Lettere, Libertari, Storia Antica

Ma dove sono le nevi di un tempo?

Francois Villon l’inafferabile

Ballata delle Dame di un tempo che fu Ballade des Dames du temps jadis

Ditemi dove, in quale terra
è il più bel fiore di Roma, Flora?
Dove Archipiada,
dove, beltà gemella, Taide?
Dove colei che mormora, 
sovrumana apparenza,
Eco, quando una voce trascorre
sopra un rivo o su un lago?
E dove sono le nevi d’un tempo?
 
Dov’è la saggia, previdente Eloisa?
Per lei si ritirò a Saint-Denis;
perse la sua virilità Pietro Abelardo.
Per amore, sì, quale atroce destino…
e dov’è ora Sua Maestà la Regina,
che ordinò di gettare Buridano
avvinto nei gorghi della Senna?
E dove sono più le nevi d’un tempo?
 
La Regina bianca come un giglio,
dal canto di sirena,
Beatrice, Alice, Berta piede grande, 
Eremburgis che regnò sul Maine;
Giovanna, fiore di Lorena,
arsa sul rogo inglese a Rouen,
dov’è più? Dove sono tutte loro,
Sovrana Vergine? Dove?
Dove sono più le nevi d’un tempo?
 
Mio Signore, per tutti i giorni che saranno
non chiedete inutilmente dove.
Non avreste altro in cambio
che l’abuso di questo ritornello.
Ma dove sono più le nevi d’un tempo?
 
François Villon
Dites-moi où, n’en quel pays,
Est Flora la belle Romaine,
Archipiades, ne Thaïs,
Qui fut sa cousine germaine,
Echo, parlant quant bruit on mène
Dessus rivière ou sur étang,
Qui beauté eut trop plus qu’humaine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 

Où est la très sage Héloïs,
Pour qui fut châtré et puis moine
Pierre Esbaillart à Saint-Denis?
Pour son amour eut cette essoine.
Semblablement, où est la roine
Qui commanda que Buridan
Fût jeté en un sac en Seine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 
La roine Blanche comme un lis
Qui chantait à voix de sirène,
Berthe au grand pied, Bietrix, Aliz,
Haramburgis qui tint le Maine,
Et Jeanne, la bonne Lorraine
Qu’Anglais brûlèrent à Rouen;
Où sont-ils, où, Vierge souvraine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 
 
Prince, n’enquerrez de semaine
Où elles sont, ni de cet an,
Que ce refrain ne vous remaine:
Mais où sont les neiges d’antan?
 
 

“Anzitutto bisogna localizzare con precisione questa poesia, e riscattarla dalla sua condizione di pezzo antologico senza casa né patria. Essa fa seguito alla strofa 41 del Grant Testament [Morte fa fremere, il volto sbianca / consuma il naso, le vene tende, / rigonfia il collo, la carne stanca, / giunture e nervi enfia e distende. / Corpo di donna, tanto adorato, / prezioso, morbido, soave miele, / codesto orrore t’è riservato? / Certo. O salire vivo nel cielo.]. Le antologie che riportano soltanto la ballata, senza i versi che precedono, non danno un’idea del contrasto e smorzamento di tono dall’agonia mortale alla contemplazione d’una morte ormai lontana nel tempo. Mirabile è appunto questo smorzarsi d’un terrore così fisico della morte, in una danza di velate rimembranze. In essa sta quanto di moderno, di rinascimentale è contenuto nella poesia di Villon: in mezzo all’atmosfera di ‘autunno del Medioevo’, in mezzo al lezzo di putrefazione, affiora una visione del mondo riconciliata con l’umano destino, con le leggi della natura, con la corporeità, con la morte.”(2) A causa della sua grandezza, del posto che ricopre nella letteratura francese ed europea, quello di Francois Villon è un nome ingombrante, e anche imbarazzante, come le sue poesie di ardua comprensione la cui conquista può rivelarsi aspra e a tratti disperante. I diversi livelli di lettura e addirittura gli enigmi, i gerghi intraducibili, e le parti “nascoste” aggiungono altre difficoltà con cui misurarsi. Villon è monumentale, il che rende l’approccio anche se dichiaratamente poco informato come il mio, timido e pieno di incertezze. Cinico, nostalgico, delinquente, innamorato, aspro, lacrimevole, devoto, Villon è come il secolo in cui si consumò la sua vita: travagliato e violento, attraversato da strani bagliori e pieno di fascino. Senza tema di smentita si può dire che la sua figura non si presta a un’unica interpretazione. “Nei versi di Villon è sempre presente un doppio o un triplo senso, che lascia al lettore un ampio margine di interpretazione. La sua opera è un’ opera aperta, che sfocia quasi sempre in un’ ambiguità sostanziale. Alla base c’ è una sorta di filosofia dell’incertezza, la supposizione cioè di un divario irriducibile fra la verità e il linguaggio che cerca di esprimerla”. E ancora: “Villon è all’origine di una profonda inversione della poesia, che reagisce contro l’amore cantato dai poeti trovatori diventato puramente convenzionale e il formalismo religioso senza contatto con la realtà del suo tempo. Da quel momento l’autenticità della poesia sarà ormai una qualità consistente, in una sintonia profonda tra l’intuizione lirica e l’espressione (come sottolineò Croce nella notissima sua definizione dell’arte) (…) La poesia sarà vera se il sentimento che la anima sarà stato vissuto intimamente e non quale risultato di regole formali imposte dalla tradizione; è necessario quindi che il sentimento che la anima sia stato provato in modo assai profondo affinché la sua espressione poetica ne risulti adeguata”. (…) ( 3) “I precedenti” delinquenziali di Villon e comunque il suo stile di vita nonché i contenuti dirompenti delle sue ballate riescono forse ad oscurare, a una lettura “di pelle”, la sua figura di studioso cresciuto nell’esercizio delle discipline intellettuali delle scuole medievali. Se da un lato è vero che la sua poesia crea un fascino diretto e antisentimentale è anche vero che egli dimostra un controllo rimarchevole della rima e una composizione disciplinata che suggeriscono una grande preoccupazione della forma, non soltanto di ispirazione casuale. Per esempio, la ballata “Fausse beautè, qui tant me couste chier” (Falsa bellezza che mi costi tanto) rivolta alla sua amica, una prostituta, non soltanto segue un pattern a doppia rima ma è anche un acrostico, per cui ciascuna lettera iniziale di ogni linea, compongono i nomi Francois e Marthe. Persino l’arrangiamento delle strofe del poema sembra seguire un determinato ordine, difficile da determinare ma certamente non il frutto di un caso fortuito. Un livello ulteriore di apprezzamento della capacità tecnica di Villon sarà possibile solo e quando si scoprirá di più sulla modalità e le regole della composizione del suo tempo. David Khun ha esaminato il modo in cui i testi venivano arrangiati per ottenere significati letterari, morali e spirituali che seguono un tipo di esegesi biblica prevalente in quell’epoca teocentrica. Thomas Kuhn ha scoperto nel Testament un pattern numerico secondo il quale Villon ordinava le strofe. Se la sua analisi è corretta, allora sembrerebbe che il Testament sia un poema di significato cosmico, da essere interpretato a diversi livelli. Kuhn crede che, per esempio, la strofa numero 33 – che allude agli anni di Cristo – non sia casuale”. Esiste per esempio una ballata composta in francese antico, che sbeffeggia il linguaggio del XIII secolo; Il testamento, sembrerebbe iscriversi nel solco della tradizione del “Congès” * nello stile di Jean Bodel, adottato da poeti come Adam de la Halle dopo e Bodel stesso prima. Il critico Pierre Giraud vede il poema come un insieme di codici che, se giustamente interpretati, rivelerebbero una satira che racconta di un clerico Borgognone che si scaglia contro un drappello di giudici e avvocati parigini.

*Il congè è un genere poetico medievale nato nei primi anni del XIII secolo che esprime poeticamente la separazione da una donna o dal mondo in generale. 

Per capire Villon è imprescindibile immaginare di abitare quel secolo difficile ma pieno di fascino, dominato da tinte forti e contrastanti, la Francia della seconda metà del XV. Villon, come molti altri suoi contemporanei, è sia figlio che vittima della guerra dei Cento anni, della furia e delle violenze di quegli anni: il brigantaggio che imperversava nelle città e sulla terra già distrutta dalla guerra si univa alle pestilenze che regolarmente si ripresentavano, accendendo di colori ancora più foschi lo scorcio di metà secolo. Ma i colori della passione erano di un rosso acceso e forse non furono mai più rossi e accesi di così. Il melodramma poteva afferrare anche un cinico come Villon. Amore e giovinezza si disintegravano in un istante. Pestilenze e distruzione avevano creato un maggiore attaccamento alla vita mentre le superstizioni e le manifestazioni religiose non approvate dalla Chiesa si moltiplicavano sotto lo sguardo impotente dei religiosi. Per altri, parafrasando Villon, non rimaneva che “darsi al vino e alle puttane”, spesso rivendicando con orgoglio il proprio status di reietti. Come i grandi platani fiammeggianti sotto le cui chiome si davano appuntamento i malavitosi parigini, così un’intera epoca stava bruciando sotto i lampi della guerra e dell’ultimo sole di autunno. La fame di vita doveva essere tesa al massimo e, chi come Villon era animato dall’inquietudine dovette cercare quei fremiti dappertutto, ovunque fosse disponibile. Bisogna ribadire che come uomo di lettere Villon era debitore anche di ascendenze letterarie passate, come l’amor cortese e il Roman de la Rose, e i componimenti di Alan de Chartier; elementi che furono assimilati e poi “buttati nel fango”, e in un certo senso volutamente disconosciuti, hanno però lasciato un segno profondo sulla poesia di Villon; imprimendo stile, contenuti (stravolti, capovolti) e movimento alle sue ballate. La sua opera prima, il Lais, esordisce in una Parigi spettrale e sbranata dal freddo, come piacque raffigurarla a Villon. Il topos dell’inverno era infatti categoria poetica ed estetica che attraversa più volte la sua opera ed atta ad accogliere nella limpidezza della sua aria gelida e nel rigore del freddo, la “realtà vera” e la ferocia della vita ma anche anche ad incarnare, come neve, la purezza, l’ideale, come la poesia che fa appello alle “nevi di un tempo”. Al tempo di Villon la Francia, risollevata dalla guerra e dalle pestilenze, è tornata ad essere una nazione potente. Così la nazione si riprende quella vitalità che l’aveva sempre contraddistinta, le città come Parigi rifioriscono ma il clima che ancora si respira è quello di un’angoscia sottile che cerca di dimenticare se stessa ora con una religiosità esasperata ora con le baldorie e gli eccessi; forse ad accompagnare questa gente, dolente e chiassosa, allegra e triste al contempo è la sensazione che quanto ci sia di buono può essere temporaneo, perduto all’improvviso; ci si volta indietro con morbosa nostalgia, auspicando un ritorno a un passato rassicurante, circoscritto, che ora può vivere solo in cielo; lì impresso, idealizzato e bianco come la neve, la gente immagina facilmente un regno delle nuvole non ancora oscurato dai presagi della guerra, prima che la storia e il suo più famoso attore, la morte, schiacciasse indiscriminatamente tutti, poveri e ricchi, giovani e vecchi, come grappoli durante la vendemmia. La figura della morte è dominante e riempie ogni piega del giorno perchè l’orrore non si dimentica, così come quello che è appena stato o che è ancora e che s’infiltra nel quotidiano e lo annerisce. Lo scheletro danzante appare davanti e dietro ogni sipario della vita: è presente nelle rappresentazioni “teatrali” itineranti, nei dipinti, negli arazzi, sui muri di cinta dei cimiteri, come quello degli Innocenti a Parigi. Lì, a ulteriore prova che in quel periodo si mescola continuamente la morte con la vita, ci si riunisce per scopi diversi, per esempio per affari, si danno perfino appuntamenti romantici, così che si amoreggia tra le cataste di ossa o sotto il porticato del cimitero, dove si tengono i sermoni. Qualche decennio prima il predicatore popolare Fra Riccardo, che avrebbe assistito Giovanna D’Arco come padre confessore, predicò a Parigi nel 1429 per dieci giorni consecutivi. Principiava la mattina alle cinque e terminava tra le dieci e le undici, il più delle volte nel cimitero degli Innocenti, sotto i cui porticati era dipinta la celebre danza macabra; stava colle spalle rivolto agli ossari nei quali, sopra l’arcata tutt’intorno, si trovavano ammucchiati e a tutti visibili i teschi. Allorchè, dopo la decima predica egli comunicò che sarebbe stata l’ultima, perchè non aveva avuto il permesso di farne di più, i vecchi e i più piccoli si misero a piangere e alla fine tutti singhiozzavano commossi, anche lo stesso Fra Riccardo. Quando finalmente lascia Parigi, il popolo crede che la domenica predicherà ancora a Sant-Denis; e in grandi masse, ben seimila, dice il borghese di Parigi, esce la sera di sabato dalla città per assicurarsi un buon posto, e pernotta nei campi. (6)

Parigi nel XV secolo

La Danza Macabra, che prendeva la forma di spettacolo itinerante veniva rappresentata più volte alla settimana dai cantoni delle strade; l’idea della morte era potente e persistente, e anche quando non la si pensava era una presenza latente, dietro la schiena. I turbamenti che doveva provocare rendevano ancora più preziosa la vita imprimendo a tratti spasimi e languori. Dopo pestilenza e guerre lo spettro della morte incombente aveva provocato una contro reazione, spingendo molta gente a far festa e a godere dei beni materiali come il divertimento, il cibo, il vino e la sessualità. Villon non faceva eccezione. Questo oscillare tra orrore e riso, amore carnale e morte, viene dal tempo e Villon ne fu senz’altro influenzato. Indulgere nei peccati carnali non destava tanta preoccupazione nel clero quanto l’incremento di pratiche e credenze religiose che minacciavano la Chiesa stessa. Nella commemorazione della strage degli innocenti per esempio, era confluita ogni sorta di superstizione pagana . Aveva preso piede la credenza che quel giorno fosse nefasto e che perciò non si doveva lavorare o fare qualsiasi altra cosa: Il Gerson aveva trovato a Auxerre un tale che sosteneva che la festa dei Matti fosse importante quanto quella della Concezione. Questa è la Francia del periodo e Parigi, la Francia di Huizinga, sprofondata in un tempo “assoluto” non fa eccezione.

I Tetti di Parigi nel Medioevo

Alle Svizzere alle bretoni riesce Poco, ma le Guasconi e Tolosane: 1532
So di due del Petit Pont, vendon pesce,
Con le Lorenesi son le più testarde,
Le Inglesi e di Calais quelle vegliarde
– Le ho messe tutte nella filastrocca? – 1536
Quelle di Valenciennes, le Piccarde,
Solo a Parigi sanno usar la bocca.

Francois Villon

La Parigi forse mai raccontata, che non si vede ma si avverte nei versi di Villon, a me piace immaginarmela al di là delle asprezze del tempo sotto una limpida onda, come una fila di casucce di legno alla maniera dell’europa centro-settentrionale: alte ed aguzze, molte sistemate in fila su palafitte e sprofondate sulla riva sinistra della Senna, sul Pont Change o sul Petit Pont. La gente che va’ e che viene, le osterie, anch’esse aumentate in gran numero, le botteghe e la nutrita popolazione che torna a gonfiare le strade, (100.000 abitanti al tempo di Villon). Ma ci si dovrebbe fermare qui, l’incanto deve essere sorvolato dall’alto, a volo d’uccello. Ma “le nevi di un tempo” vivono in una dimensione ideale, astratta, dove l’aria è più pura e dove serpeggia, come in un incanto, il profumo dolce e sfuggente delle dame di un tempo. Le strade di Parigi a quel tempo erano il regno dei maiali e del letame, umano e animale, che cresceva ovunque. I borseggi dovevano essere facili, e il fango onnipresente, mescolato al letame dei cavalli, alle carcasse di animali, e al contenuto dei vasi da notte rovesciati la mattina dalle finestre, oltre alle deiezioni dei passanti che si infilavano nei vicoli per fare i loro bisogni e agli scarti dei mercati di verdure e dei macellai. In effetti, di merda e fango le strade dovevamo essere piene. Nel 1292 Re Fillippo Augusto decise di pavimentare le strade della città, per via degli odori persistenti e sgradevoli, ma ottenne l’effetto opposto, dato che il pavimento in pietra impediva agli escrementi di dissolversi al suolo mescolandosi con la terra. Le città puzzavano ben più delle campagne e a quell’odore acre ci si doveva abituare. E da lì a pensare che è lì che finiremo tutti, il passo è breve.

Parigi, Mercato Centrale

…”E ci sono i colori, sgargianti o cupi, dell’epoca. La Francia e Parigi intorno al 1450 : dopo la desolazione della guerra dei cent’anni, l’occupazione inglese, flagelli di ogni genere (epidemie, carestie, incursioni brigantesche) e conseguente spopolamento, verso gli anni Quaranta Parigi comincia a rinascere. Nel 1450 ha centomila abitanti e un suo piccolo cosmopolitismo, è diventata un grande mercato di consumi e un centro di traffici, soprattutto regionali; conta duecento tavernieri professionali e un centinaio di osti avventizi; è gonfia di «foresti» inurbati; ha tre o quattromila studenti dei corsi superiori e delle Facoltà di teologia, diritto, medicina; ha trentacinque parrocchie, venti monasteri, ringhiose corporazioni di mercanti e artigiani; gli intellettuali si disputano gli uffici reali, le funzioni amministrative, i benefici ecclesiastici Tra feste religiose e temporali, domeniche e particolari festività profane (c’è la festa dei Matti, quella dell’Asino, quella della Fava), il parigino lavora sì e no un duecento giorni l’anno, e ogni festa conduce dalla chiesa alla taverna. La morte è di casa. Il cimitero degli Innocenti è un luogo di riunioni e di convegni galanti; dal 1425 sui muri del chiostro spiccano gli affreschi della Danza Macabra: gli scheletri del re e del papa e dei cittadini di qualsiasi condizione ballano il rito satanico della fragilità umana. Nei giorni di festa, la Danza Macabra, con sempre nuove aggiunte e variazioni, viene rappresentata ai cantoni delle strade. Le strofe di otto versi che commentano le figure scarnificate degli Innocenti sono tra le fonti «letterarie» di Villon. La forca e il patibolo fanno parte del paesaggio urbano. Ogni quartiere di Parigi ha il suo «palco». La giustizia del prevosto e i tribunali ecclesiastici anno più anno meno, vi fanno salire una sessantina di persone. Vescovi e priori hanno le loro forche, come il re. I sergenti delle verghe, ossia gli sbirri, sono altrettanto importanti dei notai e dei canonici” (5). Villon finisce l’università con un diploma ottenuto all’età di 21 anni. Forse è qui che si decide del suo destino, quel passo che Villon rimpiangerà, a tratti, per tutta la vita. Lui come molti degli uomini del suo tempo possiede una vitalità bruciante, non riesce a stare con le zampe ferme e anche il basso ventre è parimenti ingovernabile se non di più; forse, fosse stato di altra pasta avrebbe ottenuto un piccolo impiego confacente al titolo universitario. “Sono stato un cattivo studente”, ricorda. Forse si sentiva imbrigliato pure allora, anche allora faceva fatica a stare su una sedia, le mani su un tavolo tutto il giorno. Forse nella cerchia dei suoi compagni si era già avvicinato a un gruppo di teste calde e con esse aveva preso piacere alla rapina e alla violenza. “Il modo più divertente e inebriante di vivere la vita da studenti – scrive Leo Moulin – è quello di molestare e di provocare la polizia e i cittadini e, in generale, di sfidare le autorità, sia civili sia religiose. “Vanno per le vie di Parigi, giorno e notte, armati, e commettono mille delitti”, dice un testo del 1268 (il quale parla, d’altra parte, di uno studente autorizzato a portare un’arma “cum privilegiis universitatis”). Nel 1304 il governatore di Parigi fa impiccare uno studente e lo lascia appeso alla forca, andando contro tutti i privilegi dell’università.(….) Nel 1367 sempre a Parigi, in occasione della festa di San Nicola, patrono degli studenti, scoppia una sanguinosa rissa tra gli studenti e le guardie (“milites gueti”). Il Parlamento condanna i “milites” (Léo Moulin, “Vita degli studenti nel Medioevo” (Milano, 1992) (…) 

Il giovane Villon dovette trovarsi di fronte a un bivio, ma cosa resta se non bruciare la propria giovinezza tra furti e lusinghe di belle donne? E’ inverno, i cieli di Parigi sono grigi come l’ardesia eppure in periferia i campi sono ancora aperti, appena delimitati da qualche casa in legno marcita e sprofondata nella nebbia. Le querce e gli agrifogli di Parigi bruciano nei colori dell’autunno scoppiettando di rosso ardente. Sotto gli ampi platani i delinquenti si ritrovano, fanno un po’ di baldoria e si incamminano poi verso il centro della città, a borseggiare, bere e rimediare puttane. Questi sfondi del tempo passato in lui si agitano, tutti perfettamente “vivi”, caricandolo di una nostalgia e di uno struggimento che portano il segno dell’irrimediabilità. La bellezza che sfiorisce nelle donne che aveva amato, tutto si perde nei rigagnoli delle strade. Questi fantasmi della sua giovinezza perduta lo perseguiteranno a lungo, forse per sempre, a bucare lo spesso strato di cinismo e a sanguinare e a piangere senza rimedio dai cigli delle sue strofe. Villon rimpiange oltre agli amari perduti e quelli mai assaporati, quella vita storta e impura della sua giovinezza, consumata in scorribande, furti, amori, orrori, e nel carcere forse un’esperienza cardine nella sua storia, che impresse sulla sua carne la fine della sua giovinezza costringendolo a un dialogo serrato, ineludibile, frontale, con la morte. Dalla sua prigionia scaturiranno i versi asciutti e disperati della ballata degli impiccati, forse il momento più alto della poesia tardo medievale. Per Villon conserva l’amara consapevolezza di una età bruciata e buttata via e che non tornerà mai più. La cattiva strada, inforcata una volta e per sempre, lo costringerà a lasciare Parigi e a vagabondare per la Valle della Loira fino ad Angiers, a buttarsi in taverne e lupanari in compagnia della “bella” di turno, anch’essa dedita agli stessi vizi, a consumare i soldi rimasti e la vita stessa.. Della sua gioventù perduta Villon piangerà a lungo. Un lutto sospeso e senza rimedio. La sporcizia, fisica e spirituale, quella materia morta, quel lordume delle strade che diventerà un po’ l’allegoria della sua vita e che lo seguirà sempre, scandendo gli anni della maturità, sarà per sempre presagio di un destino già compiuto. Villon si batte il petto, sente la colpa per come ha condotto la sua vita, una sofferenza profonda e sincera per la gioventù buttata via, quella rosa sul cappello troppo precocemente sfiorita. La poesia di Villon si tinge di quegli eccessi che attraversavano la sua epoca, e che lo rendono un uomo del suo tempo, oscillante tra spavalderia e paura, peccato rivendicato e sbandierato e pentimento e preghiera. In carcere, condannato a morte, piange e prega Gesù. “Non si deve vedere in tutto ciò dell’ipocrisia, o della vana bigotteria – ammonisce Huizinga – : “era una tensione fra due poli spirituali, appena concepibile per la coscienza moderna, il netto dualismo di una fede che separa il regno di Dio dall’opposto mondo del peccato rende ciò possibile. Nello spirito medioevale tutti i sentimenti più puri e più elevati sono assorbiti dalla religione, mentre gli istinti naturali e sensuali, consapevolmente abietti, dovevano cadere al livello di una mondanità peccaminosa. Nella coscienza del Medioevo due concezioni di vita, si può dire, si formano l’una accanto all’altra: la concezione pia ed ascetica attira a sè tutti i sentimenti morali; il sentimento mondano, abbandonato al diavolo si vendica tanto più sfrenatamente.” (6) “Così cruda e variopinta era la vita che essa poteva aspirare in un medesimo istante l’odore del sangue e di rose. Il popolo, come un gigante dalla testa di bimbo, oscillava tra angosce infernali e i più ingenui piaceri, tra una crudele durezza e una singhiozzante tenerezza. Viveva sempre tra gli estremi: dalla completa rinunzia ai piaceri del mondo a un attaccamento frenetico alla ricchezza e ai godimenti, dall’odio più cupo a una bonarietà ridanciana. (6)

Il momento fatale

Villon deve il suo nome a Guillaume de Villon, canonico e cappellano di Saint-Benoît-le-Bétourn, che lo mandò a studiare quando era all’incirca ventenne alla Facoltà delle arti di Parigi. Raggiunto il diploma nel 1452, il giovane Villon abbandona gli studi preferendo affrontare l’avventura per vivere come un bohèmien ante litteram. Erano gli anni successivi alla guerra dei cento anni, colmi di brutalità e di epidemie..(…) Il 5 giugno 1455 avvenne l’episodio che gli cambiò la vita: mentre passeggiava in compagnia di un prete di nome Giles e di una ragazza chiamata Isabeau, incontrò nella rue Saint-Jacques un bretone, Jean le Hardi, maestro d’arte, in compagnia a sua volta di un religioso, tale Philippe Chermoye o Sermoise o Sermaise; scoppiò una rissa, non si sa per quale motivo, nella quale Chermoye rimase ferito mortalmente. Accusato dell’uccisione del religioso, Villon fu costretto a lasciare Parigi. Catturato, venne in qualche modo rilasciato nel gennaio 1456; aveva circa venticinque anni (come testimoniano documenti ufficiali) e – se non bastasse – un alias in più, quello di Michel Mouton. Passò i cinque anni successivi peregrinando, non senza altre disavventure, lungo la valle della Loira fino a raggiungere Angers dove viveva suo zio monaco. Fu prima di lasciare Parigi che compose ciò che è ora conosciuto come Petite Testament (Piccolo testamento) o Le Lais (Lascito), opera che mostra parte della profonda amarezza e rammarico per il tempo sciupato (e che è riscontrabile anche nel suo lavoro successivo, Le Grand Testament). (7)

The poet Francois Villon (1431-1463) writing his will surrounds in different episodes of his life. Engraving by Gustave Janet

“Effettivamente, questa sembra essere la scaturigine stessa dell’opera di Villon e da questo punto di vista occorre probabilmente porsi per comprenderlo adeguatamente. Si tratta – non desti meraviglia – di punto di vista carnevalesco!” (1) “Nel suo grandissimo ‘l’Opera di Rabelais e la cultura popolare’, (…) Michail Bachtin traccia la ricchissima fenomenologia delle categorie carnevalesche. All’interno di esse, la forma del testamento si rivela motivo rilevante. Nel Rabelais viene appunto ricordato il Testamento dell’Asino : una poesia nota già dal XIII secolo in cui un asino, in procinto di morire, lascia le diverse parti del suo corpo alle diverse classi e corporazioni, a cominciare dal papa e dai cardinali. Questo motivo è indubbiamente legato all’importante categoria carnevalesca della scissione e dello smembramento (sia corporeo che spirituale). Del resto fin dal VII -VIIII secolo circolavano parodici testamenti di asini e porci: addirittura al IV secolo risale un famoso Testamentum Porcelli!” (a) “Ma la lirica di Villon (in cui l’autore stesso si definisce “bon foulatre”) è carnevalesca non solo per la ripresa di simili motivi. Nessun arido cacabibliografie impancato in cattedra, ma del resto, neppure l’ottimo Bachtin (che pure, nelle opere citate, lo nomina, ma del tutto casualmente e indirettamente) hanno notato che Villon è una delle più suggestive incarnazioni poetiche della tradizione della satira menippea, e con essa, della cosmica dimensione carnevalesca.  E proprio a partire dalla forma di testament, che dato la sua forma alla maggiore opera poetica che, non per caso, ha per decisivo contenuto il tema della morte, assieme a quello della fortuna e del tempo, che in Villon, non sono che i fedeli esecutori della morte e dunque ad essa indissolubilmente legati.” (1)

“E’ stato proprio Bachtin a sottolineare come tratto saliente della Menippea il discorso dell’estrema soglia  : e soglia più estrema della morte non si da’! Come l’iniziatico, capovolto Pendu dei tarocchi, (…) Villon, nella sua condizione di morto in vita, di scampato alla forca, può contemplare al rovescio il mondo e i suoi valori e giudicarli dalla posizione del Pendu che è privilegiata, sicchè il più diretto rapporto con la morte gli permette  come nei Tarocchi, di leggere il Mondo, La Giustizia, la Fortuna, gli Innamorati, il Papa, L’Imperatore, L’Imperatrice, il Matto, ecc. con la consapevolezza ed il distacco di chi ha saputo che si tratta di un gioco octroyè dalla morte.” (1) “Forse è per questo che dopo quello della morte il tema dell’impiccato è tanto rilevante in Villon. Come nei Dialoghi dei morti di Luciano (insigne rappresentante greco antico della Menippea, la morte, suprema livellatrice, gli da il potere di considerare il teatro della vita in tutta la sua relatività, ma, in questo caso, senza esagerato cinismo; anzi, con partecipata commozione sulla vicenda dell’inesorabile logorio che il tempo fa emergere in tutto. Che cosa sono mai le avversità e i piaceri, le gozzoviglie e gli amori, la povertà e i potenti, di fronte al teschio che è lo stesso emblema del tempo che tutto travolge? Di fronte alla potenza livellatrice della morte, anche gli opposti (di cui si compone la vita e sulla cui dialettica si sofferma la Ballade des contres vèritès) paiono perdere la loro irriducibilità ed è dunque dalla consapevolezza della morte che dipendono la serenità e il distacco (relativi) di Villon, anche se velati di ironia, di melanconia, di nostalgia per quanto irrevocabilmente passa ma che allora precostituisce il nuovo (1)  (…) “Cinici, menippei, personaggi da carnevale (in testa quelli del romanzo di Rabelais) proprio nei lupanari e nella merda ambientano i discorsi più filosoficamente rilevanti. Dante nell’inferno (XII 14-15) aveva ammonito: “nella Chiesa coi santi e nella taverna co’ i ghiottoni” ma, per Villon, (e i menippei) non si tratta solo di una giustificazione di uno stile realistico, bensì di dialettica consapevolezza che non si giunge alla verità (o alla poesia) se non si passa per gli opposti, per andare oltre ad essi.(…) Del resto quando Villon giura sul proprio “coglion” (nella Ballade Finale del Testament) l’ignorante che se ne scandalizza (e va rimandato al solito Bachtin) del significato cosmico/carnevalesco del membro in questione: il termine era assolutamente ambivalente: riuniva in modo indissolubile la lode e l’ingiuria, elevava e umiliava nello stesso tempo. In questa accezione era era analogo alla parola fol o sot. Come il buffone (fol, sot) era il re del mondo alla rovescia, così il coullion, principale ricettacolo della forza virile, era per così dire il centro del quadro non ufficiale e vietato del mondo; il re del basso corporeo…” (1) (cfr. Rabelais, cit., Einaudi 1979, p. 461). “Per la sua miscela di amarezza, malinconia e umorismo e per la sincerità e profondità degli accenti, il Testamento è un’opera completamente diversa dalle liriche insipide dei suoi predecessori e della poesia di tono morale dei rhétoriqueurs che lo avrebbero seguito. Ne emerge una vigorosa e originale vena espressiva con la quale Villon, pur manifestando un attaccamento alla vita in tutti i suoi aspetti, condivide il senso del peccato e l’ossessione della morte, elementi tipici del Medioevo; viene a galla il ritratto di un uomo beffardo, cinico, brutale, chiassoso, volgare, ma anche triste, amaro, accorato, tenero, lirico, disperato nel cantare la giovinezza perduta, i rimpianti e le persone che l’hanno amato”.(3) “L’opera principale di Villon è un Testament; e, a suo tempo, già Spitzer aveva aveva rilevato, proprio trattando del grande lirico francese, che “il testamento è la forma più adatta ad esprimere lo stato d’animo tra la morte e la vita.”(in Romanische stil und Literatur Studien, Marburg 1931, pp. 4 ss.) Quale più formidabile effetto di straniamento può esservi, rispetto all’individuo, alla società, alla storia,  al mondo, di quello che li considera dall’estrema soglia che divide la vita dalla morte?” (1) “Questo è il personaggio che non cessa di affascinare critici e biografi; ovviamente, è grazie alla sua poesia che il «povero Villon» sopravvive in eterno, esemplare dell’uomo rissoso e tormentato del tardo Medioevo. (…) .

Ballata di Margot la grassa

Se amo e servo la bella di buon grado,
dovete voi tenermi a vile e a sciocco?
Ella ha in sé beni quanti ognun ne brama.
Per amor suo io cingo e scudo e stocco;

quando vien gente, corro e agguanto un gotto,
al vino me la svigno in piede in piede,
d’acqua, cacio, pan, frutta, fo bottega;
s’hanno moneta, – Bene stat, – gli dico,
– tornate pur, quando sarete in frega,
qui nel casino ove facciam la vita.-

Ma poi le cose si mettono storte
se Margot senza soldi viene a letto;
non la posso veder, la odio a morte..

Fatta la pace, lei molla una puzza
spessa più d’un infetto bacherozzo.
Ride, e mi piazza un pugno sulla zucca,
– Cocco -, mi fa, e giù un colpo sul cosciotto.

Ebbri ambedue, dormiamo come un ciocco.
E al risveglio, se il ventre entro le rugge,
mi monta lei, per non sciuparsi il frutto;
sotto le gemo, più che asse appiattito;
del gran chiavare tutto mi distrugge,
qui nel casino dove facciam la vita.

Vento, grandine, gelo, ho il pan sicuro.
Porco sono, e la troia è mia ventura.
Chi val di più? Segue l’altro, ciascuno.
Par con pari; a gattaccio can mastino.
Sozzura amiam, ci vien dietro sozzura;
onor fuggiamo, esso di noi ha paura,
qui nel casino ove facciam la vita.”

.

La Francia e Parigi intorno al 1450. (…) In L’Autunno del Medio Evo proprio nel capitolo di apertura Huizinga osservava che gli spogli d’archivio e le ricerche storiche sulla gente nominata o ricordata da Villon nel suo Testamento, le annotazioni sui borghesi di Parigi e sulla gente qualunque di quell’epoca, mettevano in luce soprattutto processi, delitti, liti, persecuzioni, ingiustizie”. (…) Lo spirito beffardo di Villon non risparmiava niente e nessuno, ma si trasformava all’occasione nella più straziante nostalgia («Piango il tempo di mia giovinezza…»), in tenerezza improvvisa, nella pietà più alta («Fratelli umani, che ancor vivi siete, / non abbiate per noi gelido il cuore…»). Ma la grandezza autobiografica del Testamento sta nel fatto che il poema è, per così dire, una trasfigurazione verso il basso, anziché verso l’alto. Ecco forse perché egli può essere sbrigativamente chiamato satirico, tacendo del suo potente patetismo e della sua energia drammatica:.

Cosa diventò la dolce fronte,
La bionda chioma, ciglia d’argento,
Le occhiate ad ogni sguardo pronte
Che a sè attiravano in un momento,
Il naso perfetto, né piccolo o grande,
Le orecchie delicate, piccole cose,
Contorni leggeri, fossetta sul mento,
E al centro belle labbra come rose?

Testament, LII, versi 496-500

Capelli ingrigiti, la fronte rugosa,
Sopraccigli spariti, gli occhi spenti,
Quando ridenti su ogni cosa,
Si posavano e seducevano clienti,
S’è incurvato il naso di quei tempi,
Le orecchie grandi e pelose son finite,
Pallido il viso, colori assenti,
Rugoso il mento, labbra appassite.

Testament, LIV, 512-516

Francois Villon

(a) Il Testamento del maiale: (Traduzione di E. Mori)

(1) Francois Villon, Ballate e Lasse, Saggio e Traduzione a cura di Luciano Parinetto, Mille Lire Stampa Alternativa

(2) Leo Spitzer, Critica stilistica e storia del linguaggio, Bari, 1954, pp.75-77″: Introduzione, pp.XIX-XXIII. (da: Vito Ventrella, Francois Villon, poesie, Traduzione di Beppe Ottone)

(3) Francois Villon, poeta e martire, di Gennaro Oliviero

(4) Relativo allo scrittore e filosofo greco Menippo di Gàdara (sec. 3° a. C.): satira m. (anche come s. f., la menippea), la satira mista di mimo e di dialogo socratico, di prosa e di verso, di cui Menippo diede esempio. da Enciclopedia Treccani.

(5) Da: l’archivio di Repubblica

(6) Autunno del Medioevo, Johan Huizinga

(7) “Prova di carta” Prefazione alla traduzione in rima de Il Testamento di Villon, Centro Studi Salvatore Palladino

(8) Villon, il re dei maledetti, Archivio di Repubblica

L’autore di questo scritto è ignoto e si pensa sia vissuto attorno all’anno 350 d. C. Lo cita San Gerolamo nella prefazione al commentario ad Isaia raccontando che veniva letto dagli studenti delle scuole, tra grandi risate (vedi anche Erasmo, nell’introduzione all’Elogio della Pazzia). Nulla vieta di ritenere che sia molto più antico, considerando quanto il linguaggio popolare divergesse dal latino dotto.

TESTAMENTUM PORCELLIIL TESTAMENTO DEL MAIALE
Incipit testamentum porcelli.M. Grunnius Corocotta porcellus testamentum fecit. Quoniam manu mea scribere non potui, scribendum dictavi.Inizia il testamento del maialeIl sottoscritto M. Grugno Corocotta (1), maiale, ha fatto testamento. E non potendolo scrivere di mano sua, lo ha dettato affinché venisse scritto.
Magirus cocus dixit: “veni huc, eversor domi, solivertiator, fugitive porcelle, et hodie tibi dirimo vitam”.Il cuoco Cuciniere (2) mi disse “vieni qua, porco che metti sottosopra tutta la casa, girovago e sempre fuggiasco, oggi porrò fine alla tua vita”.
Corocotta porcellus dixit: “si qua feci, si qua peccavi, si qua vascella pedibus meis confregi, rogo, domine coce, vitam peto, concede roganti”.E il maiale Corocotta disse “se ho fatto qualche cosa di male, se ho peccato, so ho rotto dei vasi con i miei piedi, o signor cuoco, ti chiedo di avere salva la vita, fai questa grazia a chi ti prega.
Magirus cocus dixit: “transi, puer, affer mihi de cocina cultrum, ut hunc porcellum faciam cruentum”.E il Cuciniere disse “vai garzone e portami un coltello dalla cucina per scannare questo maiale”.
Porcellus comprehenditur a famulis, ductus sub die XVI Kal. Lucerninas, ubi abundant cymae, Clibanato et Piperato consulibus. Et ut vidit se moriturum esse, horae spatium petiit et cocum rogavit, ut testamentum facere posset.E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora (3), sotto il consolato dei consoli Tegame (4) e Speziato quando abbondano le verze. E quando egli vide che doveva ormai morire, implorò un’ora di tempo e chiese al cuoco di poter fare testamento.
Clamavit ad se suos parentes, ut de cibariis suis aliquid dimitteret eis. Qui ait:E così chiamò a sé i suoi parenti per poter lasciar loro le sue cibarie. E così disse:
“”Patri meo Verrino Lardino do lego dari glandis modios XXX, et matri meae Veturinae scrofae do lego dari Laconicae siliginis modios XL, et sorori meae Quirinae, in cuius votum interesse non potui, do lego dari hordei modios XXX.“”A mio padre Verro de’ Lardi do e lego che siano dati trenta moggi di ghiande e a mia madre Vetusta Troia (5) do e lego che siano dati quaranta moggi di segale della Laconia e a mia sorella Grugnetta (6) , alle cui nozze non potei esser presente, do e lego che siano dati trenta moggi di orzo.
Et de meis visceribus dabo donabo sutoribus saetas, rixoribus capitinas, surdis auriculas, causidicis et verbosis linguam, bubulariis intestina, isiciariis femora, mulieribus lumbulos, pueris vesicam, puellis caudam, cinaedis musculos, cursoribus et venatoribus talos, latronibus ungulas. et nec nominando coco legato dimitto popiam et pistillum, quae mecum attuleram: de Thebeste usque ad Tergeste liget sibi collum de reste.Delle mia interiora do e donerò ai calzolai le setole, ai litigiosi le testine (7), ai sordi le orecchie, a chi fa continuamente cause e parla troppo la lingua, ai bifolchi le budella, ai salsicciai i femori, alle donne i lombi (8), ai bambini la vescica (9), alle ragazze la coda (10), ai finocchi i musculi (11), ai corridori ed ai cacciatori i talloni, ai ladri le unghie ed infine al qui nominato cuoco lascio in legato mortaio e pestello (12) che mi ero portato: da Tebe fino Trieste ci si leghi il collo usandolo come laccio.
Et volo mihi fieri monumentum ex litteris aureis scriptum: “M. Grunnius Corocotta porcellus vixit annis DCCCC . XC . VIIII . S . quod si semis vixisset, mille annos implesset.E voglio che mi sia fatto un monumento con su scritto in lettere d’oro: “Il maiale M. Grugno Corocotta visse 999 anni e mezzo e, se fosse campato ancora sei mesi, sarebbe arrivato a mille anni”. (13)
Optimi amatores mei vel consules vitae, rogo vos ut cum corpore meo bene faciatis, bene condiatis de bonis condimentis nuclei, piperis et mellis, ut nomen meum in sempiternum nominetur. Mei domini vel consobrini mei, qui testamento meo interfuistis, iubete signari””.Carissimi miei estimatori e preparatori, chiedo che con il mio corpo vi comportiate bene e che lo condiate di buoni condimenti, di mandorle, pepe e miele (14) in modo che il nome mio sia lodato in eterno. E ordinate al mio padrone e a mio cugino che sono stati presenti al testamento, di firmarlo.””
Lardio signavit.
Ofellicus signavit.
Cyminatus signavit.
Lucanicus signavit.
Tergillus signavit.
Celsinus signavit.
Nuptialicus signavit.
Firmato da Lardone.
Firmato da Bisteccone.
Firmato da Comino.
Firmato da Salsiccio.
Firmato da Coppa. (15)
Firmato da Capocollo.
Firmato da Prosciutto.
Explicit testamentum porcelli sub die XVI Kal. Lucerninas Clibanato et Piperato consulibus feliciter.Qui finisce in tutta regola il testamento del maiale redatto il giorno 16° delle calende di Candelora, consoli Tegame e Speziato

FINE PRIMA PARTE

La poesia dei goliardi, diffusasi in Europa tra il XII e il XIII secolo, rovescia in modo ironico e divertito temi e atteggiamenti della letteratura allora dominante. Il vino, la donna, il gioco, i piaceri della vita sono spregiudicatamente esaltati da questa poesia che nasce in ambiente colto e usa a fini parodici i moduli del linguaggio ecclesiastico. Da notare anche qui i caratteri della metrica che, documenta il passaggio della metrica quantitativa alla metrica ritmica: infatti le tetrapodie trocaiche si possono leggere come ottonari, per di più compare la rima, del tutto sconosciuta alla poesia classica.

Carmen Potatorium                                  Canto dei bevitori


In taverna quando sumus,                   Quando siamo alla taverna,       
non curamus quid sit humus,               
non ci curiamo più del mondo,
sed ad ludum properamus,                   ma al giuoco ci affrettiamo,
cui sempre insudamus.                       al quale ognora ci accaniamo.
Quid agatur in taverna,                      Che si faccia all’osteria,
ibi nummus est pincerna,                    
dove il soldo fa da coppiere 
hoc est opus ut queratur:                    
questa è cosa da chiedere:
si quid loquar audiatur.                     
 Sia d’ascolto a ciò che dico.
Quidam ludunt, quidam bibunt,             
C’è chi gioca, c’è chi beve,
quidam indiscrete vivant.                     
c’è chi vive senza decenza.
Sed in ludo qui morantur                   
Tra coloro che attendono al gioco,
ex his quidam denudantur,                  
che chi viene denudato,
quidam ibi vestiuntur,                        
chi al contrario si riveste,
quidam saccis induuntur.                    
chi di sacchi si ricopre.
Ibi nullus timet mortem,                     
Qui nessuno teme la morte,
sed pro Bacho mittunt sortem.             
ma per Bacco gettano la sorte.
Primum pro nummata vini:                   
Prima si beve a chi paga il vino,
ex hac bibunt libertini.                       
indi bevono i libertini.
Semel bibunt pro captivis                    
Un bicchiere per i prigionieri,
Post hec bibunt ter pro vivis,                
poi tre bicchieri per i viventi,
quater pro christianis cunctis,               
quattro per i cristiani tutti,
quinquies pro fidelibus defunctis,           
cinque per i fedeli defunti,
sexies pro sonoribus vanis,                  
sei per le sorelle leggere,
septies pro militibus silvanis,                
sette per i cavalieri erranti,
octies pro fratibus perversis,                
otto per i fratelli traviati,
novies pro monachis dispersis,              
nove per i monaci vaganti,
decies pro navigantibus,                      
dieci per i navigatori,   
undecies pro discordantibus,                 
undici per i litiganti,
duodecies pro penitentibus,                  
dodici per i penitenti,
tradecies pro iter agentibus.                 
tredici poi per i parenti.
Tam pro papa quam pro rege                
Sia per il papa che per il re
bibunt omnes sine lege.                       
tutti devono senza misura.
Bibit hera, bibit herus,                       
Beve la signora, beve il signore, 
bibit miles, bibit clerus,                      
beve il clero, beve il cavaliere,
bibit ille, bibit illa,                             
beve questo, beve quella,
bibit servus cum ancilla,                      
beve il servo con l’ancella,
bibit velox, bibit piger,                        
beve il lesto, beve il pigro,
bibit albus, bibit niger,                        
beve il bianco, beve il negro,
bibit constans, bibit vagus,                   
beve il fermo, beve il vago,
bibit rudis, bibit magus,                      
beve il rozzo, beve il mago,
bibit pauper et egrotus,                       
beve il povero, beve il malato,
bibit exul et ignotus,                         
 beve l’esule e l’ignorato,
bibit puer,bibit canus,                         
beve il piccolo e l’anziano,
bibit pressul et decanus,                     
beve il presule e il decano,
bibit soror, bibit frater
,                      beve la sorella, beve il fratello,
bibit ames, bibit mater,                       
beve la vecchia, beve la madre,
bibit ista, bibit ille,                            
beve questa, beve quello,
bibunt centum, bibunt mille.                 
bevono cento, devono mille.
Porun durant sex nummate                  
Durano poco sei denari,
ubi ipsi immoderate,                          
quando devono tutti,
bibunt omnes sine meta,                    
 senza porsi nessun limite,
quamvis bibant mente leta.                  
anche se devono con animo gioioso
Sic nos rodunt omnes gentes,               
Così tutti ci denigrano, 
et sic crimes egentes.                         
e non ci offrono mai nulla.
Qui nos rodunt, confundantur               
Chi ci disprezza sia castigato
Et cum instis non scribantur.                
e non venga ricordato fra quanti sono onesti.

(1) Francois Villon, Ballate e Lasse, Saggio e Traduzione a cura di Luciano Parinetto, Mille Lire Stampa Alternativa

(2) Leo Spitzer, Critica stilistica e storia del linguaggio, Bari, 1954, pp.75-77″: Introduzione, pp.XIX-XXIII. (da: Vito Ventrella, Francois Villon, poesie, Traduzione di Beppe Ottone)

(3) Francois Villon, poeta e martire, di Gennaro Oliviero

(4) Relativo allo scrittore e filosofo greco Menippo di Gàdara (sec. 3° a. C.): satira m. (anche come s. f., la menippea), la satira mista di mimo e di dialogo socratico, di prosa e di verso, di cui Menippo diede esempio. da Enciclopedia Treccani.

(5) Da: l’archivio di Repubblica

(6) Autunno del Medioevo, Johan Huizinga

(7) Prefazione a Il Testamento di Villon, Centro Studi Salvatore Palladino


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