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Il non-luogo della storia

José Silva, Non-places

“Mentre in passato si era sicuri dell’eterno ritorno delle stagioni e dei cicli naturali, oggi questa certezza è messa in dubbio: si ha la sensazione che è stato superato il limite oltre il quale non si torna. Risorse naturali consumate, specie estinte, l’originaria purezza delle acque delle arie e dei luoghi non ritorneranno. Il tempo ciclico della natura si è mutato nel tempo lineare della storia. 
In questa prospettiva la minaccia di una guerra nucleare, il problema irrisolvibile della spazzatura radioattiva con la sua acqua pesante e altre amenità siffatte contribuiscono in maniera decisiva a convalidare questa nuova percezione della temporalità. Da un altro punto di vista le scienze, sia quelle esatte che quelle sociali, hanno perso gran parte del credito di cui godevano in passato e non sembrano in grado di aiutarci a progettare nel tempo un mondo migliore, per l’incapacità che hanno dimostrato nel prevedere l’evolversi degli eventi e dei bisogni.
Secondo una prospettiva antropologica, invece, l’uomo occidentale dimostra la tendenza ad allontanarsi dall’antico atteggiamento nei confronti della morte. La morte deve essere nascosta se non addirittura negata, non è più considerata un tema su cui riflettere (eppure interessa tutti noi), come un che di fastidioso, mentre dovrebbe essere sentita come il compimento che da’ un senso alla vita stessa. 
Grazie al giusto valore dato alla morte ogni individuale ciclo biologico può inserirsi all’interno del ritmo della natura e dell’alternarsi delle stagioni, così come può trovare il suo giusto spazio all’interno di un susseguirsi di epoche storiche. Tutto ciò porta a un ipertrofico sviluppo della dimensione del presente se non addirittura dell’ora, dell’immediato, dell’hic et nunc che diventa l’unico vero orizzonte temporale, al di là del quale non riusciamo a vedere che nebbia. Soprattutto il rapporto con il passato, ma anche quello con il futuro, è divenuto “freddo”, mediato, cioè non si vive più un presente che è la continuazione del passato e l’andare verso il futuro, ma è separato da essi: il passato è antiquariato, forse piacevole erudizione, ma non più maestro di vita che può offrire modelli..” 
(Da “Inattualità dell’Arte” – Autori Vari – AAA Edizioni)

Io aggiungerei che il passato è ormai disinnescato della sua carica autorevole e minacciosa, ammonitoria, e l’agente non è che il torpore del postmoderno.
Il precipitato culturale che i secoli hanno da offrire appaiono alla coscienza postmoderna come un acquitrino  indistinto dove epoche  e personaggi si mescolano indifferenziati e dove il senso della storia è smarrito:  la storia in sè non è che mera storiografia, agiografia, indoratura, o peggio uno sfondo dove proiettare bisogni e motivazioni moderne; il passato storico “modernizzato”, attualizzato, è il riflesso dell’incapacità dell’uomo postmoderno di concepire la storia con la sua follia, i suoi errori e le sue aberrazioni. Si è smarrito il concetto di “evoluzione” umana, con le sue storture ma anche con le sue implicazioni culturali e sociali. Alla luce di un eterno presente sganciato dal suo passato, appare solo un susseguirsi statico di eventi congelati nel tempo, sbrinati e consumati in un presente da cucina, dove ogni evento storico è mera pubblicità, un pasto personalizzato con i propri ingredienti, “a piacere”. L’idea del cammino dell’umanità è sdoganata come salsa ideologica mentre le divise dei templari, degli spartani o dei sans-culotes sono freschi da un reportage di moda o paracadutati da un video gioco.
 L’uomo postmoderno non è più spaventato dal suo passato e la sua non è presa di posizione “obiettiva”, distaccata e serena come gli piace credere, ma piuttosto una pericolosa anestesia, mortale per le coscienze. 
Dal pozzo scuro della storia non più rantoli, crolli, capovolgimenti, massacri, eserciti, ma suggestioni estetiche, graficizzate, disinnescate della loro originaria potenza di tragedie e di orrori. 
Così come la morte è la grande rimossa, così la storia.
L’epoca medioevale per esempio, è stata anche giustamente riscattata dalla storiografia più o meno recente (a partire grosso modo dagli anni sessanta), per essere ricollocata in un continuum che prevede la decadenza ma che nella decadenza reca con sè i germi di una rinascita futura e di una rivoluzione totale del sapere e della concezione dell’uomo. Altrettanto sbagliato sarebbe però dimenticarsi di come gli uomini medievali pensavano (ed agivano), come Johan Huizinga ha saputo descrivere con dovizia storica nel suo brillante saggio “L’Autunno del medioevo”…non di cavalieri arme ed amori, ma di orribili persecuzioni e soprusi è intessuta la storia (e anche l’epoca medievale), una mentalità filosofica che non potremmo fare  a meno di definire infantile, contorta, regredita, a tratti persino psicotica: le masse di camminatori devoti, vagabondi e pazzi che seguivano gli eventi sacri, allo sbaraglio, in una deriva che spesso si rivelava pericolosa e mortale, le folli devozioni dei penitenti e della gente tutta, il fanatismo e l’odio cieco, la vita umana che valeva meno di niente.

“Questo sviluppo ipertrofico del presente si avvera sia come implosione che come esplosione. Esso  infatti è una concentrazione narcisistica e solipsistica sul presente, che però trovandosi espanso all’ennesima potenza, offre possibilità (virtuali o reali) infinite: i punti stessi di riferimento sono esplosi, invadendo sì, tutto lo spazio, ma diluendosi e allontanandosi, dato che lo spazio stesso è in continua espansione. 
L’uomo si aliena nell’ambiente che ha costruito senza tenere conto delle sue profonde e ancestrali esigenze. 
Così, oltre al recupero del passato prossimo e delle particolarità locali, oggi si colleziona tutto con attenzione e costanza, quasi a dimostrare la volontà di mettere ordine, trovare le coordinate sul piano cartesiano della realtà. 
Visto che il mondo è tanto fugace, almeno appropriamoci di qualcosa su cui possiamo esercitare la nostra facoltà di pensare  e classificare, con la quale gioca lo scrittore George Perec. 
Allo stesso modo Paul Virilio parla della perdita di senso dello spazio reale: l’andare a Tokyo in aereo nello stesso tempo in cui un treno va da Parigi a Napoli ha ridotto il nostro mondo in maniera definitiva: dopo il viaggio a Tokyo la nostra visione mentale del mondo è mutata. Un nuovo cambiamento interviene quando si realizza una teleconferenza a Tokyo. 
Virilio osserva che “la misura del mondo è la nostra libertà (…). Il pericolo, ed in ciò consiste la grande chiusura, è di avere in testa una Terra in miniatura (…) l’uomo-pianeta non ha più coscienza di una qualsivoglia estensione”. (2)

2) “Inattualità dell’Arte” – Autori Vari

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