Storia Antica

Il cielo nascosto

Lungo il sentiero della conoscenza di sé, c’è una luce che illumina i passi: il riverbero dell’altro. Non c’è edificazione e cura dell’interiorità senza l’accoglimento dell’altro. E l’altro ha la forma del visibile naturale, con le sue specie viventi, con le sue terre e mari e astri e galassie. E ha il volto del tu, che è principio del riconoscimento di sé. Del colloquio con queste presenze si alimenta la vita dell’interiorità.

Da: “Il cielo nascosto – Premessa”, di Antonio Prete

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Storia Antica

Inni a Dioniso

L’Inno appare a tutti gli effetti come un componimento antico, del tutto tradizionale sia nella lingua che nello stile, come viene proposta dagli studiosi Halle, Halliday e Sikes, che lo collocano nel VII-VI sec. a.c..

Afrodite incorona un’erma dedicata a Dioniso, Myrina, 100-200 a.c. – British Museum

Dioniso, figlio di Semele gloriosa io ricorderò: come egli apparve lungo la riva del limpido mare, su di un promontorio sporgente, simile a un giovanetto nella prima adolescenza; gli ondeggiavano intorno le belle chiome scure; sulle spalle vigorose aveva un mantello purpureo. E presto, nella solida nave, apparvero veloci, sul cupo mare, pirati tirreni: li portava la sorte funesta. Essi, al vederlo, si scambiavano segni fra loro: rapidamente balzarono fuori e subito afferrandolo lo deposero nella loro nave, pieni di gioia nel cuore. Pensavano infatti ch’egli fosse figlio di re cari a Zeus, e volevano legarlo con legami indissolubili ma i legami non riuscivano a tenerlo, e i vincoli cadevano lontano dalle sue mani e dai piedi; egli se ne stava seduto, e sorrideva con gli occhi scuri. Il timoniere, comprendendo subito esortò i suoi compagni, e disse:«Amici, chi è questo dio possente che avete preso, e tentate di legare? Nemmeno la nave ben costruita riesce a portarlo. Certo, infatti, egli è Zeus, o Apollo dall’arco d’argento, o Posidone: poiché non è simile agli uomini mortali ma agli dei che abitano le dimore dell’Olimpo. Suvvia, lasciamolo andare sulla terra nera, subito; e non mettete le mani su di lui, che egli, adirato, non scateni venti furiosi, e grande tempesta». Così parlava, e il capo inveì contro di lui con parole di scherno «Sciagurato, bada al vento, e spiega con me la vela della nave manovrando tutti i cavi: a costui penseranno gli uomini. Io prevedo che egli verrà fino all’Egitto, o a Cipro, o fra gl’Iperborei, o più lontano, ma infine una buona volta ci rivelerà i suoi amici e tutte le sue ricchezze e i suoi parenti; poiché un dio ce lo ha mandato». Così dicendo issava l’albero e la vela della nave; il vento soffiò in piena vela, e i marinai, dai due lati, tendevano i cavi. Ma ben presto apparvero loro fatti prodigiosi.

Dapprima, sulla veloce nave nera, gorgogliava
vino dolce a bersi, profumato, da cui si effondeva un aroma soprannaturale: stupore
prese tutti i marinai, quando lo videro.
Subito dopo si distesero lungo il bordo superiore della vela
tralci di vite, da una parte all’altra, e ne pendevano abbondanti
grappoli; intorno all’albero si avviticchiava
una nera edera ricca di fiori, su cui crescevano amabili frutti;
e tutti gli scalmi erano inghirlandati. Essi allora, vedendo queste cose,
ordinavano al timoniere di guidare a terra la nave.
Ma il dio, sotto i loro occhi, nella nave, si trasformò in un leone
dallo sguardo pauroso e bieco: essi fuggirono a poppa
e intorno al timoniere dall’animo saggio
si fermarono attoniti: il dio, d’improvviso balzando,
ghermì il capo; e gli altri, evitando la sorte funesta,
come videro, si gettarono fuori tutti insieme, nel mare divino,
e diventarono delfini. Ma il dio ebbe pietà del timoniere:
lo trattenne, e gli concesse prospera sorte; e così gli disse:
«Coraggio, nobile vecchio, caro al mio cuore;
io sono Dioniso dagli alti clamori, che generò la madre
Semele, figlia di Cadmo, unendosi in amore con Zeus».

Salve, o figlio di Semele dal bel 
volto: non è possibile,
per chi si dimentica di te, comporre un dolce canto.

Traduzione di Cassola,da Inni omerici a cura di F. Cassola, Mondadori, 1975, 291 e segg.

Satiro con Dioniso bambino, Napoli

Quando Dioniso scoprì il vino e i suoi effetti, decise di farlo conoscere a tutti gli uomini e con il suo corteo di ninfe, satiri, egipani e baccanti, chiamato Thiasos, intraprese un lungo viaggio intorno al mondo. Andò prima in Egitto, poi nella Siria; attraversò l’Asia, si spinse fino in India; nel viaggio di ritorno passò per la Frigia, la Tracia, in Beozia, in Argolide, nell’isola di Chio e finalmente nell’isola di Nasso, la più grande delle Cicladi. Quando Bacco giunse in Tracia il frastuono del suo culto con balli, canti e suoni di tamburi, arrivò alle orecchie del re del paese Licurgo; dubitando che si trattasse del rito bacchico si recò sul posto e nascondendosi vide le Menadi e i Satiri agitarsi follemente, li circondò e cominciò a lanciare frecce. Solo Bacco riuscì a scamparla gettandosi in mare, dove Teti lo accolse amichevolmente, gli altri furono fatti tutti prigionieri. La punizione non si fece aspettare; Licurgo impazzì e siccome per sfogare la sua rabbia stroncava tutte le viti che incontrava con un colpo di scure ammazzò il suo stesso figlio, scambiandolo per un ceppo. Tanta era la forza che la scure ricadde sui suoi piedi e lo ferì, alle sue urla di dolore le catene che tenevano legate i Satiri e le Menadi si sciolsero, e tutti si scagliarono contro Licurgo facendolo a pezzi.

Una sorte simile toccò a Penteo, re di Tebe e cugino di Bacco. Quando Dioniso si recò in Beozia, dove appunto regnava Penteo, non fu accolto molto bene dal cugino che per legami di parentela avrebbe dovuto ben favorire l’iniziazione al vino agli abitanti della città. Il re si irritò quando vide gli abitanti di Tebe, soprattutto le donne, abbandonare i proprio lavori per unirsi alle danze e festeggiamenti delle Menadi, correre con le fiaccole accese sui monti, nel pieno del delirio del baccanale; la stessa madre di Penteo si unì alle Menadi e il re per punire i suoi sudditi incatenò e fece prigioniero Bacco. Il dio scollò le spalle e le catene caddero, contemporaneamente la folgore di Zeus, per punire il sacrilegio,

incendiò la reggia di Penteo il quale, invece di chinarsi umilmente, si irritò ancora di più. Si recò nei luoghi del baccanale, rabbioso e ostinato, nel delirio le donne tra cui sua madre e le Menadi, si scagliarono su di lui e lo uccisero, poi le sue sorelle Ino e Autono e lo squartarono.

In realtà, l’unico dato comune fra tutti i miti è proprio il fatto che qualcuno – il re, le figlie del re, il popolo – si rifiuta di accogliere le orge. Significativo è il contrasto fra due versioni dello stesso episodio: la follia delle Pretidi. Essa è spiegata sempre come un castigo. Ma, quando l’episodio è inquadrato nei miti di Era, le eroine sono punite per aver oltraggiato il simulacro della dea; nella versione dionisiaca, la colpa consiste in una opposizione al nuovo culto. Il fatto che vari temi rituali siano – per quanto riguarda Dioniso – collegati sempre alla medesima idea, dimostra almeno che questa idea aveva antiche e salde radici. Tuttavia non si può affermare che l’orgiasmo fosse del tutto ignoto ai greci del II millennio. Se non altro, era noto nella Creta minoica (come appare dalle scene di danza estatica raffigurate su gemme e sigilli). I greci fecero propri molti aspetti della cultura minoica, anche prima del XV secolo, epoca in cui conquistarono l’isola. Un’ipotesi equilibrata è che la tradizione dei culti orgiastici, in origine largamente diffusa nell’area mediterranea, abbia attraversato in Grecia una fase di decadenza e di oscurità, e sia poi rifiorita per influssi esterni, provenienti secondo la ben fondata opinione degli stessi autori antichi, dalla Tracia e dall’Asia minore. Solo così, del resto, si può spiegare perché, fra i vari nomi della dea terra, abbia avuto tanta fortuna in Grecia un nome frigio come Semele. Il rinascimento dell’orgiasmo, comunque, deve aver avuto inizio già prima di Omero, perché nell’Iliade Dioniso è definito μαινόμενος (= in preda alla follia) e Andromaca è paragonata a una menade (VI 132, XXII 460). Non va poi trascurato il fatto che per Erodoto le orge dionisiache sono ormai un elemento caratteristico della cultura greca. Fra gli aspetti delle cerimonie orgiastiche è l’uso del termine Βάκχος. Esso forse, in origine, indicava solo i tralci o i rami di varie piante che gl’iniziati portavano; poi gl’iniziati stessi, i «baccanti». Le rappresentazioni teatrali si svolgevano durante le feste in onore di Dioniso, le quali  avevano fin dall’antichità un’importanza panellenica e richiamavano i cittadini di tutta la Grecia. Le feste più importanti erano:  le Piccole Dionisie (o Dionisie rurali), le Lenee, le Antesterie e infine le Grandi Dionisie..

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Storia Antica

Kinds of Silence — words and music and stories

Novelist, poet, playwright, and psychotherapist Paul Goodman (1911–1972) identified nine types of silence in his book, “Speaking and Language: Defence of Poetry”. “Not speaking and speaking are both human ways of being in the world, and there are kinds and grades of each. There is the dumb silence of slumber or apathy; the sober silence […]

Kinds of Silence — words and music and stories
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Antonella Sica | L’ira notturna di Penelope — Inverso – Giornale di poesia

a cura di Giuseppe Martella per “L’ira notturna di Penelope” (Prospero, 2022)

Antonella Sica | L’ira notturna di Penelope — Inverso – Giornale di poesia

Antonella Sica | L’ira notturna di Penelope

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a cura di Giuseppe Martella
da L’ira notturna di Penelope (Prospero, 2022)
fotografia di Greta Asborno


Ho incontrato Antonella Sica di recente, in occasione di un evento poetico. Non avendo mai letto niente di lei. Incuriosito ho acquistato il suo ultimo libro, L’ira notturna di Penelope, e l’ho letto d’un fiato non pensando affatto di scriverci su una recensione. Ma il testo mi ha catturato nelle sue pieghe, come una tela di ragno una mosca, nei suoi punti in croce, nelle sue scuciture notturne che preludono alle albe di nuovi giorni. Come la tela di Penelope che disegna in contrappunto il labirinto marino di Ulisse, le svolte dell’intreccio dell’Odissea, compiendo l’archetipo frastagliato del Nostos omerico come lo stampo di ogni narrazione letteraria avvenire. Non solo, ma anche dell’interpretazione di testi e messaggi, dell’ermeneutica insomma, esistenziale e filosofica: la cura dell’interpretazione, genitivo soggettivo e oggettivo.
Questa Penelope dis/fa infatti ogni notte con cura, con ira temperata, la tela che tesse nel rosario dei giorni. “Notturna” è qui da intendersi anche come ctonia, fuoco che cova sotto le ceneri, e “ira” appunto è da intendersi come “temperamento”, sia in senso psicologico che musicale. Da un lato come la misura di colei che, animata da una passione indomabile, sa tuttavia alzarsi da tavola quando ha ancora fame. Dall’altro come quell’insieme di accorgimenti tecnici che consentono di modulare i temi di una forma sonata, e di passare tra i modi, maggiore minore, in quella “fuga per canone” che è l’espressione di una vita, con le sue variazioni, pause, accordi, sviluppi e riprese, in vista di una risoluzione finale che non arriva mai.
Pensiamo dunque all’Arte della fuga di Bach come a un modello da tenere a mente, accanto a quello dell’Odissea, nel nostro viaggio attraverso questo labirinto marino, costellato di tempeste e approdi provvisori. Perché il mare qui, screziato di riflessi e lampi, è il materiale di costruzione delle architetture poetiche di cui si tratta. Delle case e delle stanze in cui si abita: case dell’essere e stanze della memoria, rifugi e prigioni di un’esistenza domestica che si apre sul cosmo periglioso e affascinante di una che vuole viaggiare leggera, consapevole che “non c’è terra mai/ ma il viaggio”. (53) Di un io poetico, insomma, che sa temperare la sete di scoperta di Ulisse dalla mente tortuosa (polytropos), con la pazienza altrettanto astuta della sua sposa che ordisce piccoli inganni quotidiani, compiendo insomma una ricognizione speculare rispetto a quella dell’eroe: cercando cioè di dare un senso alla propria vita, di riempire le proprie “stanze vuote”, scucendo e ricucendo a proprio modo quella tela di Ananke che le antenate le hanno cucito addosso come un destino; disfandola sempre di nuovo punto a punto, in una caparbia temperata insurrezione, “combattendo/ l’ira notturna di Penelope”, (2) per una composizione di luogo che è al contempo esercizio spirituale e poetico, l’apprendimento del mestiere di vivere e dell’arte di catturare l’angelo nella sillaba. In una costante equivalenza fra tela e testo, nonché fra compitazione e costruzione. Fra vivere, costruire e abitare. Del resto poesia e costruzione sono etimologicamente connesse, così come il tedesco Dichtung (poesia) e il sanscrito tichtein (tetto). Così si costruisce man mano la bugia poetica come farmaco (rimedio-veleno) per il disincanto del mondo e per il disamore che lo alimenta. Il rovescio del fuoco, il suo riflesso nell’acqua o nel vetro di una finestra che si fa specchio della tua ombra.
L’amore infatti, nella sua incostanza, è il protagonista di questa silloge: il grande demone ambivalente del Simposio, figlio di Poros (abbondanza) e Penia (indigenza), perennemente inquieto e bisognoso di cura, ma in grado di fornire quella linfa all’anima che può farle spuntare le ali per spiccare il volo verso un cielo di idee che potranno incarnarsi negli accordi di un amore riuscito che spezzi le catene della legge e scuota le mura del tempio, rischiando di suscitare l’invidia degli dei. (Calasso). Eros uranio e ctonio, macro e microcosmico. Eros che crea fresche figure nella coda dell’occhio, nella periferia dello sguardo, nel suo ripostiglio segreto – sguardi e riguardi della memoria: “Ti porterò in periferia/…Ti porterò, quel giorno,/ a cercare tutto il bello/ dimenticato nel doppio fondo/ del nostro sguardo.” (21) L’amore condiviso che scuce i nodi del tempo, consentendone un nuovo montaggio, rinnovando il progetto esistenziale ai confini del silenzio e della luce, e che poeticamente detta l’alternarsi di battere e levare, di pause e riprese, di vuoti e pieni, in un vissuto che da sé si cancella depositandosi ne luogo congiuntamente composto e nella pronuncia del nome dell’amato: “da quando ti amo/ non esiste più l’amore/ ma solo il tuo nome/ e un posto dove siamo.” (24) In un costante equilibrio fra scrittura e vita, tecnica e respiro, che trova un senso nel “labirinto di parole”, animato da un refolo di vento. (26) Nel variegato gioco degli sguardi che caratterizza tutti i canzonieri d’amore: nell’accordo felice, nella giusta misura guadagnata attraverso la cura reciproca, la grazia di una gioia condivisa che fa della stanza prigione un nido provvisorio e uno scrigno per l’integrità del sé. Un’integrità sempre da ricostruire, attraverso svuotamenti e cadute, sdoppiamenti e annichilimenti, dubbi, pieghe e ripieghi, eccessi e perdite, crepe e disperazione, gettando dalla finestra del corpo prigione sguardi periodici sugli scenari dei decenni che si succedono nella nostra memoria. E magari trovando talvolta un “Transitorio porto sicuro” nel bambino che abbiamo generato o che ci portiamo dentro, obbedendo ai legami del sangue, disegnando per lui “strade di parole e case di nebbia” (46). Rievocando il profilo del fanciullo divino (Kurios) che gioca sulla spiaggia dei primordi rimescolando sabbia e sassolini e così dis/facendo un mondo nella terra madre, e scavandosi in essa un buco in cui sparire (grembo e nicchia ecologica), e poi all’improvviso correre incontro alle “onde bianche a ridare/ l’uniforme di sabbia al fondo.” (48) In una tenera spassionata evocazione del distacco che ci attende tutti, madri e figli, a ogni biforcazione evolutiva, onto e filogenetica, quando “s’allenta il nodo della somiglianza” (50) e lui, erede d’amore (nome e genoma) appare all’orizzonte come “un funambolo vestito di nebbia/ in bilico sull’ordito della mancanza” che “ad ogni filo tuo ne sottrai uno mio.” (50)
E’ così che infine si può pervenire allo svuotamento del sé, alla “vita semplice delle ombre”, (52) nella comunione poetica ed esistenziale, nell’intreccio ribadito, nella convergenza punteggiata, tra vita e scrittura: “ogni vita si riassume/ in una pagina scarna/…in un punto solamente/ e un congedo senza parola/ scritto ancora nel corpo/ che mai sarà memoria” (54), in un percorso scandito da “punti di non ritorno”, nella consapevolezza acquisita della carenza costituiva dell’eros, dell’amore insufficiente, come principio di raccordo tra vita e forma.
Nel ricordo ancestrale di una infanzia del mondo presso cui non si può sostare a lungo, sui confini tra i regni del creato dove, in una lontana eco dei Quattro Quartetti eliotiani1, “bambini sacri corrono sul tronco/ fanno capanna all’ombra delle fronde/ mischiando bisbigli e indovinelli/ alle carezze incerte delle foglie.” (58) E come nella cosmogonia orfica qui, nella luce lunare, il vento e la notte si uniscono per generare un uovo d’argento da cui nasce Eros e da lui tutte le cose, “il loro nero ingombro.” (59) In una genealogia in miniatura, una delicata vertiginosa discesa attraverso le case abbandonate del mare dove si incontrano “piccoli granchi/ tenera corazza/ [che] corrono sorpresi/ pensieri inattesi” (60) o gocce che pregano “sulla soglia/ della ferocia primordiale/ di ciò che mai sarà detto.” (62)
Nel gioco ormai collaudato tra dentro e fuori, micro e macrocosmo, dove il male si può declinare in tono minore, quotidiano, domestico, “nell’avanzo di percorsi abituali” (65). Fino a che, a mo’ di epilogo, nel solito connubio di vita e scrittura, si disegnano in anticlimax costellazioni della traccia, nella pacata consapevolezza della loro impermanenza: “i miei fogli di tormento/ diventeranno carta/ su cui appuntare i fantasmi/ di una nuova vita/ o la lista della spesa.” (66)
Schegge di parole in via di espropriazione che si condensano nella dichiarazione di una poetica del pudicizia, nel senso suggerito dalla parola “Aidos” (che significa pudore e misura, modestia e rispetto), personificazione di una divinità greca arcaica, spartiacque fra Vendetta e Giustizia, soglia mobile e resiliente fra la rete di Ananke e la bilancia di Dike: cesura po/etica, tratto che lega mondo e discorso, riassumendo l’insurrezione temperata e coltivata nella giustezza delle figure e degli accenti dei versi che fluiscono senza schemi preordinati ma obbedendo a una misura intima che trattiene l’incandescenza interiore, da cui più che lampi accecanti emanano una luce e un calore diffusi, come una radiazione cosmica di fondo o la fusione nucleare lenta di un atomo di idrogeno custodito nel cuore di questa Penelope che ha imparato combattere punto a punto la propria ira notturna, trasformando l’eredità ricevuta nella vocazione per ciò che Saba chiamava “poesia onesta”, quella che non si abbandona all’artifizio fine a se stesso ma cerca solo di custodire ed esprimere l’urgenza che preme di dentro: “le mie parole sono semi custodi/ dei germogli della terra di dentro/…Per questo non posso dar voce/ a un dolore che non conosco:/ per pudore, per rispetto/ per non trovare un giorno in mezzo al petto,/ un mazzo di fiori di plastica rossi/ né vivi né morti.” (69) A questa interpellanza ho risposto in sintonia, senza nessuna premeditazione.


1“Via, disse l’uccello/ perché le foglie erano piene di bambini/ nascosti con eccitazione, trattenuto il riso. Via/ via, via, disse l’uccello: il genere umano/ non può sopportare troppa realtà.” (Quattro quartetti: Burt Norton, I, vv. 44-45)

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Venere e il matrimonio

LE DONNE SONO PER CASO INADATTE?

Digressioni di un autore del ‘500, Michele Montaigne

(….) Ai miei tempi ho visto in qualche buona famiglia usare il matrimonio come espediente scorretto e imbarazzante per stroncare l’amore. Le prospettive sono molto diverse. Non ci facciamo problemi ad amare due cose differenti ed addirittura opposte. Secondo Isocrate, Atene era bella come le amanti. Si amava passeggiare per le sue vie, trascorrervi del tempo. Ma nessuno voleva sposarla, cioè stare a risiedere con lei. Mi hanno sempre dato fastidio i mariti che odiano le mogli perché le tradiscono. La nostra colpa non deve indurci ad amarle di meno. Almeno il nostro pentimento e la nostra compassione dovrebbero rendercele più care. A tal proposito Virgilio parla di scopi differenti e nondimeno compatibili. Il matrimonio presenta tutti i vantaggi dell’utilità, della giustizia, dell’onore e della costanza. Garantisce un piacere piatto, ma duraturo. L’amore si fonda invece soltanto sul piacere, che qui è più stuzzicante, acceso e pungente. Un piacere solleticato dalle difficoltà. Deve pizzicare, bruciare. Senza dardi e senza fuoco non sarebbe amore. Le mogli sono troppo generose della loro liberalità. Smussano la punta della passione e del desiderio. c Basta vedere quanto si sforzano Platone e Licurgo nelle loro leggi per evitare questo intoppo. b Le donne hanno ragione a rifiutare le norme del nostro mondo, anche perché gli uomini le hanno fatte senza di loro. Ovviamente è tutto un accapigliarsi e litigare. E ogni volta che ci troviamo d’accordo con loro è sempre dopo tumulti e tempeste. Secondo Virgilio siamo folli a trattare le donne in questo modo dopo aver riconosciuto che sono incomparabilmente più calde e brave di noi nei giochi dell’amore. Lo testimonia il sacerdote che fu sia uomo che donna e conosceva l’una e l’altra Venere 1
oppure la storia di un imperatore e di un’imperatrice di Roma che, in periodi diversi, furono maestri e famosi in cose del genere. Lui sverginò, è vero, dieci giovani sarmate illibate sue prigioniere nel giro di una notte. Ma lei, dal canto suo, ebbe, sempre nel giro di una notte, venticinque rapporti con uomini diversi, che cambiava a seconda delle voglie e del suo gusto:
Si ritirò stanca, con la vulva tesa, riarsa dal piacere, ma non sazia di maschi. 2

(…..) I dottori non mancano di chiedersi quale sia la natura del desiderio e della voluttà femminili, quali le dimensioni della ragione, dell’austerità e delle virtù delle donne. Tenendo conto dei giudizi contrastanti sui nostri desideri e del fatto che Solone, capo della scuola giuridica, per non sbagliare riduce questa pratica coniugale a sole tre volte al mese b, abbiamo stabilito e ci siamo convinti che la continenza sia una dote propria delle donne, e l’abbiamo garantita con pene capitali ed enormi. Non c’è passione più urgente alla quale pretendiamo che resistano solo le nostre donne. E non semplicemente come se si trattasse di un vizio, ma come se ci si trovasse di fronte a una cosa abominevole ed esecrabile, peggiore perfino dell’ateismo e del parricidio. Ma noi uomini capitoliamo semenza sentirci colpevoli e senza biasimarci. Chi fra di noi cerca di farsene una ragione deve ammettere che si tratta di una cosa difficile o forse anche impossibile. Prova a servirsi di rimedi materiali per domare, indebolire e raffreddare il proprio corpo. Eppure le donne ci piacciono sane, forti, floride, pasciute e pure caste. In altre parole le vogliamo allo stesso tempo calde e fredde. Il matrimonio avrebbe il compito di evitare che brucino. Ma, secondo le nostre usanze, arreca loro poco refrigerio. Quando prendono qualcuno ancora caldo, nel vigore degli anni, spesso questo si vanta di spargere il suo calore altrove: Insomma, abbi pudore o ti porto davanti al giudice: il tuo membro virile mi è costato caro e non ti appartiene più, Basso; tu lo ha venduto 3
Il filosofo Polemone c fu giustamente querelato da sua moglie. Lui, infatti, seminava in un campo sterile ciò che sarebbe spettati a un campo fertile. b Quando invece sposano un uomo debole e fiacco, vivono il matrimonio peggio che se fossero vergini o vedove. Pensiamo che stiano bene, visto che hanno un uomo vicino, proprio come i romani ritennero violata Clodia Leta, una vestale appena avvicinata da Caligola benché tutti sapessero che non c’era stato niente. Ciò aumenta il loro bisogno. Il contatto e la vicinanza di un maschio risveglia il loro calore, che altrimenti sfumerebbe nella solitudine. I sovrani di Polonia Boleslao e Cunegonda, sua moglie, proprio per questo fecero voto di castità, distesi insieme sul letto nuziale, in modo da rendere questa scelta ancora più meritoria, e la mantennero a dispetto della comodità offerta dall’istituto che li univa.

Educhiamo le nostre donne alle astuzie dell’amore fin dall’infanzia. La loro grazia, la pettinatura, quello che sanno, il modo in cui parlano, tutta la loro istruzione non è finalizzata ad altro. Le nutrici plasmano su di loro il volto dell’amore. Glielo presentano di continuo e fino alla nausea. Mia figlia (cioè tutta la mia prole) potrebbe già essere in età da marito, almeno secondo le leggi che permettono alle più calde di sposarsi. Il suo fisico è ancora acerbo. E’ ancora esile e delicata. Comincia appena a svegliarsi dall’ingenuità infantile. Mentre leggeva un libro vicino a me capitò la parola fouteau 4, che in francese significa “faggio”, un albero molto comune. La sua precettrice la fermò bruscamente, facendole saltare tutto il passo. Io non dissi nulla. Non volevo intromettermi nelle regole che avevano stabilito, anche perché non mi occupo dell’educazione femminile, che è un mistero. Inutile immischiarsi. Ma ho avuto l’impressione che la compagnia di venti maschi non avrebbero potuto imprimere nella sua fantasia una comprensione più chiara delle conseguenze e dell’uso di tutte quelle sillabe scellerate, meglio del divieto imposto dalla nutrice.
Alla vergine in età da marito piacciono le danze ioniche, con le quali fiacca le sue membra, e già in tenera infanzia sogna amori indecenti. 5

Devono mettere da parte le convenienze e parlare liberamente. In questi argomenti noi, rispetto alle donne, siamo dei mocciosi. Se le sentiamo parlare tra loro delle nostre abitudini e dei nostri discorsi, possiamo facilmente capire che tutto ciò che noi diciamo loro lo sanno da sempre, l’hanno già digerito. c Non so se essere d’accordo con Platone, secondo il quale, in una vita precedente, le donne furono giovani dissoluti. b Una volta mi trovavo in un luogo in cui potevo origliare qualcosa di un discorso fatto tra donne. A un certo punto dissi: “Madonna! E perché perdiamo tempo a leggere l’Amadigi o le raccolte di Aretino o di Boccaccio per impratichirci?”. Conoscono ogni esempio o gesto meglio di qualunque libro. Quella dell’amore è una dottrina che scorre nelle loro vene.
La stessa Venere le rese consapevoli (6) e che i maestri di scuola, natura, giovinezza e salute instillano di continuo nella loro anima. Non hanno bisogno di imparare quest’arte. Sono loro a produrla.
La compagna del bianco colombo o di qualsiasi altro uccello più lascivo, che mordicchia il suo becco indefessa, gli strappa baci, non gode mai tanto quanto la donna che si abbandona alla passione. 7

1588 Michele de Montaigne, La fame di Venere, le (b) e le (c) rappresentano delle aggiunte posteriori al testo originario
(1) Giovenale
(2) Giovenale 
(3) Marziale
(4) assonanza con il verbo foutre, fottere
(5) Orazio, Odi
(6) Virgilio, Georgiche
(7) Catullo

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Canzona di Bacco e Arianna

Lorenzo De Medici – Canzona di Bacco e Arianna

   1  Quant’è bella giovinezza

       che si fugge tuttavia!

       Chi vuole esser lieto, sia,

       di doman non c’è certezza.

5     Quest’è Bacco e Arianna,

       belli, e l’un dell’altro ardenti;

       perché ’l tempo fugge e inganna,

       sempre insieme stan contenti.

       Queste ninfe e altre genti

10    sono allegri tuttavia.

       Chi vuole esser lieto, sia,

       di doman non c’è certezza.

       Questi lieti satiretti,

       delle ninfe innamorati,

15   per caverne e per boschetti

       han lor posto cento agguati;

       or da Bacco riscaldati,

       ballon, salton tuttavia.

       Chi vuole esser lieto, sia:

20   di doman non c’è certezza.

       Queste ninfe anche hanno caro

       da lor essere ingannate:

       non può fare a Amor riparo,

       se non gente rozze e ingrate;

25   ora insieme mescolate

       suonon, canton tuttavia.

       Chi vuole esser lieto, sia:

       di doman non c’è certezza.

       Questa soma, che vien drieto

30   sopra l’asino, è Sileno:

       così vecchio è ebbro e lieto,

       già di carne e d’anni pieno;

       se non può star ritto, almeno

       ride e gode tuttavia


35   Chi vuole esser lieto, sia: 

di doman non c’è certezza.

       Mida vien drieto a costoro:

       ciò che tocca, oro diventa.

       E che giova aver tesoro,

40   s’altri poi non si contenta?

       Che dolcezza vuoi che senta

       chi ha sete tuttavia?

       Chi vuole esser lieto, sia:

       di doman non c’è certezza.

45    Ciascun apra ben gli orecchi,

       di doman nessun si paschi,

       oggi sìan, giovani e vecchi,

       lieti ognun, femmine e maschi.

       Ogni tristo pensier caschi:

50   facciam festa tuttavia.

       Chi vuol esser lieto, sia:

       di doman non c’è certezza.

       Ciascun suoni, balli e canti,

       arda di dolcezza il core:

55   non fatica, non dolore!

       Ciò che ha esser, convien sia.

       Chi vuole esser lieto, sia:

       di doman non c’è certezza.


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Il Tiglio e la dea

Tillia cordata. Il tiglio… anzi, al femminile, perché il tiglio è sacro ad Afrodite.
Il tiglio é la madre di Chirone, il sapiente centauro, speziale ed erborista degli eroi. Derivò il suo sapere proprio dalla madre Filira che si era unita a Crono per generarlo. Anche Crono era un bel libertino, come lo sarà il figlio Zeus più tardi e come il figlio, aveva una moglie gelosa. Colto sul fatto con la bella Filira non riuscì a far meglio che darsela a gambe in forma di cavallo. Filira restò gravida e diede alla luce Chirone, mezzo bimbo e mezzo cavallo. La madre inorridì e supplicò il padre (Oceano….mica bruscolini) di mutarla in pianta, la Tillia appunto.

Il tiglio ha una forte valenza femminile essendo in grado di far sbocciare la femminilità anche negli uomini: in Persia viveva una tribù di uomini, gli Enarei, che avevano offeso Afrodite, avendo saccheggiato il suo tempio ad Ascalona, in Siria. La dea li aveva puniti privandoli della mascolinità ma aveva concesso loro il potere di predire il futuro dalla corteccia dei tigli. Questa storia che ci racconta Erodoto fa eco alle tradizioni sciamaniche siberiane in cui per raggiungere il piano divino gli sciamani, maschi, dovevano abbracciare l’universo femminino, diventare donne, entrare in comunione con la dea anche con travestimenti e l’uso rituale delle piante a lei consacrate, per poi trarre le proprie divinazioni da tre strisce di corteccia di tiglio avvolte tra le dita.

Il tiglio è molto longevo e può raggiungere i mille anni d’età; é un albero maestoso con un tronco forte e robusto. Ha grandi palchi legnosi su cui produce molti piccoli rami dell’anno, per cui possiede un fogliame molto fitto. Sotto la sua ombra conversavano i saggi del paese e spesso era un grosso tiglio il fulcro di una cittadina.
Dal libro (il tessuto di un tronco che sta tra corteccia e legno) si ricava carta e stuoie e con la corteccia si producevano corde (con un procedimento di pettinatura simile a quello usato per la canapa).

Nel mese di Giugno i tigli fioriscono, con non pochi disagi per gli allergici, spandendo nell’aria delle città un dolce aroma. Questo é il momento per cogliere le alate, eleganti infiorescenze; il the di tiglio é, in spagna, famoso come la camomilla ed ha preziosissime caratteristiche. Una tisana di fiori di tiglio prima di dormire, propizia il riposo, arricchisce i sogni, rilassa le membra e tranquillizza i nervi.
Un’altro uso tradizionale e come blando sudorifero. La sudorazione espelle tossine, favorisce il ricambio termico e spesso é un buon modo per guarire dai primi sintomi di un malanno; Sudare anzi, a dispetto della moderna concezione, è sano e migliora notevolmente il nosto equilibrio metabolico. Oggi si pensa al sudore con disagio o con disgusto ma una funzione fisiologica tanto importante non può e non deve essere vissuta con disagio. Attraverso il sudore ad esempio esprimiamo i nostri stati d’animo ad un livello che viene percepito istintivamente da chi ci circonda oppure liberiamo i nostri ormoni nell’aria affinché raggiungano le narici del partner. I vecchi marinai di molti porti (liguria) raccontano di come fossero preferiti i compagni più “aromatici” nei postriboli dove si mescolava l’umanità, “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi”.
Questo tipo di comunicazione ci é preclusa perché le società umane, non solo quelle moderne, cercano di mascherarla il più possibile attraverso l’uso di profumi e deodoranti che ci rendono muti e sordi a questo senso relegato oramai a solo retaggio animale.

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Storia Antica

La Fame di Venere

1 Albio, non devi soffrire troppo al ricordo
della crudele Glicera, non devi intonare
elegie lamentose se uno più giovane
ti eclissa e la fa mancare alla sua parola.


5 Licoride dalla fronte sottile arde d’amore
per Ciro, Ciro invece inclina verso la ruvida
Foloe ma prima si accoppieranno i caprioli
ai lupi di Puglia che Foloe
si unisca a un amante brutto
.
10 Così vuole Venere, che con uno scherzo
crudele ama sottomettere a un giogo di bronzo
anime e corpi diversi.

E anche me, mentre un amore più nobile
mi voleva, mi strinse in dolci
15 catene la liberta Mirtale, più violenta
dell’Adriatico che forma i golfi pugliesi.

Venere cerco, come in un sogno; Venere supina, con le bianche carni accecanti le cosce ardenti; Venere che allunga le braccia verso di me le ascelle e il ventre ricoperti di brina, lei che non può aspettare e mi sprofonda in un mulinello di acque blu marine dove la luce filtra appena; alla mia età mi ispira ancora e ritorna fino a che il suo ricordo diventa profumo e poi presenza. Ricordo l’ultima volta ancora ricordo che era poco tempo fa che i fremiti mi attraversavano le ossa ma vale qualcosa ricordare le sue membra morbide e dolci, i pensieri sottili che si insinuano come tarli nel giorno, bianchi come l’avorio ed umidi, i suoi spruzzi di mare sugli scogli? vale la pena ricordarli? Da quella schiuma di sperma e conchiglie coi frutti frementi, io conservo il ricordo. Vorrei che mi abbracciasse ancora una volta restituendomi il mio antico vigore ancora cavalcare a pelo l’odore e il sudore della bestia, ritrovarsele sulle mani tra i capelli di lei. La dea che dispensa è anche quella che toglie..ma perchè lasciarmi con questa fame, condannarmi a un inverno in cui vivono i ricordi? Non sarebbe meglio, giunto ormai alla mia età avere il potere di cacciarli via come uccelli notturni dalla camera da letto? L’inverno dell’uomo è costellato da ricordi brucianti, da malanni distillati dall’anima che infettano il cuore; i memento vivi sono peggiori dei memento mori . Per inclinazione ci abituiamo all’inverno lentamente ci adattiamo a quel gelo e anche allo sfacelo del corpo sono cose che non costano molto alla fine e che soprattutto non fanno rumore: tutto cospira ad accettare la morte e anche le parole in quel giardino ovattato di qualche filosofo o scienziato leniscono e assecondano quel viaggio, preparandoci in silenzio senza schiamazzi. Ma ecco che invece del chiarore mitigato della sera spuntano contrafforti, immagini dai colori accesi e urla violente, tentacoli che stringono e che non esistono più da quaranta, trent’anni, che dovrebbero essere diventate sabbia, tornano a ferire il giorno con una luce forte, bordata di bianco, che tutto illumina come un’aureola. E’ il colore della giovinezza, i suoi ricordi trasportati dal calore bianco, tornano sempre; a volte si limitano a sventolare la loro opportunità mancata . Ma perchè e cosa sono questi ricordi che sono agitati osceni davanti che mi feriscono gli occhi? Vogliono ricordare ancora una volta cosa significava vivere quella felicità piena in un corpo pieno di vigore, dispensatore di sussulti. Sono come presentimenti alla rovescia, vogliono imprimere una svolta dal passato. Vogliono forse insegnarci qualcosa? Forse che sto sbagliando tutto e che non si deve morire da morti?

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. “Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato”. l’amicizia è definita dalla costanza della relazione e dallo scambio comunicativo, mentre l’amore è una passione bassa, passeggera, volubile e contingente. Venere è una dea incostante e insaziabile. Non si fa problemi ad abbandonare il marito per conservarne l’intensità. La sua fame non può essere soddisfatta, “sopravvive anche quando si è sazi” e “sconfina di continuo” (1)

La natura dovrebbe contentarsi di aver reso quest’età miserabile, non c’è alcun bisogno che la renda anche ridicola. Odio vederlo stizzirsi ed agitarsi per quel meschino vigore che lo riscalda tre volte a settimana, con una furia simile a quella dei giorni migliori. Che fuoco di paglia! (c) Mi sorprende che il suo ardore, vivo e scoppiettante, si spenga e si raffreddi all’improvviso. Il desiderio dovrebbe toccare solo il bel fiore degli anni. (b) Assecondate il vostro ardore instancabile, pieno, continuo e abbondante. Sappiate che vi abbandonerà sul più bello. Rivolgetelo senz’altro a qualche ragazza tenera, stordita e inesperta, che ancora tremi e arrossisca di fronte alla verga. 

“Tu, Dea, governi da sola la natura,
e senza di te nulla approda alle divine rive della luce, 
nulla è lieto nè amabile” (1)

(…) Eros non mi ha licenziato da molto tempo. Conservo ancora il vivido ricordo della sua forza e del suo valore, riconosco i segni dell’antica fiamma  (2) 

La febbre lascia sempre un po’ di calore e di eccitazione. E questo calore non mi abbandona nell’inverno degli anni. (3) 

Per quanto mi sia appesantito e inaridito, avverto ancora qualche mite residuo dell’ardore passato

(…) La poesia ha una disposizione più amorosa dell’amore stesso. E una Venere viva, nuda e ansimante, non è bella quanto in questi versi di Virgilio:

Così la dea ha parlato, e poichè egli ha esitato, circondandolo con le braccia bianche lo riscalda in un lieve amplesso. La ben nota fiamma lo pervade d’un tratto, l’ardore consueto gli penetra le midolla e corre per le ossa frementi. Così, scaturita dal tuono corrusco, una striscia di fuoco guizzante brillando attraversa le nubi (…) Ciò detto, la stringe nell’atteso amplesso e in grembo alla sposa abbandona le membra a un placido sonno. (5) 

Tentato invano il fianco e gli inguini molli come il cuoio bagnato, che la sua mano invano ha provato a eccitare, abbandona il talamo innocuo  (6) 
Non è sufficiente che la volontà sia retta. La debolezza e l’impotenza possono rompere legittimamente un matrimonio:
Bisognava cercare da qualche altra parte un marito con maggior forza che fosse in grado di slacciare la cintura della sua verginità. (7)
Perchè no? A seconda della sua misura, un’intesa amorosa più licenziosa e attiva può venire a capo delle sue dolci necessità. (8)  

Ma non è forse indecente portare le nostre imperfezioni dove vogliamo piacere e lasciare dietro di noi stima e un buon ricordo? Per quelle che sono le mie attuali necessità, io sono capace soltanto di un unico assalto. (9) 
Non vorrei importunare qualcuno che dovrei, piuttosto, rispettare e temere
Chi ha superato i cinquant’anni non fa più paura (10) 
Come avorio indiano intinto di porpora sanguigna, o come un giglio bianco che, fra le rose, faccia risaltare il loro colore vivo (11) 

Chi può aspettare il giorno successivo e vedere senza vergogna il disprezzo di quegli occhi consapevoli della sua spossatezza e impotenza,
I suoi sguardi erano carichi di scherno, non disse neanche una parola (12) 
costui non ha mai avuto la soddisfazione e la fierezza di aver reso quegli stessi occhi pesti e appannati in una notte operosa e attiva. Quando ho visto che qualcuna si annoiava di me non ho pensato subito alla sua leggerezza. Mi è venuto invece in mente di prendermela con la natura. La quale, non c’è dubbio, mi ha trattato da incivile e ingiustamente,

Se il mio membro non è abbastanza lungo e grosso: le matrone disprezzano giustamente un membro piccolo (13) 

Michele de Montaigne, La Fame di Venere, 1588

 
1  (Plutarco)
2 (Virgilio)
3 (Jean Second)
4 (Giovenale, Satire)
5 (Virgilio, Eneide)
6 (Marziale)
7 (Catullo)
8 (Virgilio)
9 (Orazio)
10 (Orazio)

11 (Virgilio, Eneide)

12 (Ovidio, Amores)

13 (Priapea)

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Wislawa Szymborska e gli incontri fulminanti. Per una narrativa fuori dai soliti sentieri

Ringraziamento

Amore a prima vista
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

da “Vista con granello di sabbia”

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare

capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro

se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

RISVOLTO
Nei lontani anni Sessanta W. Szymborska, incuriosita dal divario fra l’attenzione che i recensori riservano ai libri ‘nobili’ (narrativa, saggistica storico-politica, classici), destinati tuttavia a restare in buona parte sugli scaffali delle librerie, e il vasto successo riscosso da libri di tutt’altro genere (quelli di banale divulgazione scientifica, manuali del fai da te, almanacchi), decise che valeva la pena di dedicare proprio a questi ultimi qualche considerazione. Non da critico professionista, certo, ma da amateur, usando il libro come pretesto per divagazioni in punta della sua caustica penna: «In ultima analisi mi sono resa conto di essere e voler restare una lettrice amatoriale, su cui non gravi l’imperativo di un’incessante valutazione. Per me, talvolta, il libro può costituire l’argomento centrale, talaltra solamente il pretesto per abbandonarmi a fuggevoli associazioni di idee».
Da allora questa eccentrica opera di scavo non si è mai interrotta, e continua a produrre anche nel nuovo secolo i suoi frutti sapidi di humour: da un malizioso commento sull’incontro tra Andersen e Dickens agli inconvenienti del vivere quotidiano a corte nella sfolgorante Polonia settecentesca; dalle improbe fatiche cui medium e occultisti devono sobbarcarsi in privato per esercitare al meglio le loro arti alle insospettate possibilità espressive dell’alfabeto cinese; dall’esilarante cronaca di una serie di non-incontri con Czesław Miłosz al ritratto ammirato di Alfred Hitchcock – un personaggio che, per il gusto dei particolari con alone di suspense e le chiuse fulminanti, in fondo le assomiglia. (dalla presentazione del libro)

Maria Wisława Anna Szymborska è stata una poetessa polacca. Premiata con il Nobel per la letteratura nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni e una delle poetesse più amate dal pubblico di tutto il mondo. Fonte Wikipedia

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Storia Antica

Sotto i cieli della Follia

Camillo Sbarbaro incontra Dino Campana

L’ Incontro tra Sbarbaro e Campana


…Sghignazzava; muoveva le membra disordinatamente.
Un disagio nasceva intorno a lui come potesse di punto in bianco, sventatamente, cavar di tasca qualche cosa d’insanguinato.
Quella volta s’era tolto di seno per me i Canti Orfici , che si portava addosso come un certificato di nascita. Più tardi, m’era venuto incontro a Genova; senza darmi la mano; con una reticenza nel volto soffuso di rossore…I miei lo sopportavano appena, per via dei pidocchi.
La sera, un virgineo pudore lo pigliava dei suoi indumenti…L’ospitalità gli fu subito di peso. Al terzo giorno non volle più saperne. Testardo, lo guardai allontanarsi col suo passo di giramondo verso i carrugi di Sottoripa. Per tutto il viatico aveva in tasca Le foglie d’Erba. – Se lo riprese il malo vento che lo cacciava pel mondo.

Sedemmo a un tavolo d’osteria come tanti prima. Io non gli chiedevo parole: mi bastava, a conforto, stare con lui. Ma Dino era sempre stato eccessivo.
“Tu eri Sbarbaro…” m’osservò ironico. Alla supplica che i miei occhi gli mossero, sghignazzò. “E ora chi sei?”
“So…Taci..” volevo dirgli.
“Allora balli ancora sulla corda! Rossetto, lapis di nero…”
“Non ho altro” volevo dirgli.
Dino cacciò il pollice in bocca e si mise a fischiare: guardandomi.
“Oste!” concluse.
Oste! E il mio vino era poco e non ubbriacava.
Ma io non gli avevo chiesto parole; mi sarebbe bastato, a conforto, stare con lui…
Per non scorgere la beffa del suo viso, mandai gli occhi per piazza Sarzano. Allora alla bocca, naturalmente, a me? a lui? vennero le sue parole:
“A l’antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell’aria pura si prevede sotto il cielo il mare…”
Dino spallucciò: “Girandole! Delle girandole, fummo”: “L’aria pura è appena segnata da nubi leggere. L’aria è rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di più rosea estate…”
Nella musica i suoi occhi si ammalavano.
E, com’acqua che trabocca: “Io vidi dal ponte della nave – i colli di Spagna – svanire, nel verde – dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando – come una melodia…”
Io non volevo sopravvivermi.
“Partiamo” dissi insensatamente.
Le spalle di Dino ballarono nell’urto del riso. “Tu non sei regolo*” sghignazzò “e io sono giunto”
“Infatti! Manicomio di Castelpulci, reparto Incurabili.”

Camillo Sbarbaro, Sproloquio d’Estate – Trucioli (1920-1928)

*Personaggio dei Canti Orfici

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