Storia Antica

Dioniso e il caprimulgo

Tornerà sempre l’ironia serena | del sortilegio sulle tue corolle, | fiore disfatto. | E tu che voli e piangi | stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri, | o caprimulgo dalle piume molli, | il buio sempre ingoierà la notte | delle farfalle nere, le lucenti | blatte in cui l’ uomo misero rattrae | le mani e gli occhi a rispettarle, | umane della pietà per sé. | Per la scala degli inferi discende | il consenso perenne, l’ ordinata | congrega delle vittime plaudenti. | | O misura dell’ uomo in sé dipinto | costretto oltre la morte, mummia salva | a schermo delle mani, | a non aver più limiti, distratta | è la forza latente, il bruco insonne | della materia che ci traccia e insegue. | Un fenomeno oscuro il divenire | l’ enfasi sorda che alle sue parole | non crede più, ma giura. Ancora scende | questa scala degli inferi e l’ informe | che chiede un senso smania di figure.

Osteria flegrea (Milano, 1962) di Alfonso Gatto.

Un’Introduzione: Il richiamo del Caprimulgo

In questa notte immobile e senza vento la foresta è immersa nel silenzio. Gli alberi ci scrutano come enigmatiche sentinelle. Le falene passano accanto sbattendo le ali senza far rumore, filamenti di ciò che resta di una vecchia tela di ragno impallidiscono nell’oscurità. I pipistrelli piombano sulle prede in silenzio, ombre cupe le cui voci sono fuori portata. Sembra che gran parte delle creature che attraversano i boschi notturni rimangano per lo più nascoste, sfuggendo al nostro udito. Ma la foresta non è completamente silenziosa,. C’è un suono simile a un ronzio nell’aria, qualcosa che non si nota se non gli si presta attenzione. Qualcosa che suona alieno e un po’ inquietante, sembra provenire dagli alberi  – da tutti gli alberi – come se fosse l’aria stessa a cantare. Se ascolti lo sentirai anche tu…questo è il suono del “temibile succiacapre”, “l’uccello mangia carogne”. Si diceva che che questa creatura rubasse il latte direttamente dalle mammelle delle capre. Che accompagnasse le anime dei bambini non battezzati, dannati per l’eternità, E che uccidesse i vitelli trasmettendogli la malattia di Pickeridge. Vola solo la notte, rimanendo sul terreno alla luce del giorno protetto dal suo piumaggio mimetico.  Ogni anno compie un lungo viaggio dall’Africa per soggiornare qua, un’immagine-ombra della rondine nei cieli notturni. E’ una creatura mitologica e stregata, ma in realtà è solamente un uccello: l’enigmatico caprimulgo. La sua reputazione può essere anche affascinante ma non corrisponde a verità. Il caprimulgo si nutre di falene ed altri insetti e si crede che la sua notorietà come ladro di latte origini dal suo istinto di fare il nido a terra vicino al bestiame. E la malattia di Pickeridge non è causata dal caprimulgo ma da un insetto. Nonostante questo  il  caprimulgo viene visto raramente, essendo un uccello notturno. E poi non siete d’accordo anche voi sul fatto che tutte le creature notturne si meritino ciascuna un proprio mito? Anche questo fa parte della magia del mondo. Noi costruiamo i miti anche da cose che abbiamo intravisto e da rumori inspiegabili che percorrono la notte. E questo fa parte della magia del mondo. Sono cose vere, che appartengono ai viventi, ma che promanano un mistero che possiamo conoscere solo in piccola parte e, noi, costretti al confronto con la nostra ignoranza, possiamo solo creare delle storie per darci conforto. Sono contenta di aver udito il caprimulgo, ma sono anche contenta  di non averlo visto, in un certo senso. Così il mistero rimane intatto, continuando a solcare l’oscurità. 4

trad. dall’inglese di A.L.M.

Dormi Caprimulgo dormi, tu che ti opponi ai travet della notte, uccello sacro che bruci sotto un diluvio di luna, dal fondo del bosco canti il tuo incanto profondo che attraversa il bosco degli uccelli, ammutoliti. Tu non conosci nè giorni nè strade, il sereno divenire del sole, i bisticci degli uccelli nella luce, il fragore irrequieto dei pomeriggi quando gli uccelli pigri, caldi ed ebbri di luce s’impigliano nell’azzurro pastello del cielo. Tu invidi il volo incruento di questi figli del giorno.

Ma conosci gli sguardi crudi dei figli degli uomini che con mani prive di voci e di incanti hanno spento le loro vite. Noi sappiamo cosa è stato. Tu il principe degli insetti, tanto hai lavorato nelle notti senza luna, ipotecando l’oscurità che dura lo spazio che dura; sei figlio della mezzanotte, e delle stelle che a miliardi completano l’incanto della notte, specchiandosi sulle distese di piccoli fiori bianchi delle brughiere.

Il segreto del caprimulgo le falene nere lo conoscono. ai perseguitati è concesso, se non la felicità, sapere. il tuo piccolo cuore gli uomini l’hanno imboccato con l’ odio, ma tu sempre attendi nelle tenebre ardenti, le tue piume morbide e l’innocenza animale. Il tuo cuore, un superstite. Ma ora è giorno, dormi caprimulgo allora, disfati nel sonno, tu che vivi rovesciando la notte con le tue fragili ali. Sei stanco piccolo caprimulgo lo sappiamo, puoi dormire ora che sappiamo cos’è stato. Il tuo mistero, avvolto nel sangue, è fatto di prove indicibili che storpiano e cambiano.

Hai cantato il canto dei perseguitati a ridosso dei boschi d’Europa ,a bordo delle coste d’Africa e sugli altopiani sassosi. Le sabbie rosse della Namibia hanno udito il tuo suono sgargiante; ma nessuno ha mai cantato il tuo coraggio, i lunghi terribili viaggi, da solo, senza stormo, attraverso il cieli opachi dell’inverno, inseguendo l’estate che correva lontana, che gettava un sortilegio alle sue spalle;

una sera d’inverno all’imbrunire con la luna già alta che sempre benedice tutte le cose storte e gli inizi incerti ti sei deciso per il volo. Hai visto i passeri e i pettirossi cadere come pietre dagli alberi imbiancati , hai sorvolato la terra di gesso dove si nasconde il dio bianco, che ha dita lunghe come rami e gli uccelli che tocca cadono a terra, mentre la neve, che ha bocca grande, li divora;  hai sentito molte volte gridare, mentre ti buttavi nell’aria fredda, a forzare quel  cerchio di morte che abbracciava l’Europa;  una gelida mano scendeva a stringerti forte e piegava le tue ali; non sapevi più se era il gelo o la paura che sotto le piume ti frullava in petto oppure il vento contrario ;

una mattina che il tuo volo si era fatto radente hai attraversato l’ultima lingua di acqua salata; il continente amico con braccia avide, materne, ti ha stretto nel suo abbraccio di pulviscoli lucenti, una enorme nuvola di piccoli insetti d’oro, il dolce tepore ti ha guarito e sei sceso a terra a riposare. Hai visto nel tuo viaggio albe primordiali, più antiche dell’uomo, più antiche degli uccelli, rapprendersi in colate rosso sangue, e soli giganteschi che morivano dentro spire di arancio cupo e di marrone sotto le grandi finestre traslucide dove l’azzurro del giorno in massa va a morire.

L’aria più calda, dolce profumo, ti accarezzava le piume e l’ampio becco come faceva tua madre; solo sei atterrato nelle paludi del Kenya dove il fresco si alterna alla calura e danzano la notte insetti variopinti; c’erano i grandi grilli azzurri e verdi e le falene gialle e arancioni, i ragni rosa con l’armatura, nascosti dentro le corolle dei fiori e le piccole libellule rosse: il ronzio sugli stagni non era il loro, era la bocca chiusa della notte a farlo. Ricordi piccolo mio tutto questo? Bel caprimulgo hai fatto tanto, ora riposa, che entra la luce del giorno ad abbracciare i prati e le brughiere. Quante volte sei dovuto morire per colpa degli increduli? I tuoi liquidi occhi neri sono pieni di sonno e di fatica e ancora trattengono questo mistero doloroso che non puoi cantare.

E’ per questo che non dormi Caprimulgo? Senti ora il sole che scoppietta tra i rami e ti avvolge di calore? Che la terra non sia fredda sotto il tuo nido, che riceva i raggi del giorno sempre e che il tuo nido di foglie morte si scaldi sotto il sole. Ma riposa ora che di notte tanto hai volato e chiocciato e crepitato, cercando i tuoi insetti prelibati. Ora qui tra i rami alti puoi riposare senza paura, abbandonati al sonno, quei tuoi piccoli occhi neri pieni di mistero sigillali alla luce e al calare del sole, tuo primo compito da quando esiste il mondo, andrai a chiudere gli occhi del giorno.

Alla ricerca del Caprimulgo

(…) il “succiacapre” (brutto nome e brutta nomea per questo uccello notturno di piccola taglia così affascinante), possiede zampe corte e quindi poco visibili, oltre a un becco scarsamente sviluppato, soprattutto in relazione alle grandi dimensioni del cranio, caratterizzato per contro da occhi enormi e scurissimi, leggermente sporgenti in posizione laterale e solitamente tenuti socchiusi, il che conferisce all’uccello un’espressione alquanto singolare.  Ma a un’osservazione ravvicinata, ciò che colpisce maggiormente è il piumaggio: la base grigiastra è ravvivata da disegni finissimi, sottili screziature brune e macchie fulve o color crema che ricordano nel complesso la corteccia di un albero e suggeriscono un mimetismo perfetto quando il succiacapre è posato su un tronco oppure al suolo, su un tappeto di foglie secche.
La capacità di rimanere immobile all’avvicinarsi di un potenziale predatore, sfruttando il piumaggio criptico che lo contraddistingue, è infatti tipica di questa specie, che resta così nascosta durante le ore diurne, per involarsi al tramonto in cerca di prede: l’immobilismo del succiacapre e la sua abitudine a tenere gli occhi quasi chiusi in presenza di luce devono aver contribuito ad alimentare una delle tante antiche credenze che questo uccello si porta appresso, cioè quella di essere “privo di vista durante il giorno”, come scriveva Plinio. 2  Persino i suo nido è realizzato sul terreno, ma quando vola diventa quasi magicamente simile ad una farfalla,  il cosidetto “volo “immobile”, o volo a “Spirito Santo”: l’animale, con impercettibili movimenti d’ali, riesce a mantenere una posizione di stallo anche per diversi minuti. Questa peculiare capacità si sviluppa grazie alle parti prossimali delle ali che nel movimento vengono tenute ferme, mentre le parti distali vengono ruotate rapidamente: questo permette all’uccello di stare immobile nell’aria, dando in tal modo origine a una figura che ricorda la tipica rappresentazione dello Spirito Santo nell’iconografia classica di colomba immobile ad ali aperte, 3 un volo irregolare che viene evidenziato da un ripetuto trillo che gli inglesi chiamano ‘churring’, ovvero i tipico canto del succiacapre. Il suo nome deriva dalla leggenda di Plinio il Vecchio, scrittore e naturalista romano vissuto nel 35 d.c. secondo la quale questi uccelli si recherebbero nottetempo nelle stalle per succhiare il latte delle capre, le quali, in conseguenza di tali mungiture, rimarrebbero cieche.  Il canto costante e crepitante del succiacapre, unito alle sue abitudini notturne, ne hanno fatto, nelle leggende popolari un archetipo dell’animale “maledetto”. Ho menzionato il nome “lich fowle” (o uccello carogna) che erano alcuni dei molti nomi che venivano usati storicamente per descrivere i caprimulghi. Questo è un termine molto più sinistro di “succiacapre” di sicuro! Sebbene le capre figurino spesso nel folklore che circonda il caprimulgo, figurano anche connessione con la divinazione e che suggeriscono che i caprimulghi siano collegati in qualche modo con la morte. Nelle leggende germaniche per esempio, Odino viene accompagnato da un “corvo notturno” durante La caccia selvaggia — una processione di anime di guerrieri morti che viaggiava attraverso il cielo notturno e che rapiva sfortunati testimoni per portarli nel regno delle ombre. Moderni studiosi hanno suggerito che questo compagno con le ali avrebbe potuto essere stato ispirato al caprimulgo europeo. A supporto di questa opinione, la parola norvegese per caprimulgo ‘nattravn’, o corvo notturno. Leggende inglesi associano i caprimulghi ad un altra storia altrettanto inquietante. Questi abitanti delle isole britanniche credevano che i caprimulghi fossero manifestazioni delle anime dei bambini non battezzati, condannati a vagabondare nel cielo notturno.Il caprimulgo è protagonista delle tradizioni popolari sarde e non solo, dove gli viene spesso attribuito il potere di transitare le anime nell’aldilà. Nel passato non tanto remoto, in Sardegna, questo uccello inoffensivo ha subito pesanti persecuzioni in quanto ritenuto portatore della brucellosi, malattia nota come “febbre maltese”. In assenza di rimedi della medicina ufficiale, le sue abitudini prevalentemente notturne e la frequentazione degli ovili ne hanno fatto un perfetto capro espiatorio per esorcizzare la malattia, così quando i pastori riuscivano a catturarne qualcuno, lo crocifiggevano, meglio se vivo, nel recinto “de sa mandra” , che significa in sardo e tradotto in italiano “il recinto della mandria”, riferito al luogo dove dormono gli animali, affidando così al suo crudele e insensato sacrificio la speranza di scongiurare il male. 1  Nell’800 a Marzabotto (Bologna) la presenza di una necropoli etrusca si accompagnava a una strana abbondanza di caprimulghi nella zona; che il territorio fosse associato con la presenza dei caprimulghi in un’epoca in cui ben maggiore era la presenza di greggi di ovicaprini nell’area non stupisce, ma possiamo escludere che in qualche modo una consapevolezza della presenza della città sepolta portasse i contadini a immaginare un particolare concorso degli uccelli legati alle anime dei morti?
Certo nel segno misterioso ed evocativo del “falco della notte” si compie 130 anni fa un atto estremamente importante di stretta congiunzione tra la città dei vivi e la città morta…13

In alcune credenze nordamericane come nel resto del mondo il caprimulgo è considerato un vero e proprio psicopompo, cioè uno spirito in forma di animale che ha il compito di prelevare le anime dei moribondi per portarle nell’aldilà. È in questa chiave di lettura che viene ritrovato, a stormi (succiacapre di Nuttall o succiacapre sparviero comune) nel racconto L’orrore di Dunwich di Howard Phillips Lovecraft.  Inoltre, nelle ultime righe del romanzo Figlio di Dio di Cormac McCarthy, uno stormo di succiacapre si leva in volo al passare del rimorchio che trasporta i cadaveri delle vittime di Lester Ballard. Il caprimulgo è il titolo di una poesia della raccolta Osteria flegrea (Milano, 1962) di Alfonso Gatto. Anche qui l’invocazione dell’uccello accompagna una meditazione del poeta sulla morte, il venir meno del corpo, la discesa negli inferi:

E tu che voli e piangi

stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,

o caprimulgo dalle piume molli,

il buio sempre ingoierà la notte

delle farfalle nere.

La presenza di animali come emanazione degli dei, ierofanie animali, ipostasi se vogliamo, è attestata in tutta la mitologia della Grecia Antica.  Animali “intermedi”, evocati meno di frequente, spesso minuti come uccelli, rane, serpenti vivendo della loro presenza discreta, erano gli animali d’elezione che in un certo senso garantivano la discrezionalità del dio quando serviva attirandola su di sè; oltre che a riempire le zone intermedie laddove finiva il dio e cominciava qualcos’altro, di solito un fenomeno naturale o un elemento o un’azione umana; in questi casi i piccoli animali portavano su di sè più facilmente indiscrezioni e contraddizioni, fungendo anche da capro espiatorio per il dio (basti citare le colombe ‘dionisiache’ del dramma di Euripide “Ione”).  Ogni dio dell’antichità classica possedeva una pletora di animali, grandi o piccoli che lo annunciavano: questi agivano come estensioni visibili del dio oppure ne simboleggiavano agevolmente la molteplicità, dato che i molti aspetti del dio potevano facilmente esprimere anche fenomeni contrapposti; (non che l’antichità non prevedesse stati d’animo o azioni che solamente per noi “moderni” sono contraddittorie). Ma è nel puro simbolo che le ierofanie animali appaiono affascinanti ed enigmatiche, anzi si può tranquillamente dire che non si tratta più di ierofanie in quanto tali, ma di in quanto, in quanto gran parte della loro individualità animale viene annientata per fare posto al dio arrivando a fondersi con il loro ospite, subendo una trasfigurazione diventando un tutt’uno con il dio, la metamorfosi è radicale, splendendo di luce divina. (per es. Zeus che diventa un bellissimo toro mansueto per amare Europa). Ciò che mi interessa qui è di tentare di creare un parallelismo,  fra uccelli notturni psicopompi (o’ctoni’) come il caprimulgo (già descritto da Aristotele e Plinio)b  e la dimensione ctonia di Dioniso, in special modo collocare questa analogia  tra le danze notturne consacrate a Dioniso, dove vengono mimati degli uccelli, verosimilmente colombe o gufi, a volte gru, (con qualche incertezza interpretativa quando nei testi si fa riferimento a ‘piccoli’ falchi senza specificare oltre, è possibile che si tratti di altri uccelli notturni con piumaggio simile come lo sparviero o lo stesso caprimulgo?). Forse che il caprimulgo, questo enigmatico uccello notturno che molte leggende in tutto il mondo vedono come psicopompo e accompagnatore di anime, avesse fatto parte di questo piccolo pantheon di uccelli? Certo è che nel ‘coro’ degli Uccelli, (la commedia di Aristofane), quindi tra gli uccelli ‘famosi’ non compare, così come non compare in nessun altra tragedia o mito eccezion fatta per il mito di Egipio dove Timandra viene tramutata in un caprimulgo (nella versione Latina di Liberale diventa una cinciallegra). Bisogna ammettere che gli uccelli che si accompagnano agli dei e in particolare a Dioniso siano relativamente  pochi. Tra gli animali sacri a Dioniso non compare nessun uccello. Forse che il dio non si accompagnò mai agli uccelli? Si tratta forse di simboli solari troppo connotati pechè li assumesse di sè? Gli uccelli potrebbero forse rappresentare l’aspetto solare, Apollineo, dei diversi dei dell’olimpo, eccezion fatta per quelli notturni (anche se non sempre) e in particolar modo quelli che leggende o testimonianze antiche ne attestino il ruolo di psicopompo. Stranamente la colomba nell’antichità aveva valenze ctonie marcate. E’ probabile che il caprimulgo che era presente ai tempi della Grecia Antica, fosse poco conosciuto: infatti non era un uccello che, a differenza della civetta, fosse presente ad Atene o in altre città o comunque nelle zone limitrofe. Il caprimulgo non dimorava nelle città e nei centri abitati in genere e la sua presenza si registrava ai margini delle fitte boscaglie di montagna scarsamente popolate o nelle campagne, anche se non è escluso che a quei tempi si potesse trovare più vicino ai centri abitati. E’ tuttora un uccello sfuggente che vive appartato o che si nasconde grazie al piumaggio mimetico. E’ anche grazie a queste caratteristiche che diventa arduo collocarlo nell’antichità ed estrarne il mistero. Abbiamo però alcune suggestioni, destinate probabilmente a rimanere tali, ma cionondimeno curiose e affascinanti. Il Caprimulgo nell’antichità classica era già conosciuto, come menzionato in precedenza, il suo nome era ‘aigothelas’. Gli ‘Aegotheles‘ sono uccelli notturni di taglia medio-piccola (da 18 a 30 cm di lunghezza), con becco grande ma piuttosto debole, gambe corte e postura eretta. Come i gufi dispongono di un disco facciale con gli occhi orientati in avanti, cui si deve il nome comune di caprimulgo-gufo con cui sono talora indicati. La famiglia Aegothelidae è stata a lungo considerata far parte dell’ordine Caprimulgiformes. La classificazione di questi uccelli è sempre stata oggetto di revisioni e controversie, principalmente per il fatto che l’ordine dei caprimulgiformi è sempre stato utilizzato come un contenitore di specie simili morfologicamente, ma poi dimostratesi piuttosto distanti sul piano filogenetico. (E’ da ricordare comunque che tra i caprimulghiformi sono tuttora presenti anche i ‘nighthawks’, che però falchi non sono, sono semplicemente un’altra categoria di caprimulghi). Tuttavia, se eminenti scienziati avevano raggruppato questi uccelli tra loro l’avranno anche fatto i Greci antichi, che si basavano verosimilmente sulle somiglianze visive e comportamentali non disponendo di un sistema di classificazione ma semplicemente di un ‘catalogo’ ; forse avranno confuso i caprimulghi con altri uccelli notturni che venivano rappresentati nelle danze sacre. Forse ciò spiegherebbe quel riferimento all’epiteto “piccole civette” o “piccoli falchi” (epiteto diffuso anche in letteratura fino al secolo scorso) che facevano parte del pantheon delle danze misteriche e non, e che ha perplesso generazioni di studiosi, compreso lo stesso Lillian Lawler di cui ho tradotto alcuni passaggi del suo saggio sulle danze degli uccelli nella Grecia Antica.

b Il caprimulgo veniva denominato “aghiotelas”: Aigothēlas ( G, caprimulgus L) Il Caprimulgo Europeo (Caprimulgus europaeus) viene correttamente descritto da Aristotele come un uccello di montagna greco, notturno e leggermente più piccolo di un merlo. (vedi (12))

Aegotheles bennettii

Uccelli Sacri

  • Civetta: sacra ad Ares
  • Poiana-Falco: sacri ad Artemide
  • Gru sacro ad Ermes e ad Estia
  • Corvo: questo uccello è sacro ad Apollo
  • Cuculo: sacro ad Era
  • Aquila: sacra a Zeus
  • Gufo Reale : sacro ad Ares
  • Oca: sacra ad Artemide
  • Faraona: sacra ad Artemide
  • Civetta:  questo uccello, ad eccezione del Gufo Reale e del Barbagianni, è sacro ad Atena
  • Pavone: sacro ad Era
  • Quaglia: sacro ad Efesto ed Artemide
  • Barbagianni o Gufo Minore: sacro ad Ade
  • Passero domestico: sacro ad Afrodite
  • Cigno: sacro ad Afrodite e Apollo
  • Avvoltoio: questo uccello è sacro ad Ares e Eracle
  • Picchio: sacro ad Ares e a Zeus
  • Pernice: questo uccello è sacro ad Artemide
  • Tortora: questo uccello è sacro a Demetra e ad Afrodite

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Uccelli Dionisiaci

Invoco Dioniso dagli alti clamori, che grida evoé,
Protogono, dalla duplice natura,
generato tre volte, signore Bacchico,
selvaggio, indicibile, arcano, con due corna, due forme,
coperto di edera, dall’aspetto di toro, marziale, Evio, santo,
che mangia carne cruda, Trieterico,
che produce grappoli, dal manto di germogli.
Eubuleo, dai molti consigli, generato dalle unioni indicibili
di Zeus e Persefone, demone immortale;
ascolta, beato, la voce, spira dolce e irreprensibile
con cuore benigno, insieme alle nutrici dalla bella cintura.
(9)

La letteratura Greca fa menzione delle danze con la civetta  (la civetta era sacra ad Atena);  su una caraffa da vino conservata al British Museum sono raffigurate due danzatrici con dei costumi da uccello danzare al ritmo di un suonatore di aulos* che soffia nelle canne. Un altro tassello che si aggiunge come ulteriore prova a livello archeologico di danze animali proviene dal santuario della dea conosciuta come ‘Despoina’, a Licosura, nella regione montagnosa dell’Arcadia. Despoina non è un vero nome; significa ‘Padrona’ o ‘Signora’, e probabilmente questa dea era una manifestazione dell’antica dea che prendeva il nome di ‘Signora degli animali selvatici’ e che veniva onorata con danze animali. (15)

Gruppo di Licosura, seconda da sinistra la Dea Despoina courtesy J. Matthew Harrington, National Archaeological Museum of Athens, personal digital image February 1, 2007

Secondo Pausania, storico e geografo greco, Lykosoura era molto antica ed era la città sacra dei re dell’Arcadia dove venivano adorati Dei antichissimi. Qui sono state portate alla luce le rovine del santuario di “Despoina”, un’antichissima divinità dell’oltretomba adorata in Arcadia. Ma il vero nome di Despoina non si sa, perchè ancora nel II secolo d.C., ai tempi di Pausania, i fedeli avevano timore di rivelarlo ai profani. (18)

‘Drappo’ scolpito in marmo dedicato alla dea Despoina. L’opera, seppur di epoca ellenistica e quindi più recente, sembra riproduca fedelmente manufatti più antichi andati perduti.

Se la danza rituale animale è protetta dalla segretezza, l’atmosfera mistica e la rigorosa prescrizione nei dettagli che si trova in questi culti, di frequente danze animali di tipo solenne, sono caratterizzate da un fenomeno che prende il nome di ‘possessione’. Nel tempio di Despoina a Lycosura è stato rinvenuto un mantello ricamato scolpito nel marmo. Questa scultura, nonostante appartenga all’età Ellenistica, sembra sia una riproduzione fedele del vero mantello ricamato che veniva offerto a Despoina sin dai tempi più antichi e primitivi, e che riproduca pratiche altrettanto antiche. Sulla parte in rilievo sono scolpite undici donne, che si muovono a passi rapidi, alcune portando lire e flauti doppi, e ciascuna indossando una maschera animale. La tragedia Ateniese può aver conservato fino ai tempi classici una vestigia poeticizzata della pantomima animale di tipo misto in onore di Dioniso. (Animal Dances in Ancient Greece, Lillian Lawler, Hunter College). Di solito, nel momento in cui le popolazioni passano dallo stato selvatico alla civilizzazione, il significato originario della solenne danza animale viene dimenticato e le danze tendono a diventare comiche e di mero intrattenimento per la comunità. Una eccezione degna di nota a questa regola generale è data dai culti misterici.

Nella rappresentazioni delle danze dionisiache le danzatrici venivano spesso raffigurate con le braccia allargate ad imitazione delle ali e con una o entrambe le mani piegate e cucite dentro un costume. Questa danzatrice a ‘maniche d’uccello’ è uno degli aspetti più caratteristici delle raffigurazioni della Danza dionisiaca. (….) E’ senz’altro possibile, tuttavia, che possa evidenziare un’appropriazione da parte delle sacerdotesse di Dioniso di alcuni degli schemi di una danza degli uccelli che apparteneva in origine al culto di Artemide come dea della fertilità. Le danze delle Tiadi spesso avvenivano di notte (Pindaro, Pyth III, 77). Danze con travestimenti animali e in special modo le danze degli uccelli erano frequentemente di natura estatica. E’ probabile che le danzatrici, gli ‘uccelli sacri’, fossero camuffate da colombe e che danzassero fino a  raggiungere uno stato estatico, con la credenza che la dea le avrebbe possedute nella loro forma originaria o sotto forma di uccello. In un articolo di G.W. Elderkin, “Le colombe sacre di Delfi”, compare la tesi che la colomba sia di frequente associata col vino così come con la fertilità, da remoti tempi preistorici,  e che la presenza delle colombe  a Delfi suggerisse l’ebbrezza divina nelle profezie della Pizia e forse anche presso le sacerdotesse di Dodona, e che le colombe siano connesse a Delfi attraverso il culto di Afrodite e Dioniso. (10)

Con il termine di ‘danza della civetta’ gli scrittori dell’antichità potevano voler dir diverse cose (….) . Danze della civetta a carattere puramente mimetico e appartenenti ai tempi più remoti, sembra siano state originate nell’era Micenea, probabilmente a Corinto o nelle vicinanze. Devono essere state di natura ctonia all’origine, e potrebbero essersi fuse in qualche modo con le danze cultuali funerarie in onore degli eroi. Esistono poche prove dell’esistenza di una danza della civetta in onore di Atena, ad Atene o in altro luogo, mentre potrebbero essere esistite delle danze notturne della civetta, non connesse ad Atena, presso i festeggiamenti ctonii dei Citroi ad Atene. In epoche più tarde,  schemi di danza ‘mimetica’ della civetta si fusero per prendere parte del ‘morfasmosa umoristico o di una generica danza animale. Il motivo ricorrente della danza a “peering motif”, con il motivo del guardare o dello scrutare, che divenne parte della danza della civetta, originò nel Peloponneso con danze in onore del dio greco Pan. Fece il suo ingresso nel culto dionisiaco e divenne associata alle rappresentazioni satiriche. Portò inoltre ad una introduzione di una nuova trama nella commedia dei satiri, il motivo della ricerca. E’ possibile che una danza satirica associata al tema Glauco-Polidoro, forse quello di Eschilo, unisse, con effetti notevoli, i motivi della civetta e quello dello scrutare nella danza. Un motivo ricorrente dello scrutare appare di quando in quando nella tragedia e nella commedia. Gli accompagnamenti per le diverse danze della civetta venivano forniti dalla danza ritmica, da urla ad imitazione degli uccelli, dal fluto, dalla citara e dai timpani. 11

aIn Polluce (4.103) e Aeteneo, (14.629f) viene menzionata una danza denominata “morfasmo”: in origine si trattava di una danza dove colui che danza descriveva molti concetti assieme, uno in fila all’altro, e che divenne poi ‘un’imitazione di molti tipi di animali’. (Lillian Lawler, “Proteus is a dancer” CW36 (1943) 116-117. Nella sua forma più antica sembra che la danza venisse accompagnata dall’estasi e dalla ‘possessione spirituale’ durante la quale si credeva che colui che danza diventasse capace di fare delle profezie. Nel tempo di Polluce e Ateneo era diventata una danza comica, svolta da intrattenitori professionisti e da buffoni atti a divertire i signori, patrons.

Donne-Uccello danzatrici – Cipro, periodo Geometrico (1050-750 a.c.)

Figurine dal Santuario di Era, sesto sec. a.c.

Caprimulgo Orientale

“L’arco apollineo teso da Ione e gli uccelli dionisiaci (del tempio) si trovano in opposizione contraria: in questo modo gli uccelli nella monodia di Ione possono essere letti come agenti di un presagio, teso a dipanare gli equivoci che avevano portato alla tragica storia del Figlio di Creusa divorato dagli uccelli e di quella di Ione come figlio di Xuto, concepito durante un festino Bacchico. Questi segnali da parte degli uccelli sottolineano l’ignoranza umana, e un simbolismo degli uccelli a valenza Dionisiaca assolve la stessa funzione nelle scene di tentato omicidio tra consanguinei, lo zenith dell’ignoranza umana nel dramma. Ma l’ambiguità degli uccelli segnala anche l’interdipendenza delle identità Apollinee e Dionisiache che si succedono nella persona di Ione per descrivere la sua futura posizione ad Atene.

“Posto in equilibrio fra sacralità e scetticismo, il misterioso e l’ordinario, e, come molti hanno notato, tra il tragico e il comico, il dramma subisce continui colpi di scena in una serie continua di tour de force d’impianto teatrale. Gli uccelli che si posano per terra nella scena di apertura e che intervengono ancora nella scena più importante del dramma, quella del banchetto di Ione, potrebbero benissimo incarnare i paradossi del sacro tempio da me citati, con le consacrazioni con offerte non volute (106-7, 176) ed i nidi sotto i cornicioni del tetto, dove senza dubbio si riproducono in maniera volgare, come Ione li sospetta di fare (172-5) ma essi sono al contempo messaggeri (phemas) ai mortali da parte degli dei, presagi oracolari (oionoi) sia generici che particolari (1191, 1333, 377) che proveranno il loro valore quando, più avanti al banchetto, uno di loro berrà il vino avvelenato diretto a Ione e attraverso il suo piccolo corpo senza vita rivelerà la trama letale al suo interprete. (1196 – 211), collegando diverse scene del dramma attraverso il loro fuggevole cameo sulla scena del dramma, prestandosi a un utilizzo metaforico per gli interpreti umani, in special modo a Kreusa, la madre sconosciuta, la quale, una volta che il suo intrigo viene scoperto, si fa piccola, prostrandosi come un uccello mentre supplica davanti all’altare. (1280 ; cf. 796, 1238). Gli uccelli riassumono anche i temi focali del dramma; sporcizia e purezza, violenza e salvezza, assumendo l’alternanza critica tra i ruoli di perseguitati e persecutori. Intrusi nel recinto Delfico dove gli viene concesso con riluttanza di dimorare, gli uccelli in verità disturbano la vita serena di Ione attraverso il disordine e l’agitazione che rappresentano, ma fungono anche da mediatori tra le contraddizioni spaziali del dramma, muovendosi su un piano orizzontale tra spazi esterni ed interni e su un piano verticale volteggiando giù dal cielo. Perciò non esiterò a ricomporre i pezzi del puzzle aggiungendo una mia nuova disposizione che segue l’esposizione interpretativa delineata in precedenza. In particolare sosterrò che la contrapposizione tra l’arco (del tempio di Apollo) Apollineo e gli uccelli Dionisiaci del Parnasso, presente nella monodia di Ione, interagisce con le tematiche dell’ esposizione e della paternità contenute nel dramma, per correggere, attraverso un’anticipazione premonitrice , due false narrazioni che si impadroniscono della mente dei personaggi umani del dramma; la prima è che Creuza avesse esposto suo figlio affinchè venisse divorato dagli uccelli, la seconda, che il padre biologico di Ione sia Xhuthu, che lo concepì con una menade a una festa Bacchica sul monte Parnasso. Tuttavia, dal momento che l’intreccio del dramma dipende da questi equivoci, a Ione viene impedito di comprendere i segni degli uccelli. Questi pericolosi accostamenti/avvicinamenti all’omicidio tra consanguinei che arrivano ad amplificare l’ignoranza umana al suo estremo, sono anche contrassegnati da immagini di uccelli dionisiaci che, quando verranno comprese, scioglieranno gli equivoci che avevano condotto a queste crisi. Alla fine della monodia di Ione (82-183), nella commedia di Euripide, Ione, con un gesto memorabile minaccia di colpire un gruppo di uccelli con il suo arco, nel timore che avrebbero insudiciato il tempio di Apollo con i loro nidi, i loro affollamenti e i loro bisogni. Alla fine, decide di scacciarli….Ione decide di risparmiare gli uccelli perchè si rende conto che sono i messaggeri degli dei. Gli uccelli appaiono in diversi luoghi del dramma; oltre alla monodia di Ione, la scena più vivida di tutte è quando uno stormo di colombe si avvicina a bere il vino versato fuori dalla tenda di Ione (1196-1208). Ma gli uccelli di cui si fa menzione più frequente sono quelli ipotetici che Creusa e altri immaginano abbiano divorato il figlioletto esposto alle intemperie. Ione inizialmente punta il suo arco Apollineo verso Xuto nella scena del falso riconoscimento. (524) . La colomba che beve il vino è eminentemente Dionisiaca, dato che arriva sulla scena con un ‘akomos’, di altre colombe (1197) e prima di morire è in preda alle convulsioni come una baccante. Per di più, la morte della colomba porterà la festa che celebrerà la falsa paternità di Ione a una prematura interruzione. Infatti la celebrazione ‘guastata’ dalla colomba possiede già le sue connotazioni Dionisiache e pertinenti agli uccelli : la tenda di Ione è un’esaltazione dello spazio conviviale e riceve l’appellativo di “skenè” ,come la struttura scenica nel teatro di Dioniso ed ed è anche la festa che nello stesso momento accompagna simultaneamente il sacrificio di Xuto a Dioniso sul Parnasso. Allo stesso tempo, la tenda viene accomunata ad un uccello attraverso la metafora di ptèruga …… pèplon, (1143) che ne costituiscono il tetto…. La paternità Apollinea laddove espone a livello simbolico le false pretese Dionisiache di Xuto per quello che sono… (….). (nella descrizione delle tenda) Là Orione reggendo una spada (1153) insegue una singola Pleiade “che passa in mezzo al cielo” (1152), queste righe hanno un certo rilievo. perchè Orfeo normalmente brandisce una clava ed insegue le Pleiadi, al plurale; così quando la fuga di Creusa da Ione si materializza, sembra che siano stati introdotti diversi cambiamenti per meglio prefigurare questo intreccio drammatico. Allo stesso tempo le Pleiadi vengono chiamate ‘peleiàdes’ che significa ‘colombe’ (come per es. in Pindaro, nemea 2.1.1.) Inoltre Creusa aveva espresso in precedenza il suo desiderio di allontanarsi dai suoi guai attraverso la metafora del volare fino alle stelle d’occidente, immagine che ricorda il tappeto di stelle delle Pleiadi . Tutti questi dettagli in questa scena convergono nel connettere Creusa a una colomba, lo stesso uccello che viene raffigurato in rilievo nel tentato omicidio di Ione. Allo stesso tempo Creusa manifesta certe affinità Dionisiache e menadiche. Nasconde il sangue della Gorgona in una “libagione a Dioniso” (1232-1233); Ione inizialmente propone di punirla buttandola dal monte Parnasso (1266-1268) e può essere associata alle donne del coro, che pregano Dioniso per la morte di Ione per mano sua (versi 714-720). Assieme colomba simbolica e connessa a Dioniso, Creusa all’altare può essere messa in relazione agli uccelli che compaiono all’inizio del dramma; prima di tutto il potere di Ione sugli uccelli in questa scena della monodia rispecchia il suo potere sugli uccelli del Parnasso e può darsi che lo stesso simbolo rappresenti la verità sulla sua paternità. Allo stesso tempo, Creusa finisce per assomigliare a quelle colombe dionisiache che bevono il vino nella tenda di Ione, In questa maniera, la colomba avvelenata può funzionare da capro espiatorio per sè ed anche per Ione, pagando la pena che lei stessa ha provocato. La morte ordita dalla colomba simbolica scalza quella vera, come in una dislocazione del castigo.

Apollo, Dionysus and the Multivalent Birds of Euripides, Ion. by Brian McPhee (7)

(8) Versione integrale in italiano del dramma di Eschilo

Il frammento dei Teoroi o delle Istmiadi di Eschilo.

Questo frammento io credo offra una prova convincente che alcune forme di danze che imitavano la civetta fossero molto antiche, risalenti al tempo di Eschilo. Ma si potrebbe andare ancora più indietro. La commedia probabilmente raccontava la storia di Melicerte e di Sisifo e la fondazione dei Giochi istmici di Corinto. (Il frammento) fu scritto nel periodo dei giochi istmici di Corinto, e fu scritto in un tempo di antichità remota, anche dal punto di vista dello stesso Eschilo. E’ molto probabile che questo voglia dire che rimandi ai giorni di figure leggendarie come Sisifo e Melicerte, in altre parole sarebbe sarebbe da attribuire al periodo Miceneo. Piccoli falchi vengono a volte menzionati. 11 Nel rituale della Grecia antica la danza della gru assume dunque una precisa identità. La gru conosce la via che conduce nell’Aldilà e, come il filo di Arianna nel labirinto, determina il collegamento tra l’inizio e la fine, tra il visibile e l’invisibile, tra l’umano e il divino. In ogni tempo e in ogni luogo l’uomo è in grado di scoprire nella ritmata misura dei passi la sintesi più perfetta dei valori fondamentali della sua cultura.14

il culto di Pan si diffuse dall’Arcadia in tutta la Grecia e a Creta; al suo nome vennero associati ogni sorta di epiteti che esprimevano lo scrutare o il guardare (Roscher or Roschen). (11)

Cipro, periodo Geometrico, Maschere di Animali

Torniamo un’ultima volta al caprimulgo….

Immaginando la sua stessa morte, il poeta del Dorset Thomas Hardy utilizza un caprimulgo per simboleggiare la sua anima che vola via nella poesia “Afterwards” : “nel crepuscolo, quando, come lo sbattere muto delle palpebre/ il falco della rugiada arriva oltrepassando le ombre”. (5)

Il famoso poeta del New England, Robert Frost, ha incluso il caprimulgo come uno degli abitanti della sua casa stregata in questo poema triste e bellissimo del 1915 che porta lo stesso nome:

The whippoorwill is coming to shout
And hush and cluck and flutter about:  I hear him begin far enough away
Full many a time to say his say
Before he arrives to say it out.

“Il caprimulgo sta arrivando a strepitare A tacere nascosto e poi chiocciare, e a battere le ali nel silenzio Da molto lontano lo sento arrivare per molte volte ripete il suo canto prima di arrivare e urlarlo forte.”

(6)

Se mi sciolgo fondendomi nella pioggia,
e vedi
alla finestra il caprimulgo,
quando prima di dormire ti togli
la camicia bianca,
apri la finestra: sono io,
ali scottate, svolazzo nei tuoi occhi,
mi appoggio al tuo collo ardente,
una risata morbida, bisbigli,
apro le ali sul tuo petto, le chiudo,
atterro in un respiro sulla pancia ardente,
amore, rimango sulle tue labbra

Merja Virolanen

(1) “A Mamoiada ho incontrato Dioniso”, di Daniela Campus, janaantica:wordpress.com 

(2) IL SUCCIACAPRE, UN NOTTURNO CHE CHIUDE GLI OCCHI DI GIORNO di Chiara Spadetti dal sito di piemonteparchi : http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/natura/item/296-il-succiacapre-un-notturno-che-chiude-gli-occhi-di-giorno

(3) “Il succiacapre – Caronte del mondo animale”, http://www.mabalpiledrensijudicaria.tn.it/dettaglio.php?id=55935

(4) The call of the Nightjar by Andrea Stephenson

(5) https://dewfall-hawk.com/dewfall-hawk/

(6) Robert Frost: https://poets.org/poem/ghost-house

(7)  Apollo, Dionysus, and the Multivalent Birds of Euripides’ Ion by Brian D. McPhee, Classical World, John Hopkins University Press Volume 110, Number 4, Summer 2017 (on Jstor)

(8) https://www.miti3000.it/mito/biblio/euripide/ione.htm

(9) Tratto da Inni Orfici ed. Lorenzo Valla, trad. Gabriella Ricciardelli

(10) Lillian B. Lawler, The Classic Journal, vol. 37 no.6 (Mar. 1942).

(11) Lillian B. Lawler, The Dance of the Owl and its significance in the History of Greek Religion and the Drama,

(12) BIRDS IN THE ANCIENT WORLD FROM A TO Z by W.Geoffrey Arnott

(13) Gli Etruschi e il falco della notte. Storia curiosa del nome di Marzabotto di Filippo Maria Gambari

(14) Gaudenzio Ragazzi, https://danzadelleorigini.com/2019/02/19/la-gru-il-filo-di-arianna-e-la-danza/

(15) Ancient Greece and Rome 1200 BCE-476 CE: Dance; Arts and Humanities Through the Eras. Editor: Edward I Bleiberg, et al. Volume 2. Detroit: Gale, 2005.

(16) https://www.mainenightjar.com/post/nightjar-folklore

(17)  Han K-L, Robbins MB and Braun MJ, A Multi-gene Estimate of Phylogeny in the Nightjars and Nighthawks (Caprimulgidae), in Mol. Phylogenet. Evol. 2010; 55: 443-453.

(18) https://infernemland.wordpress.com/tag/lykosoura/

(19) Animal Dances in Ancient Greece, Lillian Lawler, Hunter College

Ricerche bibliografiche, traduzioni e testi by Accidental Writer

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