Storia Antica

Dopo la contestazione…

Eros Alesi in primo piano

Dopo la contestazione “67-69” in un’Europa illusa dai miti superstiti, gli anni settanta della poesia iniziano all’insegna di un fatto che si può considerare emblematico: il suicidio, nell’aprile del 1970, di Paul Celan, “vittima probabilmente di una fedeltà – impossibile ormai – al sentimento di un’autonomia, di una libertà quasi “trascendente” del fatto poetico”. Al pari di Majakowski, Celan non ha potuto altro – poeticamente – pateticamente – che gettare il proprio cadavere in faccia ai suoi contemporanei (a tutti noi), attuando, col suo suicidio dimostrativo (un tuffo nell’acqua nera della Senna), l’estrema protesta contro lo “stato di cose presenti” che, mentre rifiuta di cambiare, lavora anche per addomesticamento dei poeti e l’esorcizzazione della poesia. Il suicidio di Celan, clamoroso e ammonitore, echeggia in Italia (…..) nel suicidio muto, lento e ineluttabile, di Eros Alesi, nato nel 1951 e morto di droga, solitudine, disperazione, pazzia nel 1971. Completamente sconosciuto in vita, Alesi diviene, da morto, emblema, solo in parte letterario, di una gioventù che, emarginata dalla società e abbandonata alla droga e agli ospedali psichiatrici, aliena la propria esistenza di un autonegazione (autosoppressione) che non ha nemmeno l’orgoglio della protesta, ma rifiuta il cieco riconoscimento di una sconfitta che sconvolge la stessa esistenza dell’uomo e dei suoi sistemi. (….)

Il sangue del mio bestia

Schiaccio il sangue-midollo del mio bestia-cervello, /per distillare qualche centimetro di nettare vitale al mio essere. / Che il nettare si inietta nell’inchiostro /cervico-nervoso-impulso-tutto-nulla /della penna stilografica da 200 lire. // Avevo 14 anni quando la carne del mio essere divenne osso caldo. //Avevo 14 anni quando la carne del mio verme divenne rosso-caldo. //E si incurvò come muso di cavallo trottante, /sui riccioli di labbra risucchianti il seme di vita. /Tre croci e un frate senza barba, sulla terra che beve il sangue di Dio /amore per la situazione nata /che le onde vibranti, squarciano le tenebre /e la spessa densità nebulosa delle mie verità. /E il grande rifiuto del sudario scarlatto della morte. //Che piango su di un quaderno trovato nelle grotte del Pincio.

Eros Alesi

(…) In tale contesto, conclusasi la stagione dello sperimentalismo degli anni sessanta (si pensi al gruppo 63 e al fenomeno delle Neoavanguardie), la poesia oscilla tra ricodificazione – ossia la ricostruzione di una linearità spesso coincidente con una “moralità” volta verso le categorie “positive” e “costruttive” (moralità sovente traslata nella stesura di testi trionfalisticamente impegnati a predicare messianiche pedagogie o a innalzare inni palingenetici) – e l’ulteriore stacco della ricerca sperimentale. Il passaggio sulla ribollente acqua in tempesta dell’oceano della cultura occidentale causa in Italia lo sfaldamento di quei monoliti che si pretendeva fossero i gruppi letterari e di poetica. Qualche poeta (si pensi a Sanguineti il quale, con il suo “Bachtin”, sa’ che il ruolo delle correnti e delle scuole è molto relativo) capisce che sta finendo il tempo delle congregazioni e che bisogna perseguire, finalmente, non più “obblighi” corporativi e settari, bensì liberi rapporti con la politica della realtà e con la stessa poesia. Finito il tempo dell’ecumenismo, del “metellismo”, delle oclocrazie linguistiche, della confusione tra “linguaggio” e “comunicazione” – retaggi oscurantistici degli anni cinquanta (anche se, dicono certi nostalgici, negli anni cinquanta si “rifaceva” l’Italia) – alcuni poeti sentono il bisogno di aprire gli occhi davanti alla realtà nuova ed esistenzialmente traumatica del neocapitalismo, che comincia a mostrarsi in tutto il suo orrido potenziale di restaurazione e riflusso. L’esperienza antologica dell’Antigruppo, che finirà, nel corso degli anni, per dividersi in due versanti facenti capo rispettivamente alle riviste “Impegno 70” di Trapani e “Intergruppo” di Palermo, è preceduta, nel 1971, dall’iniziativa del poeta Domenico Cara. Questi, con la miscellanea di poesia italiana Le proporzioni poetiche, ha voluto significare che un’antologia poetica per questi anni settanta non fa le veci di un manuale per la pratica della letteratura in versi e non serve nemmeno a misurare la “febbre” culturale del nostro tempo; non può supporre di essere autosufficiente , nè, soprattutto, proporre strade agevoli, maestre o nuove. Può soltanto, quando nasce bene (con equilibrio e senso delle proporzioni, appunto), collocarsi a mo’ di ordigno in mezzo a Babele, attendendo la propria stessa deflagrazione. Ecco, Le proporzioni poetiche, il flori/”deflori”-legio curato da Cara, riesce una sorta di ticchettante timer, inserito negli scaffali della babelica biblioteca di tante invariate vanità, battente i tempi lunghi di una programmata eversione o di una rivoluzione totale convogliabile – utopisticamente, è chiaro – in “universi di poesia” non più elitari ma variamente aperti e “utili” subito, proprio mentre la poesia – temine, marchio, garanzia di scandalo – esige di sottrarsi ai paludamenti platonici per accompagnarsi alla materialità corporea e in questa disporre il proprio referente.

Da: “L’apprendista Sciamano” – Poesia Italiana degli anni settanta – di Stefano Lanuzza, Casa Editrice G. D’Anna, Messina – Firenze

“Eros Alesi, nato in provincia di Roma nel 1951 e morto giovane nel 1971 per overdose, fu un poeta che si fece conoscere in quegli anni soprattutto per i suoi contributi alla realizzazione della rivista underground Mondo Beat. I suoi versi vennero pubblicati per la prima volta, postumi, ne L’almanacco dello specchio dal critico Giuseppe Pontiggia. Antonio Porta, che poi pubblicò una sua poesia nella fondamentale antologia edita da Feltrinelli Poesia degli anni settanta, così commentò il suo scrivere: Sembra un espediente retorico dire che c’è uno scarso margine per un commento iniziale, ma è vero. La tematica, sofferta interamente dal corpo dello scrittore, è così offerta e bruciante che rende subito muti. […]. L’invocazione alla morte è un’invocazione alla gioia. […] Desidero solo osservare che nel caso di Alesi, come in molti altri, la poesia ha interagito con la nostra storia, senza diaframmi. Va detto che un tributo necessario al fare poesia lo paga sempre anche il corpo di chi scrive. Ben diversa era l’opinione di Pasolini a riguardo, il quale, commentando la pubblicazione su l’Almanacco dello specchio, così scrisse: Non ho nessuna particolare pietà per questo disgraziato ragazzo, debole e ignorante, che è morto per la stessa ragione per cui si fanno crescere i capelli. Meno diritti si hanno e più grande è la libertà. […] La tolleranza è la peggiore delle repressioni. È essa che ha deciso la moda della droga, della morte e della rivolta estremistica. I più deboli ci sono cascati, con l’aria di essere dei campioni. Certamente la poesia di Eros Alesi, per una serie di motivi, può risultare difficile da valutare e sicuramente si apre a possibili critiche e perplessità circa l’ingenuità di alcuni passaggi; tuttavia, versi come quelli di Lettera a mio padre, con il loro ricorrere ridondante all’anafora e con un ritmo narrativo ammaliante e da recitazione, rappresentarono un esempio stilistico inaudito in Italia, ispirato dalla contemporanea poesia Beat americana. Inoltre, contenutisticamente parlando, Alesi riesci a dare voce a tutto il dolore di una vita buttata, di miti giovanili infranti. Il suo è il ritratto di una generazione che non seppe trovarsi, persa nella propria debolezza”.

Carlo Selan, Dal Blog : “Digressioni”, Invocazioni alla gioia, Eros Alesi e la (s)fortuna critica della poesia del ‘68

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