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Persefone

Lei Persefone si sveglia all’improvviso. Era tutto un incubo, davvero. Ma Non vede nulla, solo una debole luce scende dai crepacci profondi. Apre gli occhi. Non é nei boschi fitti consacrati a Demetra. Non sente l’odore rinvigorente dei pini, n’è quelli dolciastro e selvatico del viburno o del nespolo in fiore. Non é a casa dalla madre. Sente freddo. I fiori colti il giorno prima, la corona intrecciata, galleggia nell’ampia bacinella. Non trova l’odore dolce e pungente della madre n’è quello della casa materna. Non é a casa dalla madre. La dea piú non copre la sua testa con la bianca mano, come corona sacra. Fasciami di luce gialla rischiarano la nera caligine dell’Ade profondo.
Mormorii e Lamenti senza peso attraversano le grandi sale dagli altissimi soffitti.
Le ombre dei morti piú non rispondono se chiamate perché piú non ricordano chi sono o se sono mai state.
Li vede passare nella debole luce Persefone mentre chiama la madre a gran voce.
Persefone smania per sua madre Demetra e si percuote il petto e la chiama assieme ai singhiozzi. Ancora fatica a credere a quello che é successo. Era sui prati con le fanciulle dal seno profondo, figlie di Poseidone. Lei era la piú agile e la piú veloce, lei la ragazza dalle caviglie piú belle e sottili.
Le condusse fino a una distesa di narcisi belli, in una radura dove si sentiva il rombo delle onde. Non sapeva che quel prato era stato apparecchiato apposta. Gli asfodeli più belli stavano ritti e carnosi in un piccolo avvallamento del prato assieme alle viole e si narcisi.
L’erba tenera si piegava al vento, nella radura vicino al mare e l’aria era profumata di fiori e di spuma.
Persefone guardava i narcisi e le viole, le rose, e gli altri fiori variopinti. Le tamerici si facevano accarezzare dal vento. Persefone affonda i piedi bianchi come il latte nella terra cedevole e nera di un piccolo fosso e si piega a raccoglierli.
Poi la terra ha un sussulto, il prato sprofonda in un cratere nero, e Ade terribile da sopra un carro l’afferra.
Persefone non ricorda altro. Ha perduto i sensi e si é risvegliata su un talamo scuro. Ancora stringe nella piccola mano i fiori appena colti.

ANTECEDENTE:

“Un giorno Plutone (Ade) scorse Proserpina (Persefone) mentre raccoglieva fiori nel verde della sua amata Sicilia. Quando la vide se ne innamorò, ma sapendo che se fosse andato a chiederla in sposa a Cerere (Demetra) entrambe avrebbero rifiutato la sua proposta, decise di rapirla, col consenso di Giove (Zeus). Salì quindi sul suo carro nero, lanciò i cavalli al galoppo frustandoli con furia al punto che tutta la Sicilia tremò per quella galoppata e, con le redini fra i denti, si sporse dal carro ed afferrò Proserpina per i capelli. Mentre Proserpina gridava supplicando di essere lasciata andare, Plutone  continuava a galoppare verso l’Oltretomba fino a quando, colpendo la terra con la sua frusta, questa si aprì ed il carro piombò nel baratro, portando con sè la fanciulla. Quando giunsero al fiume Acheronte, che divide il regno dei vivi dal regno dei morti, Proserpina gridò  al punto che anche il fiume s’impietosì, e cercò di far cadere Plutone afferrandolo per le gambe. Ma Plutone scalciò con forza e si liberò e Proserpina, disperata, si tolse la cintura di fiori  che aveva in grembo e la lanciò nel fiume, affinchè le acque potessero portare alla madre il suo messaggio. Plutone e Proserpina giunsero nel regno dei morti e, mentre Plutone cercava di consolarla dicendole che sarebbe diventata regina, sulla terra era sceso il tramonto e  quindi Cerere incominciò a chiamare e a cercare la figlia”. (1)

Lei Ricorda il corpo di Ade, simile a quello di una bestia, rovesciarsi sul letto e grugnire nel sonno. Persefone dorme poi un sonno senza sogni. Al risveglio lui non c’é.
Ora é seduta sul letto d’ebano, nero come l’ala di un corvo.
Alza il collo simile a quello di un cigno. Neri drappi cadono da un altissimo soffitto. Persefone ha freddo. Delle volute di fumo la raggiungono dalle cucine di Ade. Ricchi banchetti spandono i loro odori per l’immensa sala.
Persefone si guarda i piccoli piedi bianchi, arriccia e stende le dita nascosta ad Ade dal lungo drappo nero. Giá due volte Ade l’ha chiamata
battendo il bicchiere sul lunghissimo tavolo. Pensa in cuor suo che non sia per lei. Per la terza volta sente il rintocco del bicchiere di peltro ancora vuoto che aspetta di rempirsi del vino nero degli inferi. Ode un battere di piedi spazientito. A ogni colpo il suo cuore sussulta, come un passero dentro a una piccola gabbia. “Persefone!” Tuona Ade. “Ora vestiti e vieni al banchetto”. Persefone sente il sangue rombare nelle orecchie per lo spavento.
Il sangue riscaldato gli arrossa la faccia e batte sulle tempie. Non osa rispondere, ma sceglie uno dei pepli che pendono dal vestibolo. Ne prende uno color avorio di lana lavorata, che agli Inferi c’é freddo, e un cinto di pelle giallo alla moda di Sardi.
Sceglie anche dei calzari dalle lunghe cinghie di cuoio, da avvolgere strette alle gambe e difficili da togliere. Ora un po’ di sangue si é sparso sotto la pelle e un poco sente calore, che prima era poco vestita, vestita per l’estate, di cotone leggero e alla luce ballava e correva ignara del suo corpo quando Ade la vide e fu acceso da passione per lei.
Eccomi – disse Persefone in un soffio.
Giunge allora al lungo tavolo imbandito di tutte le ricchezze della terra. Maialini arrostiti e ricoperti di miele, vari tipi di vino, mele appena colte, fichi, formaggio fresco di capra, dolcetti al sesamo e miele, capretto arrosto, triglie, cotte nella campana a pavimento e servite con focacce.
“Siediti qui vicino” – ingiunse Ade con un gesto della mano. Ha le mani sporche e unghie lunghe. “E del vino non ti preoccupare che a casa mia le donne possono berne quanto vogliono, come a Sparta”. La ragazza arrossisce e si sistema sull’alta seggiola. I piedi non toccano terra.
Che vino preferisci? Spesso e amaro forse? O il vino dolce e pesante che fanno a Creta? Prendi ció che vuoi”.
Ade era scuro di pelle, di un nero violaceo, come i grandi surí indomabili.
Era brutto a vedersi, senza rimedio. Aveva una barba rada sul mento, come quella dei caproni e lunghe mani affusolate e lunghe unghie. Puzzava come un cinghiale selvatico.
“Non devi aver paura”. Lo guardó ancora. Il suo odore era nauseabondo. Portava un mantello di pelle di cavallo nero setoso e lucido.
“Mangia bambina, bevi il vino che preferisci.”


A Persefone facevano paura i suoi occhi, piú di ogni altra parte del corpo.
Erano forti succhielli che gli si poggiavano alla pelle e tirando cercavano di strapparla. Persefone non aveva fame. La sua vita sconvolta in cosí poco tempo gli aveva inacidito il sangue come l’aceto. Abbassó la testa e si guardó le piccole mani bianche.
Ade disse: “Mia cara sposa, non avere vergogna di sedere alla mia tavola. Insieme mangeremo e non dovrai aspettare ch’io finisca come le donne d’Atene. Su non indugiare allora, cosa aspetti? Vuoi incominciare con un poco di formaggio fresco e fragrante? Prendi, Persefone, mia cara, sposa bambina”. Persefone rispose, senza guardare in faccia il signore degli inferi.
“Ecco mio signore il mio sangue é rimescolato per l’accaduto” – disse guardando il piatto.
“Di Mia madre Demetra bramo il bel viso e i suoi capelli sfavillanti al sole, il suo dolce sorriso e le figlie di Oceano con cui giocavo a cogliere i fiori”. Detto questo, abbassó il bel viso di alabastro e non trattenne il pianto.
Un altro dio si sarebbe di certo adirato ma Ade era paziente, sicuro che avrebbe prima o poi conquistato Persefone.
“Voglio solo un bicchiere di quell’acqua di fonte che quando é fresca é soave piú del miele”. – Cosí ne aveva cantato le lodi un poeta”.
Alzó il viso guardando la Fronte di Ade senza incontrare i suoi occhi. “Vuoi acqua di fonte? Disse Ade. “Abbiamo anche acqua di fonte, é la piú soave di tutte giacché proviene dai campi Elisi”.

È dolce di un sottile profumo di miele e di viola. Bevine quanto vuoi mia sposa. Persefone ha un brivido ma non osa voltare la testa verso i drappi neri del talamo. Di tutte le pietanze imbandite che erano apparecchiate sul tavolo lungo non ne sentiva la voglia. Nemmeno un pezzo di focaccia insaporita con sale e rosmarino riuscì a ingoiare, la sua bocca era asciutta. Non vuoi mangiare proprio nulla? Le chiede Ade con un po’, di rimprovero. Persefone pensa che le sue parole non suonano come quelle della madre. Ade cerca di essere bene accetto e dice cose che non direbbe solo per compiacerla. Ci sono le olive e c’è molta frutta. Dice accompagnando le pietanze con una mano. è mortalmente pallida e sente l’urto del vomito salire. Davvero, non vorresti nessuno di questi cibi? Guarda : Noci, mandorle, fichi. Prendi mia dolce sposa, prendi ciò che vuoi. Quando sorride con quei grossi denti guasti e sgraziati Persefone ha un sussulto, ma lo guarda per qualche istante ancora per prendere coraggio: ha le sopracciglia folte e nere ed i suoi peli e la sua capigliatura sono ispidi come quella dei cinghiali, la sua pelle è nerastra e lucida. Ade guarda i suoi piccoli piedi agitarsi sotto il tavolo, bianchi come i capretti delle nevi di Tessaglia appena nati, che si muovono avanti e indietro senza toccare terra. Lei siede sul trono di legno intagliato, troppo grande per lei e troppo alto; a vedere questo Ade prova un intimo dispiacere: le labbra della ragazza sono pallide e tremano mentre parla, le sue lunghe ciglia sono quasi sempre abbassate. Ade quasi se ne dispiace, non vorrebbe approffitarsi di questa piccola sposa del terrore, ma anche lui ha pure il diritto di avere una sposa e di disporne. Forse che Zeus suo fratello non abbia mai avuto avventure? Ora era il suo turno, di diritto. Ade indugia ancora su Persefone e la sua persona e vedendola così da vicino se ne dispiace ancora, ma per un altro motivo: Persefone è ancora troppo bambina, poco formata, il suo bacino è stretto e per ora non sarà in grado di dargli dei figli senza rischiare la vita. Ade continua ad indugiare sul corpo asciutto e teso di Persefone, scuotendo un poco la testa, deluso: il petto è poco pronunciato, la pelle è tesa come quella di un tamburo, lui che la vorrebbe soffice come formaggio appena fatto. Ma c’è un modo per risolvere questo problema, pensa Ade. Qui nelle tenebre del mondo infero il tempo scorre diversamente, soprattutto negli strati più profondi, basterebbero un paio di mesi laggiù che passerebbero per lei almeno due anni se non di più, tre o addirittura cinque. Ade sospira ancora, ma lui la ama, non v’è dubbio. Dovranno trasferirsi in fondo, nella miniere di sale dove il sole attraversa i crepacci . (Continua)

(1) https://www.ilviaggioinsicilia.it/il-mito-del-ratto-di-proserpina/

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