quale, non c’è dubbio, mi ha trattato da incivile e ingiustamente,

Se il mio membro non è abbastanza lungo e grosso: le matrone disprezzano giustamente un membro piccolo (13) 

Michele de Montaigne, La Fame di Venere, 1588

 
1  (Plutarco)
2 (Virgilio)
3 (Jean Second)
4 (Giovenale, Satire)
5 (Virgilio, Eneide)
6 (Marziale)
7 (Catullo)
8 (Virgilio)
9 (Orazio)
10 (Orazio)

11 (Virgilio, Eneide)

12 (Ovidio, Amores)

13 (Priapea)

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Storia Antica

Wislawa Szymborska e gli incontri fulminanti. Per una narrativa fuori dai soliti sentieri

Ringraziamento

Amore a prima vista
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

da “Vista con granello di sabbia”

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare

capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro

se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

RISVOLTO
Nei lontani anni Sessanta W. Szymborska, incuriosita dal divario fra l’attenzione che i recensori riservano ai libri ‘nobili’ (narrativa, saggistica storico-politica, classici), destinati tuttavia a restare in buona parte sugli scaffali delle librerie, e il vasto successo riscosso da libri di tutt’altro genere (quelli di banale divulgazione scientifica, manuali del fai da te, almanacchi), decise che valeva la pena di dedicare proprio a questi ultimi qualche considerazione. Non da critico professionista, certo, ma da amateur, usando il libro come pretesto per divagazioni in punta della sua caustica penna: «In ultima analisi mi sono resa conto di essere e voler restare una lettrice amatoriale, su cui non gravi l’imperativo di un’incessante valutazione. Per me, talvolta, il libro può costituire l’argomento centrale, talaltra solamente il pretesto per abbandonarmi a fuggevoli associazioni di idee».
Da allora questa eccentrica opera di scavo non si è mai interrotta, e continua a produrre anche nel nuovo secolo i suoi frutti sapidi di humour: da un malizioso commento sull’incontro tra Andersen e Dickens agli inconvenienti del vivere quotidiano a corte nella sfolgorante Polonia settecentesca; dalle improbe fatiche cui medium e occultisti devono sobbarcarsi in privato per esercitare al meglio le loro arti alle insospettate possibilità espressive dell’alfabeto cinese; dall’esilarante cronaca di una serie di non-incontri con Czesław Miłosz al ritratto ammirato di Alfred Hitchcock – un personaggio che, per il gusto dei particolari con alone di suspense e le chiuse fulminanti, in fondo le assomiglia. (dalla presentazione del libro)

Maria Wisława Anna Szymborska è stata una poetessa polacca. Premiata con il Nobel per la letteratura nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni e una delle poetesse più amate dal pubblico di tutto il mondo. Fonte Wikipedia

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Storia Antica

Sotto i cieli della Follia

Camillo Sbarbaro incontra Dino Campana

L’ Incontro tra Sbarbaro e Campana


…Sghignazzava; muoveva le membra disordinatamente.
Un disagio nasceva intorno a lui come potesse di punto in bianco, sventatamente, cavar di tasca qualche cosa d’insanguinato.
Quella volta s’era tolto di seno per me i Canti Orfici , che si portava addosso come un certificato di nascita. Più tardi, m’era venuto incontro a Genova; senza darmi la mano; con una reticenza nel volto soffuso di rossore…I miei lo sopportavano appena, per via dei pidocchi.
La sera, un virgineo pudore lo pigliava dei suoi indumenti…L’ospitalità gli fu subito di peso. Al terzo giorno non volle più saperne. Testardo, lo guardai allontanarsi col suo passo di giramondo verso i carrugi di Sottoripa. Per tutto il viatico aveva in tasca Le foglie d’Erba. – Se lo riprese il malo vento che lo cacciava pel mondo.

Sedemmo a un tavolo d’osteria come tanti prima. Io non gli chiedevo parole: mi bastava, a conforto, stare con lui. Ma Dino era sempre stato eccessivo.
“Tu eri Sbarbaro…” m’osservò ironico. Alla supplica che i miei occhi gli mossero, sghignazzò. “E ora chi sei?”
“So…Taci..” volevo dirgli.
“Allora balli ancora sulla corda! Rossetto, lapis di nero…”
“Non ho altro” volevo dirgli.
Dino cacciò il pollice in bocca e si mise a fischiare: guardandomi.
“Oste!” concluse.
Oste! E il mio vino era poco e non ubbriacava.
Ma io non gli avevo chiesto parole; mi sarebbe bastato, a conforto, stare con lui…
Per non scorgere la beffa del suo viso, mandai gli occhi per piazza Sarzano. Allora alla bocca, naturalmente, a me? a lui? vennero le sue parole:
“A l’antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell’aria pura si prevede sotto il cielo il mare…”
Dino spallucciò: “Girandole! Delle girandole, fummo”: “L’aria pura è appena segnata da nubi leggere. L’aria è rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di più rosea estate…”
Nella musica i suoi occhi si ammalavano.
E, com’acqua che trabocca: “Io vidi dal ponte della nave – i colli di Spagna – svanire, nel verde – dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando – come una melodia…”
Io non volevo sopravvivermi.
“Partiamo” dissi insensatamente.
Le spalle di Dino ballarono nell’urto del riso. “Tu non sei regolo*” sghignazzò “e io sono giunto”
“Infatti! Manicomio di Castelpulci, reparto Incurabili.”

Camillo Sbarbaro, Sproloquio d’Estate – Trucioli (1920-1928)

*Personaggio dei Canti Orfici

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Blog, Lettere, Libertari

Terra di Russia, terra di Russia! io ti vedo: dalla mia incantevole, meravigliosa lontananza, io ti vedo. Tutto è povero in te, disordinato, inospitale; non rallegrano, non atterriscono lo sguardo gli arditi miracoli della natura, coronati dagli arditi miracoli dell’arte: le città con gli alti castelli dalle mille finestre, radicati sui dirupi; le pittoresche piante e edere radicate sulle case, fra lo scroscio e l’eterno vaporío delle cascate. Non si rovescia indietro la testa a guardare il sovrapporsi senza fine, nelle altezze, dei blocchi di pietra; non brillano attraverso gli oscuri archi gettati uno sull’altro, rivestiti di tralci di viti, d’edere e di milioni e milioni di rose selvatiche, non brillano in lontananza gli eterni profili dei monti radiosi, alzati agli argentei, limpidi cieli. Tutto è aperto, desolato e uniforme in te; come piccoli punti, come piccoli segni, visibili appena, spiccano tra le distese le piatte tue città: nulla che accarezzi o che affascini lo sguardo. Ma che inaccessibile, misteriosa forza è dunque questa che attira a te? Perché riecheggia e di continuo risuona all’orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l’ampiezza tua, da mare a mare la tua canzone? Che c’è in essa, in codesta canzone? Che cosa chiama così, e singhiozza e afferra il cuore? Che suoni son questi che morbosamente si insinuano e penetrano nell’anima, e s’attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia! che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste fra noi? Che hai da guardarmi così, e perché tutto quello che c’è in te si rivolge a me con quest’occhi pieni di aspettazione?… E ancora pieno di stupore, rimango immoto, e già sul capo ho l’ombra di una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce dinanzi alla tua vastità. Forse qui, forse in te sorgerà uno sconfinato pensiero, giacché tu stessa sei senza fine? Non potrebbe qui aver l’avvento un eroe gigante, giacché c’è spazio abbastanza perché si sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastità, riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d’una potenza arcana s’illuminano i miei occhi… Oh, sfolgorante, fascinosa, ignota al mondo sconfinatezza! Terra di Russia!…

– Bada, bada, imbecille! – gridò Čìčikov a Selifàn.

– Io ti piglio a sciabolate! – gridò, sopravvenendo al galoppo, un feld-jäger1 con certi baffi lunghi una spanna. – Non vedi, che un demonio ti strappi l’anima, che questa è una vettura del Governo? – E, come un miraggio, dileguò la trojka2 fra il rimbombo e la polvere.

Che forza strana, e ammaliante, e trascinante, e piena d’incantesimo in questa parola: viaggio! E com’è pieno d’incantesimo esso stesso, codesto viaggiare! […]

E Čìčikov non faceva che sorridere, scivolando via sul suo cuscino di cuoio: giacché gli piaceva, la velocità.
Già poi a quale russo non piace, la velocità? Volete che proprio alla sua anima, che aspira alla vertigine, all’abbandono, a dirsi tratto tratto: «Vada tutto all’inferno!» proprio alla sua anima essa non piaccia? Non piaccia essa, in cui si fa sentire un che d’esaltante e di meraviglioso? È come se una potenza ignota ti prendesse sull’ala con sé, e tu voli, e tutto vola: volano le pietre miliari, ti volano incontro i mercanti sulle sponde delle loro carrette, vola ai due lati il bosco colle cupe parate degli alberi e dei pini, colla scure che batte e la cornacchia che gracchia; vola via la strada chissà dove in precipite lontananza; e un che di pauroso spira da questo rapido balenìo, in cui non fa in tempo a delinearsi l’oggetto che precipita via: solo il cielo sopra la testa, e le nubi leggere, e trasparente fra mezzo la luna, esse sole sembrano immobili. Ah, trojka, uccello-trojka! chi ti ha inventato? Proprio vero, soltanto fra un popolo pieno di vita tu potevi nascere, in quella terra che non ama far le cose per scherzo, e liscia liscia s’è allargata su mezzo mondo – e andate un po’ voi a contare le miglia, finché non vi sbarbagli la vista. E tu non sei davvero un complicato apparecchio da viaggio, non viti di ferro ti tengono insieme: ma in quattro e quattr’otto, con nient’altro che accetta e scalpello, t’ha congegnato e messo in sesto l’abile mužík di Jaroslàvl’. Non in teutonici stivaloni da scuderia è il guidatore: tanto di barbone e di guantone, e sa il diavolo su che sta seduto; ma si solleva appena, e brandisce la frusta, e intona una cantilena – e già i cavalli turbinano via, i raggi delle ruote si son fusi in un unico, levigato disco, trema la strada, e grida di spavento il viandante impietrito, mentre quella vola via, via , via!… E ormai si vede appena, in lontananza, qualche cosa che fa polvere e trapana l’aria.

Non così anche tu, Russia, come un’ardita insorpassabile trojka, voli via? Fuma sotto di te la strada, rimbombano i ponti, tutto si distanzia e rimane indietro. Si ferma, colpito dal divino prodigio, lo spettatore: è un fulmine forse, lanciato giù dal cielo? Che significa, questa terrificante corsa? E quale ignota forza è racchiusa in questi cavalli, ignoti al mondo? Ah, cavalli, cavalli… che cavalli siete voi! I turbini dimorano forse nelle vostre criniere? Un acuto orecchio vibra forse in ogni vostro nervo? Udita appena dall’alto la nota canzone, tutti all’unisono hanno proteso i petti di bronzo, e quasi senza toccare cogli zoccoli terra, non si disegnano più che in linee allungate, trasvolanti a mezz’aria, e divora lo spazio la trojka, tutta infusa dell’afflato di Dio!… Russia, dove mai voli tu? Rispondi.
Non risponde. Stupendo lo squillo si spande dalle sonagliere; rimbomba e si muta in vento l’aria squarciata; vola indietro tutto quanto è sulla terra, e schivandola si fanno in disparte e le dànno la strada gli altri popoli e le altre nazioni.
Da: le Anime Morte di di Nikolaj Gogol’
(traduzione di A. Villa, Einaudi 1994)

Le Anime Morte

Digressione
Storia Antica

Dioniso, l’oscuro

 “Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenanoa

Eraclito

XIR57188 The Head of the Elderly Silenus, Above which is a Silenus Mask, East Wall, Oecus 5, 60-50 BC (fresco) by Roman, (1st century BC) fresco Villa dei Misteri, Pompeii, Italy Giraudon out of copyright

Invoco Dioniso dagli alti clamori, che grida evoé, Protogono, dalla duplice natura,
generato tre volte, signore Bacchico,
selvaggio, indicibile, arcano, con due corna, due forme, coperto di edera, dall’aspetto di toro, marziale, Evio, santo, che mangia carne cruda, Trieterico,
che produce grappoli, dal manto di germogli.
Eubuleo, dai molti consigli, generato dalle unioni indicibili
di Zeus e Persefone, demone immortale;
ascolta, beato, la voce, spira dolce e irreprensibile
con cuore benigno, insieme alle nutrici dalla bella cintura.
a

Dïòniso dirò, della celebre Sèmele il figlio,
com’egli apparve presso la spiaggia del mare infecondo,
dove sporgeva il lido. D’un giovine pubere appena
assunte avea le forme: le chiome ondeggiavano, brune
cerule: sopra le spalle gagliarde, un purpurëo manto.
Ed ecco, d’improvviso, spuntar da una rapida nave,
sovressi i foschi flutti del mare, pirati tirreni.
Tristo destino qui li guidava. Lo videro, e cenno
fecero l’uno all’altro, balzarono súbito a terra,
e nella nave loro l’addussero, tutti festosi,
ché lo credettero figlio di qualche divino monarca.
E tosto in ceppi duri lo vollero stringer; ma i ceppi
non lo tenevano: i lacci, dai pie’, dalle mani, lontano
caddero al suolo; ed egli si pose a sedere; ed un riso
illuminava le azzurre pupille. E il pilota comprese.
«Amici, un Nume abbiamo predato; e volete legarlo?
Egli è pesante: il nostro naviglio non può contenerlo:
Giove, di certo, è costui, o Apollo dall’arco d’argento,
oppure, il Dio del mare: l’aspetto non ha d’un mortale:
somiglia ai Numi ch’ànno dimora nel cielo: su’ via.

sopra la negra terra lasciamolo libero, lungi
da lui le man’ tenete, ché, in ira salito, non debba
i venti contro noi suscitare, e la fiera procella».
     Disse; ma il capitano rispose con cruda rampogna:
“Amico, bada al vento, tu, bada a raccoglier gli attrezzi,
a tirar su la vela: ché a questo ci pensa la ciurma.
Sino in Egitto dovrà venire con noi, sino a Cipro,
agl’Iperborei, e magari più in là, dico io, sino a quando
detto non ci abbia i suoi genitori chi sono, e gli amici,
tutte le sue sostanze: ché a noi l’ha mandato un Celeste».
     E l’albero drizzò, tese allora la vela il pilota.
Colpí la brezza a mezzo la vela, si stesero i remi
tutti d’attorno. E, d’un tratto, si videro strani prodigi.
Prima, traverso il negro veloce naviglio, un vin dolce
fragrante, scaturí gorgogliando; e s’effuse un olezzo
ambrosio: sbigottiti rimasero tutti i nocchieri.
Súbito dopo, a sommo fiorí della vela una vigna,
stesa di qua, di là: ne pendevano grappoli fitti.
S’avvolticchiò tutta in giro su l’albero l’edera negra,
dove il corimbo fiorí, spuntarono bacche eleganti;
e tutti ebber ghirlande gli scalmi. Ciò visto, i nocchieri
dissero che il pilota facesse approdare di nuovo
la nave; ed ecco, dentro la nave, comparve da prora
un orrido leone, che truce ruggiva; e nel mezzo,
tutta villosa un’orsa, tremendo prodigio. E si rizza
sui pie’, bramosa; e sopra lo scalmo di prora, il leone
terribilmente guata. Balzarono a poppa, sgomenti,
tutti, vicino al nocchiero che aveva mostrato saggezza;
e se ne stavano li, sbigottiti. E il leone, d’un salto,
il capitano acciuffò. Quegli altri, d’un tratto, a schivare la mala sorte, tutti nel mare balzarono; e quivi
divennero delfini. Ma il Nume, pietà del pilota
ebbe, lo risparmiò, lo volle felice, e gli disse:
«Salute, o pio nocchiero! Tu sei prediletto al mio cuore.
Io dei tripudi sono l’amico, Dïòniso: madre
mi fu Semèle, figlia di Cadmo; e mio padre fu Giove».
 Salute, o della vaga Semèle figliuolo: oblioso
possibile non è ch’io mai dei tuoi riti divenga.b

Dioniso, l’Oscuro

La figura di Dioniso è rimasta avvolta nell’oscurità per millenni. La si credeva una divinità minore seppure coinvolta nei riti annuali di vita e morte al tempo della Grecia antica. Quando si cercava di penetrarne il mistero che i pochi intravedevano nei frammenti a lui dedicati, la sua figura, arricchendosi di valenze ed attributi non consoni all’idea che di lui era stata fatta, si ritirava ancora di più nell’ombra. Poco o nulla si sapeva dei misteri a lui dedicati e per molto tempo si aveva pensato a lui come un dio proveniente dall’Asia Minore e aggiunto all’Olimpo in epoca più tarda. Una divinità posticcia che non esprimeva valenze greche. L’anno chiavec della sua rinascita in ambito accademico è proprio il 1951 quando, oltre al Dionysos di Jeanmaire, viene pubblicato il lavoro più significativo di Eric R. Dodds, The Greeks and the Irrational : il volume era contenuto in appendix in un un saggio sul menadismo che per la prima volta proponeva un’interpretazione della mania dionisiaca attraverso la comparazione con culture e fenomeni moderni, insistendo soprattutto sulla dimensione “psicologica” del culto bacchico 4. I lavori di Dodds e Jeanmaire impressero un nuovo corso allo studio della figura di Dioniso, influenzando sensibilmente la critica dei decenni successivi. Si potrebbe forse aggiungere a questi due volumi il libro di Adrien Bruhl dedicato alla storia del Liber romano, pubblicato a Parigi, due anni più tardi, nel 1953, sebbene il suo approccio sia sicuramente più tradizionale . Tra il 1952 e il 1953, subito dopo la pubblicazione dei volumi di Jeanmaire e di Dodds, un altro studio fondamentale contribuì a ripensare la questione delle sue origini di Dioniso e del suo rapporto con la cultura greca. In quell’anno, infatti, Michael Ventris e John Chadwick proposero la loro teoria sull’origine greca della lineare B e qualche anno più tardi gli archeologi ritrovarono il nome di Dioniso su alcune tavolette micenee provenienti da Pilo: la scoperta portò a una decostruzione delle teorie sull’estraneità di Dioniso, poiché il dio non era stato successivamente importato da una terra straniera. Dioniso era in tutto e per tutto un dio greco. 1-11-12. (Si vedano Kerényi 1951 e Kerényi 1992. Sul Dioniso di Kerényi, si veda Pisi 2003, 196-204.5 ). Infine, non si può dimenticare il ruolo giocato nella storiografia degli anni Cinquanta e Sessanta dagli studi su Dioniso di Károly Kerényi: sebbene il volume ‘Dionysos’ sia stato pubblicato postumo nel 1976, e quindi dopo l’uscita della traduzione italiana del libro di Jeanmaire, lo studioso aveva già pubblicato nel 1951, a seguito di una conferenza svoltasi a Roma, un importante saggio sul sacrificio dionisiaco in cui anticipava alcuni degli elementi che sarebbero poi confluiti nella sua monografia dionisiaca, come la concezione di un culto del vino mediterraneo che poteva aver costituito un sostrato comune alla base del culto di Dioniso, dell’orfismo e del cristianesimo12

a. Inno Orfico a Dioniso b. Inno Omerico a Dioniso

c. Francesco Massa: Una nota sul Dionisiaco di Furio Jesi: inattuale e originale – A Comment on Furio Jesi’s Dionysian: Untimely and Original, https://doi.org/10.4000/mythos.843

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The mystery of the twice-born Dionysus

Il mistero di Dioniso nato due volte

Vaso con incisioni appartenenti al sistema “Lineare A”- Fonte: CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=848404

“Le tavolette della Lineare B di Pilo e di Cnosso ci hanno permesso di compilare una lista di dei e di dee che potevano essere paragonate con facilità a quelle che apparivano nel Pantheon Greco Classico. Solo una cosa ci è parsa allarmante: Ade, dio e padrone del Mondo Infero non è presente nella lista. I Micenei non avevano una escatologia? La magnificenza stessa delle loro tombe sembrerebbe contravvenire a questa domanda senza il bisogno di prendersi troppo disturbo, tuttavia guardando la lista degli dei presente nella lineare B osserviamo una traccia evidente di dee ctonie come le Erinni (E-ri-nu-we) e Persefone (Pe-re-se-wa)”d

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d. Mureddu, N. (2018); ‘A Dark Dionysus: The transformation of a Greek god between
the Bronze and Iron Age’
Rosetta 22: 90 – 111
http://www.rosetta.bham.ac.uk/issue22/Mureddu.pdf

L’assenza di Ade si completa con la presenza di un dio che per lungo tempo fu creduto di derivazione straniera e tardiva per i Greci: Dioniso. Nelle tavolette di Pilo Dioniso può essere identificato nella forma sillabica Di-wo-ni-so-jo.

Dato che i testi della Lineare B avevano registrato solo le offerte agli dei, senza fornire alcuna storia su di loro, la nostra conoscenza della sfera divina Micenea rimane limitata. Possiamo immaginare la funzione degli degli Dei BA solamente paragonandoli alle loro controparti più tarde sebbene non sempre coincidano.

Infatti, procedendo per paragoni, potremo vedere una società Micenea che adora un dio del vino e dello frenesia ma che ignora una divinità maschile del Mondo Infero, che è cosa un po’ difficile da credere. Forse la risposta a questo enigma può essere trovata nei culti misterici Orfici, dove compare un Dioniso più oscuro, lontano dall’immagine del giovane dio , figlio di Semele, nato da una coscia di Zeus dopo la morte della madre.

La connessione tra Dioniso e il poeta Orfeo non era nuova alle fonti antiche. Diodoro afferma che Dioniso, che durante i suoi pellegrinaggi raggiunta la Tracia, aveva insegnato i suoi misteri al re Tharops. Tharops aveva passato la dottrina al figlio Egro che fece lo stesso a sua volta con suo figlio. Il figlio di Egro era il poeta Orfeo. Si dice che la leggendaria vita di Orfeo, datata a un epoca pre-Omerica imbevuta di misticismo e di poesia, fosse stata dedicata a/in diversi ambiti filosofici.

Come era stato accennato da Platone5 e raccontato da molti altri fino ai tempi di Ovidio6, era entrato da vivo nel regno di Ade fino a raggiungere i troni di Plutone e Persefone. Uscì da vivo dal Mondo Infero ed i suoi scritti (scripta) solitamente sotto forma di Inni e formule concernenti le divinità ctonie, venivano ancora celebrati nel mondo arcaico7 come era stato postulato anche dai falsi testi Orfici che avevano cercato popolarità nel quinto secolo, provocando l’indignazione degli esperti.8 In altre parole egli era un’autorità nel campo della escatologia ed i suoi testi, se fossero considerati autentici, venivano probabilmente letti duranti i riti misterici di Dioniso ed imparati dagli iniziati per acquisire potere sulla morte e la felicità nel Mondo Infero. 9

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  1. Vedi Ventris, Chadwick 1959
  2. Ventris, Chadwick 1959: no. 316.
  3. Ventris, Chadwick 1959: no. 172.
  4. Diodoro Siculo, Library of History, III 65.6.
  5. Platone, Simposio, 179d.
Digital image courtesy of the Getty’s Open Content Program – Donna Greca che si ubriaca in casa
Digital image courtesy of the Getty’s Open Content Program – retro del vaso che mostra le suppellettili di casa

A parte questo, ciò che era solitamente collegato ad Orfeo e aveva acquisito il termine ‘Orfico’ era di solito una mitologia segreta/sotterranea dove i segreti di Dioniso venivano svelati, segreti importanti anche per l’umanità. Sconosciuto ai più il mito iniziatico di Dioniso aveva a che fare con una divinità diversa piuttosto che una variante della stessa.

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6. Ovidio, Metamorfosi, X. 7. Dei quali abbiamo oggi 87 frammenti che datano al 1 st/2 nd century CE, pubblicati come Inni Orfici 8. Platone, Meno, 81a. 9. Johnston 2007c: 177. 10.  Esiodo, Teogonia, 940 – 942; Inni Omerici a Dioniso, II 21. 11. Apollodoro, Library, III 4.3. 11. Compare with (cfr) the text in Kouremenos, Parassoglou, Tsantsanoglou 2006. 13. Nonno di Panopli, Dionisiache, VI

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Il che la dice lunga sulle streghe — dani58blog

Rodney Smith “Quando era una ragazzina, sua nonna le aveva dato quattro importanti consigli per guidare i suoi giovani passi sui sentieri imprevedibilmente tortuosi della vita. Eccoli: mai fidarsi di un cane con le sopracciglia arancioni; prendi sempre none e indirizzo del giovanotto; mai restare incastrata tra due specchi; e indossa sempre biancheria pulita tutti […]

Il che la dice lunga sulle streghe — dani58blog
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‘Laws of Stupidity’

“Non-stupid people always underestimate the damaging power of stupid individuals. In particular non-stupid people constantly forget that at all times and places and under any circumstances to deal and/or associate with stupid people always turns out to be a costly mistake.” – Carlo Maria Cipolla

In the 1970s, an economic historian called Carlo Maria Cipolla wrote a provocative article titled “The Basic Laws of Human Stupidity”. This week’s episode is about his theory of the destructiveness of stupid behaviour and why it is so underestimated and misunderstood. Show Notes: The Basic Laws Of Human Stupidity by Carlo M. Cipolla The Five Universal Laws Of Stupidity by Corrine Purtill  ”

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Storia Antica

Queens of Infamy: Anne Boleyn

Do either of the Annes do it for you? Or, god forbid, are you a fan of the insufferable Jane Fucking Seymour?

Personally, I’m Team Anne Boleyn. My reasons for this are multifold. As an Anne, I am naturally sympathetic to others of my name. I also can’t help rooting for an underdog, and if being beheaded because your crusty husband wants to marry Jane Fucking Seymour doesn’t make you an underdog, I don’t know what does. Finally, I respect a good hustle, and Anne’s hustle was iconic — my god, how she hustled! Even if you think Anne Boleyn was a king-seducing homewrecker extraordinaire, it’s impossible not to appreciate the sheer audacity of it all. But who was Anne Boleyn, exactly? The mythology surrounding her improbable rise and sensational fall is pretty well-known, yet most of the information we have access to was either written by haters or produced decades after her death (or both). It’s hard to know much about Anne as a person (as opposed to Anne, Destroyer of Marriages and Churches). We’re not even sure what year she was born — 1501 and 1507 are the two most likely candidates, with arguments hinging on a letter Anne wrote to her father in 1514. Historians have endlessly debated what age Anne was when she composed that neat, measured handwriting (in her second language, no less), and while I am absolutely not an expert, I will say that as the mother of a 7-year-old, I feel 97.5% sure that a child of that age did not write that letter. Then again, maybe my low penmanship expectations are the product of my plebeian public-school education.

Anne was writing to her father because her educational circumstances were about to change drastically. Initially, Thomas Boleyn had managed to secure a spot for his young daughter in the Burgundian court in the Netherlands. There, she was educated alongside several royal children, including Charles of Castile, the future Holy Roman Emperor Charles V. It’s unknown how Thomas, a diplomat whose closest personal tie to royalty was his wife, a descendant of Edward I, managed to winkle this incredible opportunity for his daughter; some historians speculate that it may have had to do with a gambling debt owed to him by Margaret of Austria, regent of the court where Anne was staying. Whatever the reason, it’s clear that the gift for aggressive upward social mobility was strong in the Boleyn blood.

Even if you think Anne Boleyn was a king-seducing homewrecker extraordinaire, it’s impossible not to appreciate the sheer audacity of it all.



Longreads

Anne Thériault | Longreads | May 2018 | 23 minutes (5,949 words)

From the notorious to the half-forgotten, Queens of Infamy, a Longreads series by Anne Thériault, focuses on badass world-historical women of centuries past.

* * *

Looking for a Queens of Infamy t-shirt or tote bag? Choose yours here.

Some people believe that the Myers-Briggs questionnaire is the ultimate way to classify personality types. Others think that the Enneagram is the way to go. Even more people set their stock in astrology, hoping that the fixed position of the stars at the time of a person’s birth will explain everything about them. I, however, think that you can tell everything you need to know about someone based on which wife of Henry VIII’s is their favorite. Do you prefer Catherine (or Catherine, or Catherine)? Do either of the Annes do it for you? Or, god forbid, are…

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Rio 1992, eu me lembro

Ricordi, sviluppi, sconfitte dal Summit della Terra di Rio de Janeiro

Sebastiao Salgado

Questi sono stati i secoli del predominio dei muscoli sulla mente, della imposizione sul dialogo. Perfino i principi universali che guidavano il comportamento della gente e che brillavano – tanto più oscura era la notte – nel firmamento delle idee, degli ideali e delle ideologie sono stati distrutti e sostituiti dagli avatar merceologici e militari. E così continuiamo, senza bussola nè sentiero.

Federico Mayor Zaragoza

‘In questa nuova epoca ancora da illuminare non ci sarà più un pugno di uomini ad ostentare il potere ma piuttosto, progressivamente, “noi, i popoli..”. Non un gruppo ristretto di uomini ma la gente, gli uomini e le donne. E oltre alla possibilità di capire che succede e di potersi esprimere avrà luogo il cambiamento più rilevante che stiamo vivendo : la donna, da sempre emarginata, apparirà in posizione prominente, e si comporterà secondo le sue facoltà intrinseche e non – come logicamente era stato fino ad ora – “mimetizzandosi con il potere maschile”. Il suo ruolo sarà, come mi aveva confidato il presidente Nelson Mandela a Pretoria nel 1996, “la pietra angolare della nuova era, perchè la donna esercita la forza solo in casi eccezionali, mentre solo in casi eccezionali l’uomo arriva a non esercitarla”.

Di conseguenza ci troviamo in un momento storico di grandissimo interesse e speranza ed allo stesso tempo viviamo frastornati da un potere mediatico che tramuta in spettatori la maggior parte degli esseri umani e che costituisce una colossale “arma di distrazione di massa”, per citare la felice espressione di Salvador Gallego. Sì, gli onnipotenti mercati non vogliono che, la maggior parte degli abitanti del pianeta, ora che finalmente possono, prendano le redini del destino comune. Tuttavia, consapevoli di trovarci di fronte a cambiamenti potenzialmente irreversibili,  come quelli che riguardano l’ambiente e la povertà estrema, sarebbe imperdonabile se non agissimo in tempo, lasciando in eredità alle generazioni future un pianeta distrutto, in condizioni tali da negare ogni dignità a quel mistero insondabile che è l’esistenza umana. Una vita degna è sia il preambolo che la premessa di tutti i diritti umani.

La Vida digna es el preambulo, la premisa de los derechos humanos”.

Federico Mayor Zaragoza

Bisogna dirlo. La conoscenza l’abbiamo. Ci mancano la saggezza ed il coraggio per applicarla. Il fanatismo è il nostro comune nemico. E’ imprescindibile conservare in qualsiasi momento quella coscienza che è compito d’ognuno,  in modo da esercitare una riflessione serena, una valutazione, agendo sempre in virtù del proprio giudizio e mai secondo i dettami imposti da qualcosa o da qualcuno. Oggi tutti noi  siamo al corrente di questo e non abbiamo scuse. Non potremo dire: “non lo sapevo”. Se non diventiamo protagonisti, allora saremo complici del peccato di lesa solidarietà.                     Credo sia importante ricordarsi sempre che nel preambolo del primo articolo della Dichiarazione dei Diritti Umani recita così: “Tutti i popoli delle Nazioni Unite”  – presto le ambizioni egemoniche della destra repubblicana cancelleranno i progetti di emancipazione dei cittadini come era successo alla Società delle Nazioni, che – con quale fugace idealismo! – il presidente Woodrow Wilson aveva introdotto alla fine della prima Guerra Mondiale, nel 1919. Ci troviamo agli albori del secolo e del millennio – sebbene i mercati si mostrino restii a riconoscerlo – in tempi nuovi nei quali, adesso sì, il potere del cittadino, tanto vasto quanto autonomo, avrà in mano le briglie del destino comune. In ciascun essere umano capace di creare risiede la nostra speranza.                                                                     E’ venuto il momento che ciascuno occupi il posto da protagonista che gli spetta, per arrivare alla fine a immaginare uno scenario dove uomini e donne, in piena uguaglianza e in pace, scardineranno le strutture ed i ruoli di quelli che detenevano il potere”. 1

Sebastao Salgado

Alla fine del XX secolo le Nazioni Unite convocarono una Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo Il Summit si tenne a Rio de Janeiro, Brasile dal 3 al 14 di Giugno del 1992.          L’obiettivo della conferenza fu quello di ottenere un equilibrio tra le necessità economiche, sociali e ambientali delle generazioni attuali e future; di gettare le basi per un associazionismo mondiale tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo; di incentivare la cooperazione tra i governi e i settori della società civile. Si è discusso, tra i tanti, di argomenti quali i modelli di produzione delle imprese e l’uso delle fonti alternative di energia. Dopo 12 giorni di riunioni, i 172 governi, inclusi i capi di Stato che assistevano alla conferenza, firmarono degli accordi economici e tecnici per finanziare lo sviluppo sostenibile, la trasmissione della tecnologia e l’eventuale creazione di nuove istituzioni ambientali internazionali.

Qui sotto una serie di interviste, tradotte in italiano, condotte nel tempo intercorso tra il Summit di Rio delle Nazioni Unite del 1992 e il ciclo di Conferenze di Rio+20 del 2012, fino alle ‘ultime battute’ di questi anni dove gli stessi protagonisti dei Rio 92, dopo trentanni, continuano a condurre le loro battaglie e danno sfogo alle loro ansie per un ineludibile e sempre più pressante cambiamento. Salveremo la Terra? Salveremo l’Amazzonia?                                                 Personalmente, andando a ritroso fino al Summit di Rio 92 mi sono resa conto che i principi e le convenzioni che erano state decise allora facevano parte di un quadro organico più ampio e definito, dove i diritti civili e la sostenibilità, scelte corporative e ambiente erano interconnessi. Da quasi ogni intervento, discorso o dichiarazione programmatica di allora appariva in filigrana una ‘visione’ generale, contraddistinta da chiari intenti umanistici che non erano semplicemente frutto di pensieri genericamente assolutori o perbenisti ma provenivano da un manifesto culturale di intenti ben definito, dove la povertà e i diritti degli indigeni non potevano essere esclusi da un patto di sostenibilità o da una lotta per la biodiversità, dal momento che i fili stretti che legavano e che legano tuttora le grandi industrie alle violazione dei diritti umani e ai processi di produzione di povertà e di impoverimento (delle persone, del suolo, degli oceani e degli ecosistemi) erano allora chiari ai più. Questo meccanismo di causa e effetto, un tempo chiaro, si è allentato per poi finire ‘fuori fuoco’ nella visione miope-sostenibile della contemporaneità che non prevede attriti con l’attuale sistema di produzione e che è soddisfatto dei piani di minima che gli vengono calati dall’alto senza colpo ferire. Sembra quasi che sia in atto un ‘piano di rassicurazione di massa’ per cui i consumatori si illudono, quando comprano un prodotto sostenibile, di avere un ruolo attivo nel cambiamento. Il problema è che se le cose cambiano o meglio non cambiano a questo ritmo, non ci sarà un pianeta vivibile per i nostri figli o nipoti. Quando compriamo in tutta buona fede un prodotto biologico o ecosostenibile, facciamo anche una buona azione oltre che consapevole, ma è un’azione che rimane isolata e frazionata e che non potrà risolvere il problema del cambiamento climatico o dell’inquinamento, con l’effetto di rimandarlo ad altre generazioni dopo di noi. In sintesi, la verità scomoda è che giriamo la faccia dall’altra parte. E’ per questo motivo che ho voluto dedicare questo articolo a Rio92 , per far affiorare ciò che di giusto c’era e c’è ancora in questa ‘vecchia’ visione, in questo manifesto di intenti che aveva chiaro che il problema non era solo la riconversione di un sistema basato sul petrolio a uno basato su energie rinnovabili, ma ciò che si trovava a monte di questa riconversione e che alla fine rendeva impossibile la riconversione stessa se non fosse stato messo in discussione un sistema basato sulla oppressione, sulla povertà e sullo sfruttamento . Ora noi vediamo questi due processi come slegati e non riusciamo più a distinguere l’interdipendenza tra questi ‘sistemi’, ma la verità è che le corporations e le grandi aziende continuano a violare i diritti delle persone e a sfruttare l’ambiente per poter ricavare maggiori profitti. Per la maggior parte della gente che aveva partecipato al Summit del ’92 questi erano meccanismi e realtà palesi. Ora L’Amazzonia è diventata il campo evidente dove si scontrano queste diverse logiche: da una parte  le grandi corporazioni, emanazioni dirette di una logica che è sempre la stessa, quella del Capitale, che non è cambiata di una virgola dal secolo scorso, e che lontano dal popolo dei consumatori che si illude nei supermercati illuminati che i suoi consumi siano innocui, brucia ettari di bosco, strappa via la foresta, avvelena la terra e uccide gli indigeni. Questa è la vera natura di queste imprese e delle imprese in generale. Le grandi industrie non sono cambiate, oggi più che mai le troviamo ancora sprofondate nelle vecchie logiche di sfruttamento e obliterazione del Novecento, che sono per gran parte logiche di morte. Il Capitale dal volto umano che abbiamo visto affermarsi nell’ultimo decennio, quello della ‘sostenibilità’ e del ‘rispetto per l’ambiente’ non ha, a parte qualche eccezione, fatto inversione di rotta. Se così fosse, ce ne saremo già accorti mentre i miliardi di poveri nel mondo che ne fanno le spese sono la garanzia, con la loro stessa esistenza, e i loro stessi consumi che questo sistema non cambi. Rileggere alcune interviste di Rio92 mi ha fatto pensare proprio a questo: perchè l’ambiente inizi a guarire bisogna anche sanare la povertà e le disuguaglianze, in Amazzonia per esempio i diritti degli indigeni e anche quelli delle donne. Il Bacino delle Amazzoni: in questo magnifico teatro declinato in verde si consumano senza posa queste dinamiche. Forse mai prima d’ora queste logiche sono state così chiare ed evidenti. Le connessioni tra sfruttamento delle persone e del suolo e la degenerazione ambientale sono dei tendini scoperti, nervature visibili che attraversano gli alberi e i fiumi, per arrivare alle città, smascherando i poteri forti che da Brasilia ordinano sfruttamento e morte.

Gli Accordi di Rio92:

Le Convenzioni:

  1. Convenzione sulla Biodiversità (1992)
  2. Convenzione Quadro delle Nazioni Unite
  3. sul Cambiamento Climatico (1992)
  4. Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta
  5. contro la Desertificazione e la Siccità (1994)
  6. La Carta della Terra.
  7. La Agenda XXI.

Le Dichiarazioni:

1. Le dichiarazioni di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo

2. Dichiarazione Dei Principi relativi alle Foreste

Vedi: Gli accordi di Rio

La foresta delle amazzoni dal Perù – immagine dal sito web dell’organizzazione COICA

‘Eu me lembro’, io ricordo.

Interviste a Claudio Maretti, Roberto Troya, Leonardo Boff ed Edwin Vasquez a vent’anni dal Vertice di Rio e oltre…

Rio de Janeiro – foto di Seyen Habib

Claudio Maretti

Geografo e geologo, leader di Iniziativa Amazzonia Viva del WWF

Come è stata la partecipazione dei paesi latino-americani? (A Rio92)

                                                                                       

aretti – L’impatto di Rio 92 è stato fortissimo in Brasile, ma anche in tutta l’America Latina e nel mondo. Io vivevo nel Guinea-Bissau e ne avvertii gli effetti in Africa, in Europa e in America Latina. Quando tornai in Brasile ebbi l’impressione che fossero stati fatti dei grossi passi in avanti, nella politica, nelle istituzioni e nello sviluppo della società, nelle questioni ambientali e nello sviluppo sostenibile. Le conseguenze di questa evoluzione, per esempio, sono state una attenzione significativa della politica del governo del Brasile nei confronti dell’Amazzonia, che sfociò, a  partire dalla decade degli anni novanta, in una estensione impressionante dell’area protetta e in una riduzione significativa della deforestazione. Sfortunatamente il Brasile, lungi dall’assumere la leadership mondiale di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, aveva conosciuto nel corso degli anni, a partire dal 2000 fino al 2010, un periodo di euforia per le possibilità di crescita economica e decise di dedicarsi esclusivamente a questo fronte, che era associato a una relativa distribuzione dei redditi, non rendendosi conto che questo poteva rappresentare  un falso sviluppo, e che certamente trascurare la  natura (gli ecosistemi, con i suoi prodotti e servizi, il “capitale naturale”) avrebbe rappresentato dei costi che la società brasiliana avrebbe pagato oggi e per sempre.

Tra le risoluzioni, c’è stata un’area in particolare in cui non si è riuscito a fare progressi?

Maretti – Dopo un inizio stimolante, specialmente in America latina, la Convenzione sulla Diversità Biologica incominciò ad essere fortemente criticata. La Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico invece, dopo un’uscita in sordina, ricevette più approvazione in Europa e nei paesi sviluppati anche se, in seguito al Protocollo di Kyoto, non riuscì più a coagulare decisioni concrete o applicabili. Forse il vuoto più vistoso nel periodo post Rio 92 è stata l’assenza di cambiamenti concreti nell’area economica. E’ ovvio che gli imprenditori del settore privato debbano sentirsi più coinvolti se devono essere introdotti i cambiamenti necessari, e alla società spetta il compito di farsi sentire perchè ciò accada.

OGGI….

Claudio Marietti, pH.D., è ricercatorea in geografia, consulente e vicepresidente della Commissione Mondiale delle Aree Protette della Unione Internazionale per la Conservazione dell’Ambiente (UICN) ed ex-presidente dell’Istituto Chico Mendes per la conservazione della Biodiversità, l’Istituzione nazionale brasiliana incaricata delle aree protette federali.

a. qui le sue pubblicazioni: https://www.researchgate.net/profile/Claudio-Maretti

Protesta delle donne Guaranì a Brasilia

(…) Negli ultimi tempi abbiamo assistito all’estrazione del petrolio in Colombia e in Ecuador e a molta occupazione irregolare in tutta l’Amazzonia a causa delle miniere d’oro, cosa che, nel caso della Colombia, ha generato contaminazioni rilevanti nei fiumi. Allo stesso tempo si sono acutizzate le dispute riguardo alla proprietà dei territori. Di recente abbiamo raggiunto traguardi rilevanti nel campo dei diritti civili per le comunità indigene, ma non siamo riusciti a costruire una bio-economia regionale in grado di prevenire il deterioramento degli ecosistemi.

Negli ultimi anni l’Amazzonia colombiana è stata contrassegnata dall’acaparramento dei territori. Che è successo in Brasile con Bolsonaro come presidente?

È andata molto peggio. Come dicevo, nelle ultime decadi c’era stato un cambio di percezione nei confronti dell’Amazzonia che includeva il cambiamento climatico, la biodiversità ed i diritti delle comunità indigene. Ci stavamo lasciando alle spalle la mentalità da colonizzatori europei che portava avanti il diritto di schiavizzare le comunità indigene. Nel caso del Brasile tutto incominciò con il mito della fondazione del paese che vedeva il suo territorio come inesauribile, infinito. E questo atteggiamento veniva dall’idea che era necessario intervenire sulla natura e “ripulire” la terra per farla tornare produttiva. Nel caso degli altri paesi dominarono l’attività mineraria ed il petrolio e, in particolare in Perù, Brasile e Colombia, lo sfruttamento del caucciù. Al principio del XX esimo secolo i progetti nel campo dell’agricoltura e dello sfruttamento del caucciù non ebbero molto successo. Fu a partire dalla metà del secolo scorso che incominciammo, nel caso del Brasile, con l’agricoltura, ed in altri paesi con l’estrazione del petrolio, attività che si rafforzò durante gli anni settanta.

Perchè non ci fermammo?

Foto di Rita Barreto

Durante la decade degli anni settanta si incominciò a dire che queste attività avrebbero portato conseguenze negative ed il ruolo delle comunità indigene in questi processi di denuncia fu molto importante. Negli anni ottanta, con le nuove costituzioni, furono concessi nuovi diritti alle comunità indigene e agli afrodiscendenti. Fu allora che incominciò un nuovo modello di occupazione che teneva conto degli impatti negativi dell’intervento umano, come la deforestazione causata dagli allevamenti intensivi e da altre attività. Nel periodo degli anni ottanta, dei novanta e nella prima decade del 2000 si fece più forte l’impatto delle comunità rimaste dei ‘caucheros’ (lavoratori e committenti dello sfruttamento del caucciù) e delle migrazioni in Amazzonia per altri impieghi irregolari.

Nel caso del Brasile ci fu un movimento molto forte per riconoscere i territori ‘tradizionali’, dove venivano esclusi gli indigeni e gli afrodiscendenti. Tuttavia, parallelamente, diversi paesi, tra i quali la Colombia, crearono aree protette e migliorarono il monitoraggio della deforestazione. Ad ogni modo, negli ultimi tempi abbiamo assistito a estrazioni di petrolio in Colombia e in Ecuador e a molta occupazione irregolare. Con Bolsonaro il messaggio è il seguente: tutte le attività produttive, anche se alcune si rivelano illegali, sono buone. Ma questo è tornare al secolo scorso. Quello che sta facendo il Ministero dell’Ambiente in Brasile è regolarizzare l’occupazione della terra, dicendo a chi la sfrutta: andate pure, noi vi appoggiamo. Questo ha comportato, proprio come ho detto sul quotidiano “El Tiempo” in un una intervista, all’aumento della regolarizzazione delle miniere artigianali illegali e a una diminuzione dei fondi destinati alla vigilanza ambientale. La deforestazione di questa zona è “fuori controllo”. Per questo ho accusato il presidente del Brasile di continuare ad affermare che le comunità indigene e le ONG sono le responsabili dei problemi ambientali dell’Amazzonia e di appoggiare gli accaparratori di terra e i padroni delle miniere illegali.

In che modo L’Amazzonia è stata interessata dal Cambiamento Climatico?

Con il cambiamento climatico i periodi secchi si stanno facendo più intensi e frequenti, e questo danneggia l’Amazzonia. A questo fattore bisogna aggiungere il deterioramento delle foreste causato dallo sfruttamento illegale del legno e dalla deforestazione per lo sfruttamento della terra per usi diversi. In sintesi abbiamo più anni in successione di siccità più pronunciata e più aree di foresta compromessa unite a un aumento della deforestazione; l’Amazzonia quindi è sempre più vulnerabile agli incendi. “La stiamo mettendo a rischio” – ha aggiunto.

16 novembre 2020

Roberto Troya

Avvocato e negoziatore Internazionale, Vicepresidente e Direttore regionale per l’America Latina ed i Caraibi per il WWF.

Quali sono state le eredità principali del Summit di Rio 92?

Troya – Io penso che la Conferenza di Rio abbia lasciato molte eredità, forse le più visibili sono quelle che riguardano gli strumenti approvati, che essendo giuridicamente vincolanti per i vari paesi sono diventati qualcosa i più di un semplice discorso. Le convenzioni per la Biodiversità ed il Cambiamento Climatico, I principi pertinenti alle Foreste, La Dichiarazione di Rio, la Agenda 21, il rapporto sul nostro futuro comune sono risultati tangibili e reali eredità del Summit (di Rio). Ci sono stati molti accordi che pur essendo importanti non erano solidi: per esempio, l’obiettivo del 0,7 % del prodotto Interno Lordo da impegnare in nuove risorse per tutti i paesi è uno di quelli che non sono stati raggiunti. Se è vero che, come tutti hanno visto, la Convenzione sulla Biodiversità è stata ratificata quasi in tempo record, nei paesi come gli Stati Uniti il Congresso non ha ratificato la Convenzione perchè è stata oggetto di pressioni fortissime da parte delle lobbies di alcune aziende private i cui interessi venivano direttamente danneggiati.

OGGI….

“Il WWF accoglie la prima relazione di questo tipo realizzata da più di 200 scienziati riguardante il bacino delle Amazzoni e che sprona chi deve prendere delle decisioni a emanare una moratoria di deforestazione con effetto immediato, onde evitare il ‘punto catastrofico di inflessione‘, che prevede che una parte significativa della foresta più grande del mondo si converta in una fonte di emissioni di carbonio permanente al posto della foresta pluviale.

Il Rapporto di Valutazione dell’Amazzonia da parte del Pannello Scientifico sull’Amazonia (SPA, acronimo in inglese) sollecita con urgenza al divieto del disboscamento delle foreste in tutto il sud dell’Amazzonia, comprendente 494 milioni di acri (2 milioni di chilometri) di foresta tropicale dal sud del Perù, della Bolivia, e a nord del Mato Grosso e al sud di Parà, stati del Brasile, fino all’Atlantico. Inoltre esige che l’attività di deforestazione e degradazione dei boschi raggiunga lo zero in tutta la regione prima del 2030. Questo richiederà soluzioni per fronteggiare gli incendi che hanno interessato le foreste amazzoniche negli ultimi anni, la protezione delle comunità indigene e lo sviluppo di un economia sostenibile.

Roberto Troya, Direttore Regionale per l’America Latina ed i Caraibi per il WWF., ha dichiarato: “Questo rapporto è una valutazione rigorosa dei pericoli in rapida avanzata in tutta la regione, particolarmente quelli che riguardano fatti nuovi ed allarmanti che riguardano la probabilità di un punto di inflessione imminente.”

L’Amazzonia è un territorio straordinariamente ricco ed insostituibile, tuttavia esiste il pericolo, che si sta facendo pressante, di perderlo se nelle prossime decadi non si fa qualcosa per interrompere la sua distruzione. Il rapporto, presentato nell’ultimo giorno della COP26, avverte che la regione si sta avvicinando a un potenziale punto di inflessione catastrofico dovuto alla deforestazione, al deterioramento agli incendi delle foreste e al cambiamento climatico. Le prove recenti che considerano questi effetti combinati suggeriscono che la soglia di inflessione potrebbe essere raggiunta tra il 20% e il 25% di tasso di deforestazione. Attualmente, il 17% delle foreste amazzoniche sono andate perdute e un 17% in più si sono deteriorate.

Il sistema della foresta Amazzonica è complesso e pertanto il futuro è difficile da prevedere con certezza. Tuttavia, le prove a supporto di un futuro contrassegnato da cicli di riduzione di pioggia, incendi e un aumento della mortalità degli alberi sono chiare. Raggiungere quel punto di inflessione potrà risultare in una perdita permanente della foresta umida tropicale con una sua trasformazione in un ecosistema secco e deteriorato con una minore copertura di alberi. Questo cambiamento repentino e potenzialmente irreversibile potrà sfociare in una liberazione di grandi quantità di carbonio nell’atmosfera, portando a un collasso repentino della biodiversità e a una perdita di ecosistemi umidi importanti, con alti costi per la società, che influenzeranno la somministrazione di acqua urbana, l’industria agroalimentare, i mezzi di sussistenza locali e la capacità da parte dell’umanità di frenare l’aumento delle temperature del pianeta.6

Leonardo Boff

Membro del Consiglio Centrale della Carta della Terra , teologo, filosofo,
Conferenziere e scrittore.

Lei che faceva quando si tenne il Summit di Rio 92? Si ricorda di qualche episodio particolare che aveva contraddistinto quella Conferenza?

L’evento in sè stesso era stato l’espressione di un tipo di pensiero e di una visione del mondo differenti, e di un rapporto con la Terra che non veniva considerata come un magazzino di risorse da sfruttare, ma piuttosto come una grande casa comune da accudire. C’era una mistica che ci univa l’uno all’altro nel nostro amore verso la Terra, nella riconciliazione al di là delle differenze. Sembrava quasi che stessimo forgiando un’altra umanità, rispettosa della natura e delle differenze e di ispirazione fraterna.

Per me è stato un momento difficile da dimenticare, dato che dopo un dibattito sulla religione e la pace dove si criticava duramente la religione di Abramo per la sua belligeranza, un cardinale spia del Vaticano, il cardinal Baggio, venne a cercarmi dicendomi: “Lei non ha imparato nulla dal “silenzio ossequioso”. Lei deve andarsene, non solo dal Brasile, ma dall’America Latina. Può scegliere tra Corea e Filippine, ma se ne deve andare. “Però in quei paesi potrò insegnare teologia e continuare a scrivere?” – gli chiesi. Al che lui mi rispose: “Dovrà rimanere in silenzio ossequioso in un convento”. Io gli risposi: “La prima volta ho accettato il silenzio come segno di umiltà, ed ha rappresentato per me una virtù. Ora, questo silenzio imposto è chiaramente ingiusto e rappresenta invece un peccato, e questo non lo posso accettare”. Lui replicò: “Lei ha fino a domani a mezzogiorno per prendere una decisione.” Io gli risposi: “Ho già deciso. Abbandono una trincea ma non la lotta. Mi autopromuovo allo status di Gesù, che non era sacerdote e tanto meno cardinale ma era un membro della tribù di David, dove non si diceva nulla sul sacerdozio”. Così se ne andò.

Qual’è la soluzione futura per l’Amazzonia, il Brasile e l’America Latina?

Questa domanda è troppo complessa per ricevere una risposta. Comunque io credo che non dovremmo riporre troppe speranze nei poteri pubblici e nei governi, dato che sono ostaggi delle grandi corporazioni del sistema capitalistico. Sono obbligati a seguire le loro logiche e cioè che il loro PIL cresca un pò ogni anno. Ora la terra non può più sopportare una logica del genere, e ha raggiunto i suoi limiti, che si stanno facendo concreti. Io spero che le soluzioni vengano dal basso, da parte degli indignati e dei disperati, di chi non accetta la condanna a morte delle loro vite e degli ecosistemi, dai movimenti che hanno creato un’altra visione della terra e da parte di quei processi di produzione del decoroso e sufficiente per noi tutti, per gli esseri umani e per tutta la comunità che ospita la vita. Io credo che il progetto di “vita sana” dei popoli andini custodisca la soluzione che sarà inderogabile per tutta l’umanità e che preserverà il pianeta. E questo implicherà cercare l’equilibrio in tutto, arrivare a un’economia del sufficiente e non dell’accumulo, a una comunione tra tutti gli esseri e attraverso le energie universali e spirituali, a una vita in comunione profonda con Pacha Mama, la Terra, la nostra unica Casa Comune, dato che non abbiamo un altra dimora possibile.

O faremo tutte queste cose oppure dovremo affrontare una lenta estinzione della nostra specie che sarà contrassegnata da una aggressione profonda alla biosfera che continuerà ma senza la nostra specie, la quale, per via della sua aggressività è riuscita ad inaugurare nientemeno che una nuova era geologica, l’antropocene, che vede l’essere umano come un’asteroide che minaccia di cadere sulla terra, in grado di autodistruggersi e danneggiare seriamente il pianeta vivente, la Terra. Tuttavia, dato che lo spirito risiede nell’universo e poi dentro di noi, chissà, forse tra milioni di anni potrebbe nascere un essere complesso in grado di reggere questo spirito e di inaugurare un altro tipo di civilizzazione, sicuramente migliore e più benefica della nostra.

OGGI….

19/08/2021:

“Per stabilizzare il clima a 1,5 gradi affermano gli scienziati, le emissioni dovranno essere abbassate alla metà (5-30 giga-tonnellate). In caso contrario, con la Terra in fiamme, conosceremo eventi estremi terrificanti.”

(Leonardo Boff): Sono dell’opinione che non bastano solamente la scienza e la tecnologia per diminuire i gas serra. E’ credere troppo nell’onnipotenza della scienza, che fino ad oggi non è riuscita ad affrontare il Covid-19. Urge un altro paradigma di relazione con l’Ambiente e la Terra che non sia distruttivo ma amichevole, in una sinergia sottile con i ritmi della natura. Questo costringerebbe a una trasformazione radicale del modo di produzione attuale, capitalista, che ancora va avanti con l’illusione che le risorse della Terra siano illimitate e che per questa ragione permettano un progetto di sviluppo illimitato. Papa Francesco nella sua enciclica ‘Laudato sì’, sulla cura della Casa Comune (2020) denuncia questa premessa come una ‘bugia’ (n.106): un pianeta limitato, a un livello avanzato di degradazione e sovrappopolato non può tollerare un progetto illimitato. Il Covid-19, nel suo significato più recondito, ci obbliga a mettere in marcia un processo di conversione paradigmatico. 5

Dall’articolo di Leonardo Boff: ‘Abbiamo tempo e saggezza sufficienti per evitare la catastrofe climatica?’

Edwin Vasquez

Leader Indigeno – coordinatore generale della COICA

“La Conferenza Rio+20 potrebbe diventare una opportunità storica per promuovere la sicurezza giuridica delle terre indigene e per incoraggiare l’applicazione di strumenti che rendano possibile lo sviluppo sostenibile. Decisioni di questa portata devono comportare la partecipazione dei popoli indigeni.” Queste le aspettative di Edwin Vasquez, coordinatore generale del Corpo Coordinatore delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia ( Coordinadora de Organizaciones Indígenas de la
Cuenca Amazónica, COICA
), [istituzione fondata a Lima il 14 marzo del 1984] che rappresenta più di due milioni e mezzo di persone distribuite in dieci milioni di chilometri quadrati nella selva amazzonica, in nove paesi del Sud America. Qui sotto l’intervista che ci ha gentilmente concesso in forma scritta.

Che faceva nel periodo in cui si tenne Rio 92? Si ricorda di alcuni avvenimenti che segnarono quella conferenza?

Io facevo parte della COICA, assieme al presidente dell’organizzazione in quel periodo, Evaristo Nunkuag, che nello spazio ufficiale aveva partecipato alla Summit della Terra di Rio 92 e che fu molto attivo nella presentazione delle proposte in relazione ad Agenda 21 e dei Principi delle Foreste. Nell’area non ufficiale, ho partecipato allo spazio indigeno mondiale denominato Karìoca.

Quali sono state le eredità principali di Rio 92?

L’eredità più grande è stata quella di inaugurare la nuova tendenza di un modello di sviluppo sostenibile che rispetti la natura, sebbene ciò sia avvenuto solo in teoria. Un modello di sviluppo sostenibile non fu mai applicato in realtà. Finora, hanno predominato gli interessi estrattivi e l’appropriazione delle risorse naturali di ogni genere. Nel caso dei popoli indigeni, i loro diritti territoriali sono stati ignorati, e ancor meno gli è stato garantito il diritto ad un previo e informato consenso.

Nella prospettiva dell’acceso dei cittadini (ndr. dell’Amazzonia) agli alimenti, all’acqua e all’energia, da che angolazione i governi e la società dovrebbero vedere la problematica ambientale? E quale sarà la soluzione per il futuro dell’Amazzonia, del Brasile e dell’America Latina?

La soluzione futura deve contemplare politiche di partecipazione totale ed effettiva dei popoli indigeni nelle decisioni politiche e normative e nella loro attuazione. E’ di fondamentale importanza adottare i principi giuridici alla natura, al rispetto delle foreste, da considerare come ecosistemi di attenuazione del cambiamento climatico in una prospettiva di apporto olistico e non solo per l’importanza che rivestono per l’immagazzinamento del carbonio.

(Intervista del 2012).

Sonia Guajajara, uno dei leaders della causa indígena più conosciuti .
Sonia proviene dalla Terra di Araribóia,
nello stato del Maranhão, uno dei più violenti del paese.

OGGI….

Oggi Edwin Vasquez è ancora a capo delle Organizzazioni Indigene del Bacino delle Amazzoni che interessa nove paesi: Perù, Guyana, Ecuador, Venezuela, Colombia, Bolivia, Brasile, Suriname, Guyana francese.

“Nelle foreste tropicali la nostra gente è sotto assedio” – Edwin Vasquez

Qui sotto parte del documento dell’organizzazione “COICA” del 2021 dal titolo

“COICA, 37 ANNI DI LOTTA PER LA FORESTA MADRE AMAZZONICA“, 7

Indigena del Popolo Guaranì

(..) Di fronte a questa realtà, noi, i popoli indigeni del bacino delle Amazzoni lanciamo il nostro grido che è il grido della foresta e affermiamo ancora una volta che l’Amazzonia, fonte di vita, ed i suoi popoli si trovano afflitti da una serie di “piaghe”:

  1. Dal Covid-19, che, assieme all’indolenza complice dei governi e delle precarie infrastrutture sanitarie dell’Amazzonia, continua a mietere vittime, portando via la vita a migliaia di fratelli e sorelle; tra queste Robinson Lòpez, difensore del territorio del bacino delle Amazzoni, che svolgeva la funzione di Coordinatore dell’Ambiente, del Cambiamento Climatico e della Biodiversità all’interno della COICA.

2. Dalle attività estrattive nel settore petrolifero, minerario e agro-industriale, dell’energia e delle mega- infrastrutture, che provocano inquinamento, deforestazione e incendi nei nostri territori, nonchè dall’assassinio dei difensori di madre natura, uomini e donne, con maggior impatto in Colombia, Brasile e Perù.

3. Dalla Crisi Climatica, che peggiora le alluvioni e provoca siccità e malattie nei nostri territori.

4. Dal razzismo e dalla discriminazione istituzionalizzate contro la nostra visione “cosmica” e dalle varie forme di vita che danno corpo e struttura alle disuguaglianze nella nostra società.

5. Dalla crisi dei sistemi politici che contribuiscono alla proliferazione di governi corrotti che minacciano la democrazia e la sovranità dei popoli.

Mentre Bolsonaro, il Presidente del Brasile, incolpa gli indigeni dell’Amazzonia per gli incendi e l’aumento dei contagi Covid, sotto minaccia di morte i leader indigeni continuano la loro battaglia. Almeno 182 indigeni furono assassinati l’anno scorso in Brasile. (fonte Swiss info.ch)

Paulo Paulino Guajajara, uno dei 130 uomini e donne del gruppo “Guardiani della Foresta”, assassinato dai trafficanti di terre e legname.
Aveva 26 anni.

(1) “Recuerdos para el porvenir”, Federico Mayor Zaragoza

(2) SÉRIERIO 92, PARA ONDE FOI?, RIO+20, PARA ONDE VAI?

(3) Intervista a Claudio Maretti , https://cods.uniandes.edu.co/estamos-dejando-morir-a-la-amazonia-claudio-maretti/

(4) Apuntes Juridicos, la Cumbre de Rio

(5) Leonardo Boff: ¿Tenemos tiempo y sabiduría suficiente para evitar la catástrofe climática?

(6) “WWF se une a más de 200 científicos en un llamado urgente para proteger la Amazonía en momentos en los que se acerca a un punto de inflexión catastrófico”

(7) COICA, 37 AÑOS DE LUCHA POR LA MADRE SELVA AMAZÓNICA

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Storia Antica

 Zola et “L’ amour des bêtes”  (Le Figaro, 1896)

words and music and stories

Émile Zola – French writer and journalist, born on 2 April 1840

🐾“Why are animals all of my family, like men, as much as men?”
🐾 “The highest task of a man is to free animals from cruelty.”
🐾 “The cause of animals comes before the concern to ridicule me; it is indissolubly linked to the fate of men.”

Émile Zola – scrittore e giornalista francese, nato il 2 aprile 1840

🐾“Perché gli animali appartengono tutti alla mia famiglia, come gli uomini, tanto quanto gli uomini?”
🐾 “Il dovere più alto per un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà.”
🐾 “La causa degli animali è per me più importante della paura di apparire ridicolo; è indissolubilmente connessa con il destino degli uomini.”

Émile Zola – écrivain et journaliste français, né le 2 avril 1840

🐾 “Pourquoi les bêtes sont-elles toutes de ma famille, comme les hommes, autant…

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