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Rio 1992, eu me lembro

Ricordi, sviluppi, sconfitte dal Summit della Terra di Rio de Janeiro

Sebastiao Salgado

Questi sono stati i secoli del predominio dei muscoli sulla mente, della imposizione sul dialogo. Perfino i principi universali che guidavano il comportamento della gente e che brillavano – tanto più oscura era la notte – nel firmamento delle idee, degli ideali e delle ideologie sono stati distrutti e sostituiti dagli avatar merceologici e militari. E così continuiamo, senza bussola nè sentiero.

Federico Mayor Zaragoza

‘In questa nuova epoca ancora da illuminare non ci sarà più un pugno di uomini ad ostentare il potere ma piuttosto, progressivamente, “noi, i popoli..”. Non un gruppo ristretto di uomini ma la gente, gli uomini e le donne. E oltre alla possibilità di capire che succede e di potersi esprimere avrà luogo il cambiamento più rilevante che stiamo vivendo : la donna, da sempre emarginata, apparirà in posizione prominente, e si comporterà secondo le sue facoltà intrinseche e non – come logicamente era stato fino ad ora – “mimetizzandosi con il potere maschile”. Il suo ruolo sarà, come mi aveva confidato il presidente Nelson Mandela a Pretoria nel 1996, “la pietra angolare della nuova era, perchè la donna esercita la forza solo in casi eccezionali, mentre solo in casi eccezionali l’uomo arriva a non esercitarla”.

Di conseguenza ci troviamo in un momento storico di grandissimo interesse e speranza ed allo stesso tempo viviamo frastornati da un potere mediatico che tramuta in spettatori la maggior parte degli esseri umani e che costituisce una colossale “arma di distrazione di massa”, per citare la felice espressione di Salvador Gallego. Sì, gli onnipotenti mercati non vogliono che, la maggior parte degli abitanti del pianeta, ora che finalmente possono, prendano le redini del destino comune. Tuttavia, consapevoli di trovarci di fronte a cambiamenti potenzialmente irreversibili,  come quelli che riguardano l’ambiente e la povertà estrema, sarebbe imperdonabile se non agissimo in tempo, lasciando in eredità alle generazioni future un pianeta distrutto, in condizioni tali da negare ogni dignità a quel mistero insondabile che è l’esistenza umana. Una vita degna è sia il preambolo che la premessa di tutti i diritti umani.

La Vida digna es el preambulo, la premisa de los derechos humanos”.

Federico Mayor Zaragoza

Bisogna dirlo. La conoscenza l’abbiamo. Ci mancano la saggezza ed il coraggio per applicarla. Il fanatismo è il nostro comune nemico. E’ imprescindibile conservare in qualsiasi momento quella coscienza che è compito d’ognuno,  in modo da esercitare una riflessione serena, una valutazione, agendo sempre in virtù del proprio giudizio e mai secondo i dettami imposti da qualcosa o da qualcuno. Oggi tutti noi  siamo al corrente di questo e non abbiamo scuse. Non potremo dire: “non lo sapevo”. Se non diventiamo protagonisti, allora saremo complici del peccato di lesa solidarietà.                     Credo sia importante ricordarsi sempre che nel preambolo del primo articolo della Dichiarazione dei Diritti Umani recita così: “Tutti i popoli delle Nazioni Unite”  – presto le ambizioni egemoniche della destra repubblicana cancelleranno i progetti di emancipazione dei cittadini come era successo alla Società delle Nazioni, che – con quale fugace idealismo! – il presidente Woodrow Wilson aveva introdotto alla fine della prima Guerra Mondiale, nel 1919. Ci troviamo agli albori del secolo e del millennio – sebbene i mercati si mostrino restii a riconoscerlo – in tempi nuovi nei quali, adesso sì, il potere del cittadino, tanto vasto quanto autonomo, avrà in mano le briglie del destino comune. In ciascun essere umano capace di creare risiede la nostra speranza.                                                                     E’ venuto il momento che ciascuno occupi il posto da protagonista che gli spetta, per arrivare alla fine a immaginare uno scenario dove uomini e donne, in piena uguaglianza e in pace, scardineranno le strutture ed i ruoli di quelli che detenevano il potere”. 1

Sebastao Salgado

Alla fine del XX secolo le Nazioni Unite convocarono una Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo Il Summit si tenne a Rio de Janeiro, Brasile dal 3 al 14 di Giugno del 1992.          L’obiettivo della conferenza fu quello di ottenere un equilibrio tra le necessità economiche, sociali e ambientali delle generazioni attuali e future; di gettare le basi per un associazionismo mondiale tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo; di incentivare la cooperazione tra i governi e i settori della società civile. Si è discusso, tra i tanti, di argomenti quali i modelli di produzione delle imprese e l’uso delle fonti alternative di energia. Dopo 12 giorni di riunioni, i 172 governi, inclusi i capi di Stato che assistevano alla conferenza, firmarono degli accordi economici e tecnici per finanziare lo sviluppo sostenibile, la trasmissione della tecnologia e l’eventuale creazione di nuove istituzioni ambientali internazionali.

Qui sotto una serie di interviste, tradotte in italiano, condotte nel tempo intercorso tra il Summit di Rio delle Nazioni Unite del 1992 e il ciclo di Conferenze di Rio+20 del 2012, fino alle ‘ultime battute’ di questi anni dove gli stessi protagonisti dei Rio 92, dopo trentanni, continuano a condurre le loro battaglie e danno sfogo alle loro ansie per un ineludibile e sempre più pressante cambiamento. Salveremo la Terra? Salveremo l’Amazzonia?                                                 Personalmente, andando a ritroso fino al Summit di Rio 92 mi sono resa conto che i principi e le convenzioni che erano state decise allora facevano parte di un quadro organico più ampio e definito, dove i diritti civili e la sostenibilità, scelte corporative e ambiente erano interconnessi. Da quasi ogni intervento, discorso o dichiarazione programmatica di allora appariva in filigrana una ‘visione’ generale, contraddistinta da chiari intenti umanistici che non erano semplicemente frutto di pensieri genericamente assolutori o perbenisti ma provenivano da un manifesto culturale di intenti ben definito, dove la povertà e i diritti degli indigeni non potevano essere esclusi da un patto di sostenibilità o da una lotta per la biodiversità, dal momento che i fili stretti che legavano e che legano tuttora le grandi industrie alle violazione dei diritti umani e ai processi di produzione di povertà e di impoverimento (delle persone, del suolo, degli oceani e degli ecosistemi) erano allora chiari ai più. Questo meccanismo di causa e effetto, un tempo chiaro, si è allentato per poi finire ‘fuori fuoco’ nella visione miope-sostenibile della contemporaneità che non prevede attriti con l’attuale sistema di produzione e che è soddisfatto dei piani di minima che gli vengono calati dall’alto senza colpo ferire. Sembra quasi che sia in atto un ‘piano di rassicurazione di massa’ per cui i consumatori si illudono, quando comprano un prodotto sostenibile, di avere un ruolo attivo nel cambiamento. Il problema è che se le cose cambiano o meglio non cambiano a questo ritmo, non ci sarà un pianeta vivibile per i nostri figli o nipoti. Quando compriamo in tutta buona fede un prodotto biologico o ecosostenibile, facciamo anche una buona azione oltre che consapevole, ma è un’azione che rimane isolata e frazionata e che non potrà risolvere il problema del cambiamento climatico o dell’inquinamento, con l’effetto di rimandarlo ad altre generazioni dopo di noi. In sintesi, la verità scomoda è che giriamo la faccia dall’altra parte. E’ per questo motivo che ho voluto dedicare questo articolo a Rio92 , per far affiorare ciò che di giusto c’era e c’è ancora in questa ‘vecchia’ visione, in questo manifesto di intenti che aveva chiaro che il problema non era solo la riconversione di un sistema basato sul petrolio a uno basato su energie rinnovabili, ma ciò che si trovava a monte di questa riconversione e che alla fine rendeva impossibile la riconversione stessa se non fosse stato messo in discussione un sistema basato sulla oppressione, sulla povertà e sullo sfruttamento . Ora noi vediamo questi due processi come slegati e non riusciamo più a distinguere l’interdipendenza tra questi ‘sistemi’, ma la verità è che le corporations e le grandi aziende continuano a violare i diritti delle persone e a sfruttare l’ambiente per poter ricavare maggiori profitti. Per la maggior parte della gente che aveva partecipato al Summit del ’92 questi erano meccanismi e realtà palesi. Ora L’Amazzonia è diventata il campo evidente dove si scontrano queste diverse logiche: da una parte  le grandi corporazioni, emanazioni dirette di una logica che è sempre la stessa, quella del Capitale, che non è cambiata di una virgola dal secolo scorso, e che lontano dal popolo dei consumatori che si illude nei supermercati illuminati che i suoi consumi siano innocui, brucia ettari di bosco, strappa via la foresta, avvelena la terra e uccide gli indigeni. Questa è la vera natura di queste imprese e delle imprese in generale. Le grandi industrie non sono cambiate, oggi più che mai le troviamo ancora sprofondate nelle vecchie logiche di sfruttamento e obliterazione del Novecento, che sono per gran parte logiche di morte. Il Capitale dal volto umano che abbiamo visto affermarsi nell’ultimo decennio, quello della ‘sostenibilità’ e del ‘rispetto per l’ambiente’ non ha, a parte qualche eccezione, fatto inversione di rotta. Se così fosse, ce ne saremo già accorti mentre i miliardi di poveri nel mondo che ne fanno le spese sono la garanzia, con la loro stessa esistenza, e i loro stessi consumi che questo sistema non cambi. Rileggere alcune interviste di Rio92 mi ha fatto pensare proprio a questo: perchè l’ambiente inizi a guarire bisogna anche sanare la povertà e le disuguaglianze, in Amazzonia per esempio i diritti degli indigeni e anche quelli delle donne. Il Bacino delle Amazzoni: in questo magnifico teatro declinato in verde si consumano senza posa queste dinamiche. Forse mai prima d’ora queste logiche sono state così chiare ed evidenti. Le connessioni tra sfruttamento delle persone e del suolo e la degenerazione ambientale sono dei tendini scoperti, nervature visibili che attraversano gli alberi e i fiumi, per arrivare alle città, smascherando i poteri forti che da Brasilia ordinano sfruttamento e morte.

Gli Accordi di Rio92:

Le Convenzioni:

  1. Convenzione sulla Biodiversità (1992)
  2. Convenzione Quadro delle Nazioni Unite
  3. sul Cambiamento Climatico (1992)
  4. Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta
  5. contro la Desertificazione e la Siccità (1994)
  6. La Carta della Terra.
  7. La Agenda XXI.

Le Dichiarazioni:

1. Le dichiarazioni di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo

2. Dichiarazione Dei Principi relativi alle Foreste

Vedi: Gli accordi di Rio

La foresta delle amazzoni dal Perù – immagine dal sito web dell’organizzazione COICA

‘Eu me lembro’, io ricordo.

Interviste a Claudio Maretti, Roberto Troya, Leonardo Boff ed Edwin Vasquez a vent’anni dal Vertice di Rio e oltre…

Rio de Janeiro – foto di Seyen Habib

Claudio Maretti

Geografo e geologo, leader di Iniziativa Amazzonia Viva del WWF

Come è stata la partecipazione dei paesi latino-americani? (A Rio92)

                                                                                       

aretti – L’impatto di Rio 92 è stato fortissimo in Brasile, ma anche in tutta l’America Latina e nel mondo. Io vivevo nel Guinea-Bissau e ne avvertii gli effetti in Africa, in Europa e in America Latina. Quando tornai in Brasile ebbi l’impressione che fossero stati fatti dei grossi passi in avanti, nella politica, nelle istituzioni e nello sviluppo della società, nelle questioni ambientali e nello sviluppo sostenibile. Le conseguenze di questa evoluzione, per esempio, sono state una attenzione significativa della politica del governo del Brasile nei confronti dell’Amazzonia, che sfociò, a  partire dalla decade degli anni novanta, in una estensione impressionante dell’area protetta e in una riduzione significativa della deforestazione. Sfortunatamente il Brasile, lungi dall’assumere la leadership mondiale di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, aveva conosciuto nel corso degli anni, a partire dal 2000 fino al 2010, un periodo di euforia per le possibilità di crescita economica e decise di dedicarsi esclusivamente a questo fronte, che era associato a una relativa distribuzione dei redditi, non rendendosi conto che questo poteva rappresentare  un falso sviluppo, e che certamente trascurare la  natura (gli ecosistemi, con i suoi prodotti e servizi, il “capitale naturale”) avrebbe rappresentato dei costi che la società brasiliana avrebbe pagato oggi e per sempre.

Tra le risoluzioni, c’è stata un’area in particolare in cui non si è riuscito a fare progressi?

Maretti – Dopo un inizio stimolante, specialmente in America latina, la Convenzione sulla Diversità Biologica incominciò ad essere fortemente criticata. La Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico invece, dopo un’uscita in sordina, ricevette più approvazione in Europa e nei paesi sviluppati anche se, in seguito al Protocollo di Kyoto, non riuscì più a coagulare decisioni concrete o applicabili. Forse il vuoto più vistoso nel periodo post Rio 92 è stata l’assenza di cambiamenti concreti nell’area economica. E’ ovvio che gli imprenditori del settore privato debbano sentirsi più coinvolti se devono essere introdotti i cambiamenti necessari, e alla società spetta il compito di farsi sentire perchè ciò accada.

OGGI….

Claudio Marietti, pH.D., è ricercatorea in geografia, consulente e vicepresidente della Commissione Mondiale delle Aree Protette della Unione Internazionale per la Conservazione dell’Ambiente (UICN) ed ex-presidente dell’Istituto Chico Mendes per la conservazione della Biodiversità, l’Istituzione nazionale brasiliana incaricata delle aree protette federali.

a. qui le sue pubblicazioni: https://www.researchgate.net/profile/Claudio-Maretti

Protesta delle donne Guaranì a Brasilia

(…) Negli ultimi tempi abbiamo assistito all’estrazione del petrolio in Colombia e in Ecuador e a molta occupazione irregolare in tutta l’Amazzonia a causa delle miniere d’oro, cosa che, nel caso della Colombia, ha generato contaminazioni rilevanti nei fiumi. Allo stesso tempo si sono acutizzate le dispute riguardo alla proprietà dei territori. Di recente abbiamo raggiunto traguardi rilevanti nel campo dei diritti civili per le comunità indigene, ma non siamo riusciti a costruire una bio-economia regionale in grado di prevenire il deterioramento degli ecosistemi.

Negli ultimi anni l’Amazzonia colombiana è stata contrassegnata dall’acaparramento dei territori. Che è successo in Brasile con Bolsonaro come presidente?

È andata molto peggio. Come dicevo, nelle ultime decadi c’era stato un cambio di percezione nei confronti dell’Amazzonia che includeva il cambiamento climatico, la biodiversità ed i diritti delle comunità indigene. Ci stavamo lasciando alle spalle la mentalità da colonizzatori europei che portava avanti il diritto di schiavizzare le comunità indigene. Nel caso del Brasile tutto incominciò con il mito della fondazione del paese che vedeva il suo territorio come inesauribile, infinito. E questo atteggiamento veniva dall’idea che era necessario intervenire sulla natura e “ripulire” la terra per farla tornare produttiva. Nel caso degli altri paesi dominarono l’attività mineraria ed il petrolio e, in particolare in Perù, Brasile e Colombia, lo sfruttamento del caucciù. Al principio del XX esimo secolo i progetti nel campo dell’agricoltura e dello sfruttamento del caucciù non ebbero molto successo. Fu a partire dalla metà del secolo scorso che incominciammo, nel caso del Brasile, con l’agricoltura, ed in altri paesi con l’estrazione del petrolio, attività che si rafforzò durante gli anni settanta.

Perchè non ci fermammo?

Foto di Rita Barreto

Durante la decade degli anni settanta si incominciò a dire che queste attività avrebbero portato conseguenze negative ed il ruolo delle comunità indigene in questi processi di denuncia fu molto importante. Negli anni ottanta, con le nuove costituzioni, furono concessi nuovi diritti alle comunità indigene e agli afrodiscendenti. Fu allora che incominciò un nuovo modello di occupazione che teneva conto degli impatti negativi dell’intervento umano, come la deforestazione causata dagli allevamenti intensivi e da altre attività. Nel periodo degli anni ottanta, dei novanta e nella prima decade del 2000 si fece più forte l’impatto delle comunità rimaste dei ‘caucheros’ (lavoratori e committenti dello sfruttamento del caucciù) e delle migrazioni in Amazzonia per altri impieghi irregolari.

Nel caso del Brasile ci fu un movimento molto forte per riconoscere i territori ‘tradizionali’, dove venivano esclusi gli indigeni e gli afrodiscendenti. Tuttavia, parallelamente, diversi paesi, tra i quali la Colombia, crearono aree protette e migliorarono il monitoraggio della deforestazione. Ad ogni modo, negli ultimi tempi abbiamo assistito a estrazioni di petrolio in Colombia e in Ecuador e a molta occupazione irregolare. Con Bolsonaro il messaggio è il seguente: tutte le attività produttive, anche se alcune si rivelano illegali, sono buone. Ma questo è tornare al secolo scorso. Quello che sta facendo il Ministero dell’Ambiente in Brasile è regolarizzare l’occupazione della terra, dicendo a chi la sfrutta: andate pure, noi vi appoggiamo. Questo ha comportato, proprio come ho detto sul quotidiano “El Tiempo” in un una intervista, all’aumento della regolarizzazione delle miniere artigianali illegali e a una diminuzione dei fondi destinati alla vigilanza ambientale. La deforestazione di questa zona è “fuori controllo”. Per questo ho accusato il presidente del Brasile di continuare ad affermare che le comunità indigene e le ONG sono le responsabili dei problemi ambientali dell’Amazzonia e di appoggiare gli accaparratori di terra e i padroni delle miniere illegali.

In che modo L’Amazzonia è stata interessata dal Cambiamento Climatico?

Con il cambiamento climatico i periodi secchi si stanno facendo più intensi e frequenti, e questo danneggia l’Amazzonia. A questo fattore bisogna aggiungere il deterioramento delle foreste causato dallo sfruttamento illegale del legno e dalla deforestazione per lo sfruttamento della terra per usi diversi. In sintesi abbiamo più anni in successione di siccità più pronunciata e più aree di foresta compromessa unite a un aumento della deforestazione; l’Amazzonia quindi è sempre più vulnerabile agli incendi. “La stiamo mettendo a rischio” – ha aggiunto.

16 novembre 2020

Roberto Troya

Avvocato e negoziatore Internazionale, Vicepresidente e Direttore regionale per l’America Latina ed i Caraibi per il WWF.

Quali sono state le eredità principali del Summit di Rio 92?

Troya – Io penso che la Conferenza di Rio abbia lasciato molte eredità, forse le più visibili sono quelle che riguardano gli strumenti approvati, che essendo giuridicamente vincolanti per i vari paesi sono diventati qualcosa i più di un semplice discorso. Le convenzioni per la Biodiversità ed il Cambiamento Climatico, I principi pertinenti alle Foreste, La Dichiarazione di Rio, la Agenda 21, il rapporto sul nostro futuro comune sono risultati tangibili e reali eredità del Summit (di Rio). Ci sono stati molti accordi che pur essendo importanti non erano solidi: per esempio, l’obiettivo del 0,7 % del prodotto Interno Lordo da impegnare in nuove risorse per tutti i paesi è uno di quelli che non sono stati raggiunti. Se è vero che, come tutti hanno visto, la Convenzione sulla Biodiversità è stata ratificata quasi in tempo record, nei paesi come gli Stati Uniti il Congresso non ha ratificato la Convenzione perchè è stata oggetto di pressioni fortissime da parte delle lobbies di alcune aziende private i cui interessi venivano direttamente danneggiati.

OGGI….

“Il WWF accoglie la prima relazione di questo tipo realizzata da più di 200 scienziati riguardante il bacino delle Amazzoni e che sprona chi deve prendere delle decisioni a emanare una moratoria di deforestazione con effetto immediato, onde evitare il ‘punto catastrofico di inflessione‘, che prevede che una parte significativa della foresta più grande del mondo si converta in una fonte di emissioni di carbonio permanente al posto della foresta pluviale.

Il Rapporto di Valutazione dell’Amazzonia da parte del Pannello Scientifico sull’Amazonia (SPA, acronimo in inglese) sollecita con urgenza al divieto del disboscamento delle foreste in tutto il sud dell’Amazzonia, comprendente 494 milioni di acri (2 milioni di chilometri) di foresta tropicale dal sud del Perù, della Bolivia, e a nord del Mato Grosso e al sud di Parà, stati del Brasile, fino all’Atlantico. Inoltre esige che l’attività di deforestazione e degradazione dei boschi raggiunga lo zero in tutta la regione prima del 2030. Questo richiederà soluzioni per fronteggiare gli incendi che hanno interessato le foreste amazzoniche negli ultimi anni, la protezione delle comunità indigene e lo sviluppo di un economia sostenibile.

Roberto Troya, Direttore Regionale per l’America Latina ed i Caraibi per il WWF., ha dichiarato: “Questo rapporto è una valutazione rigorosa dei pericoli in rapida avanzata in tutta la regione, particolarmente quelli che riguardano fatti nuovi ed allarmanti che riguardano la probabilità di un punto di inflessione imminente.”

L’Amazzonia è un territorio straordinariamente ricco ed insostituibile, tuttavia esiste il pericolo, che si sta facendo pressante, di perderlo se nelle prossime decadi non si fa qualcosa per interrompere la sua distruzione. Il rapporto, presentato nell’ultimo giorno della COP26, avverte che la regione si sta avvicinando a un potenziale punto di inflessione catastrofico dovuto alla deforestazione, al deterioramento agli incendi delle foreste e al cambiamento climatico. Le prove recenti che considerano questi effetti combinati suggeriscono che la soglia di inflessione potrebbe essere raggiunta tra il 20% e il 25% di tasso di deforestazione. Attualmente, il 17% delle foreste amazzoniche sono andate perdute e un 17% in più si sono deteriorate.

Il sistema della foresta Amazzonica è complesso e pertanto il futuro è difficile da prevedere con certezza. Tuttavia, le prove a supporto di un futuro contrassegnato da cicli di riduzione di pioggia, incendi e un aumento della mortalità degli alberi sono chiare. Raggiungere quel punto di inflessione potrà risultare in una perdita permanente della foresta umida tropicale con una sua trasformazione in un ecosistema secco e deteriorato con una minore copertura di alberi. Questo cambiamento repentino e potenzialmente irreversibile potrà sfociare in una liberazione di grandi quantità di carbonio nell’atmosfera, portando a un collasso repentino della biodiversità e a una perdita di ecosistemi umidi importanti, con alti costi per la società, che influenzeranno la somministrazione di acqua urbana, l’industria agroalimentare, i mezzi di sussistenza locali e la capacità da parte dell’umanità di frenare l’aumento delle temperature del pianeta.6

Leonardo Boff

Membro del Consiglio Centrale della Carta della Terra , teologo, filosofo,
Conferenziere e scrittore.

Lei che faceva quando si tenne il Summit di Rio 92? Si ricorda di qualche episodio particolare che aveva contraddistinto quella Conferenza?

L’evento in sè stesso era stato l’espressione di un tipo di pensiero e di una visione del mondo differenti, e di un rapporto con la Terra che non veniva considerata come un magazzino di risorse da sfruttare, ma piuttosto come una grande casa comune da accudire. C’era una mistica che ci univa l’uno all’altro nel nostro amore verso la Terra, nella riconciliazione al di là delle differenze. Sembrava quasi che stessimo forgiando un’altra umanità, rispettosa della natura e delle differenze e di ispirazione fraterna.

Per me è stato un momento difficile da dimenticare, dato che dopo un dibattito sulla religione e la pace dove si criticava duramente la religione di Abramo per la sua belligeranza, un cardinale spia del Vaticano, il cardinal Baggio, venne a cercarmi dicendomi: “Lei non ha imparato nulla dal “silenzio ossequioso”. Lei deve andarsene, non solo dal Brasile, ma dall’America Latina. Può scegliere tra Corea e Filippine, ma se ne deve andare. “Però in quei paesi potrò insegnare teologia e continuare a scrivere?” – gli chiesi. Al che lui mi rispose: “Dovrà rimanere in silenzio ossequioso in un convento”. Io gli risposi: “La prima volta ho accettato il silenzio come segno di umiltà, ed ha rappresentato per me una virtù. Ora, questo silenzio imposto è chiaramente ingiusto e rappresenta invece un peccato, e questo non lo posso accettare”. Lui replicò: “Lei ha fino a domani a mezzogiorno per prendere una decisione.” Io gli risposi: “Ho già deciso. Abbandono una trincea ma non la lotta. Mi autopromuovo allo status di Gesù, che non era sacerdote e tanto meno cardinale ma era un membro della tribù di David, dove non si diceva nulla sul sacerdozio”. Così se ne andò.

Qual’è la soluzione futura per l’Amazzonia, il Brasile e l’America Latina?

Questa domanda è troppo complessa per ricevere una risposta. Comunque io credo che non dovremmo riporre troppe speranze nei poteri pubblici e nei governi, dato che sono ostaggi delle grandi corporazioni del sistema capitalistico. Sono obbligati a seguire le loro logiche e cioè che il loro PIL cresca un pò ogni anno. Ora la terra non può più sopportare una logica del genere, e ha raggiunto i suoi limiti, che si stanno facendo concreti. Io spero che le soluzioni vengano dal basso, da parte degli indignati e dei disperati, di chi non accetta la condanna a morte delle loro vite e degli ecosistemi, dai movimenti che hanno creato un’altra visione della terra e da parte di quei processi di produzione del decoroso e sufficiente per noi tutti, per gli esseri umani e per tutta la comunità che ospita la vita. Io credo che il progetto di “vita sana” dei popoli andini custodisca la soluzione che sarà inderogabile per tutta l’umanità e che preserverà il pianeta. E questo implicherà cercare l’equilibrio in tutto, arrivare a un’economia del sufficiente e non dell’accumulo, a una comunione tra tutti gli esseri e attraverso le energie universali e spirituali, a una vita in comunione profonda con Pacha Mama, la Terra, la nostra unica Casa Comune, dato che non abbiamo un altra dimora possibile.

O faremo tutte queste cose oppure dovremo affrontare una lenta estinzione della nostra specie che sarà contrassegnata da una aggressione profonda alla biosfera che continuerà ma senza la nostra specie, la quale, per via della sua aggressività è riuscita ad inaugurare nientemeno che una nuova era geologica, l’antropocene, che vede l’essere umano come un’asteroide che minaccia di cadere sulla terra, in grado di autodistruggersi e danneggiare seriamente il pianeta vivente, la Terra. Tuttavia, dato che lo spirito risiede nell’universo e poi dentro di noi, chissà, forse tra milioni di anni potrebbe nascere un essere complesso in grado di reggere questo spirito e di inaugurare un altro tipo di civilizzazione, sicuramente migliore e più benefica della nostra.

OGGI….

19/08/2021:

“Per stabilizzare il clima a 1,5 gradi affermano gli scienziati, le emissioni dovranno essere abbassate alla metà (5-30 giga-tonnellate). In caso contrario, con la Terra in fiamme, conosceremo eventi estremi terrificanti.”

(Leonardo Boff): Sono dell’opinione che non bastano solamente la scienza e la tecnologia per diminuire i gas serra. E’ credere troppo nell’onnipotenza della scienza, che fino ad oggi non è riuscita ad affrontare il Covid-19. Urge un altro paradigma di relazione con l’Ambiente e la Terra che non sia distruttivo ma amichevole, in una sinergia sottile con i ritmi della natura. Questo costringerebbe a una trasformazione radicale del modo di produzione attuale, capitalista, che ancora va avanti con l’illusione che le risorse della Terra siano illimitate e che per questa ragione permettano un progetto di sviluppo illimitato. Papa Francesco nella sua enciclica ‘Laudato sì’, sulla cura della Casa Comune (2020) denuncia questa premessa come una ‘bugia’ (n.106): un pianeta limitato, a un livello avanzato di degradazione e sovrappopolato non può tollerare un progetto illimitato. Il Covid-19, nel suo significato più recondito, ci obbliga a mettere in marcia un processo di conversione paradigmatico. 5

Dall’articolo di Leonardo Boff: ‘Abbiamo tempo e saggezza sufficienti per evitare la catastrofe climatica?’

Edwin Vasquez

Leader Indigeno – coordinatore generale della COICA

“La Conferenza Rio+20 potrebbe diventare una opportunità storica per promuovere la sicurezza giuridica delle terre indigene e per incoraggiare l’applicazione di strumenti che rendano possibile lo sviluppo sostenibile. Decisioni di questa portata devono comportare la partecipazione dei popoli indigeni.” Queste le aspettative di Edwin Vasquez, coordinatore generale del Corpo Coordinatore delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia ( Coordinadora de Organizaciones Indígenas de la
Cuenca Amazónica, COICA
), [istituzione fondata a Lima il 14 marzo del 1984] che rappresenta più di due milioni e mezzo di persone distribuite in dieci milioni di chilometri quadrati nella selva amazzonica, in nove paesi del Sud America. Qui sotto l’intervista che ci ha gentilmente concesso in forma scritta.

Che faceva nel periodo in cui si tenne Rio 92? Si ricorda di alcuni avvenimenti che segnarono quella conferenza?

Io facevo parte della COICA, assieme al presidente dell’organizzazione in quel periodo, Evaristo Nunkuag, che nello spazio ufficiale aveva partecipato alla Summit della Terra di Rio 92 e che fu molto attivo nella presentazione delle proposte in relazione ad Agenda 21 e dei Principi delle Foreste. Nell’area non ufficiale, ho partecipato allo spazio indigeno mondiale denominato Karìoca.

Quali sono state le eredità principali di Rio 92?

L’eredità più grande è stata quella di inaugurare la nuova tendenza di un modello di sviluppo sostenibile che rispetti la natura, sebbene ciò sia avvenuto solo in teoria. Un modello di sviluppo sostenibile non fu mai applicato in realtà. Finora, hanno predominato gli interessi estrattivi e l’appropriazione delle risorse naturali di ogni genere. Nel caso dei popoli indigeni, i loro diritti territoriali sono stati ignorati, e ancor meno gli è stato garantito il diritto ad un previo e informato consenso.

Nella prospettiva dell’acceso dei cittadini (ndr. dell’Amazzonia) agli alimenti, all’acqua e all’energia, da che angolazione i governi e la società dovrebbero vedere la problematica ambientale? E quale sarà la soluzione per il futuro dell’Amazzonia, del Brasile e dell’America Latina?

La soluzione futura deve contemplare politiche di partecipazione totale ed effettiva dei popoli indigeni nelle decisioni politiche e normative e nella loro attuazione. E’ di fondamentale importanza adottare i principi giuridici alla natura, al rispetto delle foreste, da considerare come ecosistemi di attenuazione del cambiamento climatico in una prospettiva di apporto olistico e non solo per l’importanza che rivestono per l’immagazzinamento del carbonio.

(Intervista del 2012).

Sonia Guajajara, uno dei leaders della causa indígena più conosciuti .
Sonia proviene dalla Terra di Araribóia,
nello stato del Maranhão, uno dei più violenti del paese.

OGGI….

Oggi Edwin Vasquez è ancora a capo delle Organizzazioni Indigene del Bacino delle Amazzoni che interessa nove paesi: Perù, Guyana, Ecuador, Venezuela, Colombia, Bolivia, Brasile, Suriname, Guyana francese.

“Nelle foreste tropicali la nostra gente è sotto assedio” – Edwin Vasquez

Qui sotto parte del documento dell’organizzazione “COICA” del 2021 dal titolo

“COICA, 37 ANNI DI LOTTA PER LA FORESTA MADRE AMAZZONICA“, 7

Indigena del Popolo Guaranì

(..) Di fronte a questa realtà, noi, i popoli indigeni del bacino delle Amazzoni lanciamo il nostro grido che è il grido della foresta e affermiamo ancora una volta che l’Amazzonia, fonte di vita, ed i suoi popoli si trovano afflitti da una serie di “piaghe”:

  1. Dal Covid-19, che, assieme all’indolenza complice dei governi e delle precarie infrastrutture sanitarie dell’Amazzonia, continua a mietere vittime, portando via la vita a migliaia di fratelli e sorelle; tra queste Robinson Lòpez, difensore del territorio del bacino delle Amazzoni, che svolgeva la funzione di Coordinatore dell’Ambiente, del Cambiamento Climatico e della Biodiversità all’interno della COICA.

2. Dalle attività estrattive nel settore petrolifero, minerario e agro-industriale, dell’energia e delle mega- infrastrutture, che provocano inquinamento, deforestazione e incendi nei nostri territori, nonchè dall’assassinio dei difensori di madre natura, uomini e donne, con maggior impatto in Colombia, Brasile e Perù.

3. Dalla Crisi Climatica, che peggiora le alluvioni e provoca siccità e malattie nei nostri territori.

4. Dal razzismo e dalla discriminazione istituzionalizzate contro la nostra visione “cosmica” e dalle varie forme di vita che danno corpo e struttura alle disuguaglianze nella nostra società.

5. Dalla crisi dei sistemi politici che contribuiscono alla proliferazione di governi corrotti che minacciano la democrazia e la sovranità dei popoli.

Mentre Bolsonaro, il Presidente del Brasile, incolpa gli indigeni dell’Amazzonia per gli incendi e l’aumento dei contagi Covid, sotto minaccia di morte i leader indigeni continuano la loro battaglia. Almeno 182 indigeni furono assassinati l’anno scorso in Brasile. (fonte Swiss info.ch)

Paulo Paulino Guajajara, uno dei 130 uomini e donne del gruppo “Guardiani della Foresta”, assassinato dai trafficanti di terre e legname.
Aveva 26 anni.

(1) “Recuerdos para el porvenir”, Federico Mayor Zaragoza

(2) SÉRIERIO 92, PARA ONDE FOI?, RIO+20, PARA ONDE VAI?

(3) Intervista a Claudio Maretti , https://cods.uniandes.edu.co/estamos-dejando-morir-a-la-amazonia-claudio-maretti/

(4) Apuntes Juridicos, la Cumbre de Rio

(5) Leonardo Boff: ¿Tenemos tiempo y sabiduría suficiente para evitar la catástrofe climática?

(6) “WWF se une a más de 200 científicos en un llamado urgente para proteger la Amazonía en momentos en los que se acerca a un punto de inflexión catastrófico”

(7) COICA, 37 AÑOS DE LUCHA POR LA MADRE SELVA AMAZÓNICA

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