Senza categoria, Storia Antica

Da: “L’uomo selvatico in Italia”

Di Giorgio Castiglioni

Leggende

Le leggende sull’uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico vi compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività.
Le diverse narrazioni hanno elementi comuni tra loro (cfr Centini 1989, p.17; Centini 2000, p.10).

Ulisse Aldovrandi

Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.
Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte.
A Lucignana (Lucca), si racconta che l’uomo selvatico, dopo aver insegnato a fare il burro, stava per andarsene, ma gli uomini insistettero tanto che si fermò ad insegnar loro anche a fare il cacio. Fece per andarsene, ma anche questa volta fu fermato da inviti pressanti a proseguire e così spiegò come produrre la ricotta. A questo punto lo lasciarono andare e lui, lasciando la compagnia, fece sapere che si erano persi un’ultima lezione: “Se mi ci tenevate anche un po’ vi c’insegnavo a levare anche l’olio” (Cordier 1986, p.206).
Non diversa è la risposta data dall’uomo selvatico della Valle del Fersina: “se tu mi avessi chiesto ancora qualcosa, io ti avrei detto di più” (Jorio 1994, p.98).
In Val d’Aosta, l’ommo sarvadzo, dopo aver insegnato a produrre i vari tipi di formaggio, voleva spiegare come rendere utile anche il siero del latte servendosi di un fiore, la nigritella. Agli uomini questa operazione sembrava assurda e, mostrando poca riconoscenza e scarsa finezza, risero del selvatico il quale si adombrò, se ne andò e non rivelò mai il segreto che stava per svelare (Cordier 1986, pp.203-204; Centini 1989, p.67).
Nel Biellese a far allontanare l’uomo selvatico, e con lui i suoi preziosi insegnamenti, è uno scherzo giocatogli da alcuni giovinastri che resero bollente la pietra su cui era solito sedersi o, secondo un’altra versione, vi posarono una chiave arroventata (Centini 1989, p.21).
Per apprendere i segreti del selvatico, gli uomini usavano anche mezzi poco rispettosi.
Il salvanel della Valsugana fu catturato facendolo ubriacare per costringerlo a rivelare i suoi segreti. Fu rilasciato dopo aver insegnato la lavorazione di burro, caglio e formaggio, prima che spiegasse come trarre la cera dal siero. (Garobbio 1973, p.101).
Poteva anche andargli peggio. A Vinca (Massa) si narra che dopo che gli fu carpito il modo di fare la ricotta ed il burro, l’uomo selvatico fu addirittura ucciso (Cordier 1986, p.207).
Devo alla cortesia della signora Anna Zecca un’interessante informazione su Sacco, un paese della Valtellina dove si può vedere un dipinto dell’uomo selvatico (ne parlerò più avanti). Si raccontava che se, quando si faceva il formaggio nelle baite, non si lavorava per bene, l’umìn selvàdich compariva alla finestra e correggeva gli errori commessi. Curiosamente, nonostante in questa storia appaia come un personaggio saggio ed utile agli uomini, l’umìn selvàdich era usato anche come spauracchio per i bambini (Zecca 2004).
A Bellino (Blins) sono invece le foulatones (le “stupidone”) ad insegnare l’arte casearia, chiedendo di mantenere segreto il loro insegnamento. La loro fiducia viene tradita degli uomini e le foulatones, sdegnate, se ne vanno. Anche nelle Valli Valdesi si racconta di “donne-fate” che insegnano la lavorazione dei latticini (Jorio 1994, p.95).
L’uomo selvatico è anche considerato abile nel far pascolare il bestiame.
Il salvanel della Valsugana “ha un gregge numeroso di capre dalla lana abbondante” (e in più ruba il latte dalle bestie altrui) (Garobbio 1973, p.101).
In altre storie gli uomini affidano all’uomo selvatico le loro bestie (Garobbio 1988, p.246; Centini 1989, pp.45-46; Centini 2000, pp.21-22).
In genere, come abbiamo visto, l’uomo selvatico è presentato come colui che ha insegnato agli uomini la lavorazione dei derivati del latte. In qualche storia, però, insegna anche altre utili conoscenze, come quella di guarire il bestiame, di riconoscere le erbe medicinali, di lavorare il ferro (Garobbio 1963, pp.19-21; Garobbio 1988, p.246).
Una leggenda valdostana, per esempio, narra che l’ommo sarvadzo, dopo l’episodio della nigritella citato sopra, si era trasferito nella Val di Cogne e, dando ancora prova della sua generosità, si era messo ad insegnare agli uomini l’uso del ferro. Ma anche qui gli uomini ricambiarono la sua disponibilità con l’ingratitudine e il selvatico decise di lasciare i monti della Val d’Aosta (Cordier 1986, pp.203-204; cfr Centini 1989, p.70).
Il salvan della Val Gardena aiutava i contadini nel loro lavoro (Centini 2000, p.15).
Quando c’era vento, l’ommo sarvadzo della Val d’Aosta “si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi”. Anche nelle valli piemontesi in cui Massimo Centini ha raccolto le testimonianze degli abitanti del luogo, l’uomo selvatico teme il vento ed è così pure in Toscana (Cordier 1986, pp.203, 206-207; Centini 1989, p.102; Centini 2000, p.21; cfr Jorio1994, p.96).
A Coreglia (Lucca) si racconta che l’uomo selvatico ride quando c’è brutto tempo perché sa che poi arriverà il sereno e viceversa piange quando c’è bel tempo perché arriverà poi il mal tempo (Cordier 1986, p.206; cfr Centini 1989, pp.77-78).
Di questo curioso comportamento si parla anche nei versi del Dittamondo (1367) di Fazio degli Uberti: “Come s’allegra e canta l’uom salvatico / Quand’il mal tempo tempestoso vede / Sperando nello buono, ond’egli è pratico” (cit. in Garobbio 1967, p.77; Cordier 1986, p.191; Garobbio 1988, p.246; Centini 1989, p.77).

Dan Hillian


Anche Matteo Maria Boiardo, nell’Orlando innamorato (libro I, canto XXIII, ottava 6) scrive dell’uomo selvatico:
E dicesi ch’egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando è il cel sereno,
Perché egli ha del mal tempo alor paura,
E che ‘l caldo del sol li vegna meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ché ‘l bon tempo aspetta.


In quasi tutte le leggende, l’uomo selvatico è un essere pacifico. Anzi, talvolta è lui a subire derisioni o scherzi sciocchi, ma reagisce semplicemente allontanandosi e non facendosi più vedere.
In genere è una figura molto seria, ma in qualche racconto può essere più allegro.
Il gigiat della Val Masino, per esempio, suona lo zufolo, ride, grida e balla (Garobbio 1963, pp.151-152; Garobbio 1967, p.77; Garobbio 1988, pp.249-250).
Il massaruò del Cadore ama suonare il subiotto (uno strumento a fiato) per far ballare i giovani ed “è d’umore allegro, socievole, combina tiri birboni alla gente” (Garobbio 1977, pp.67-68; Jorio 1994, p.97).
Anche quando si mette in testa di combinare guai, comunque, il selvatico appare semmai goliardico, e forse anche un po’ stupidotto, più che malvagio.
Secondo un anziano della Val Grana (Cuneo), il sarvanot, anche se “non era cattivo, faceva dispetti, soprattutto alle donne”. Buttava a terra i panni stesi, per esempio, o scambiava il sale con lo zucchero. O ancora si introduceva nelle stalle per far confusione con le catene delle mucche (Centini 1989, p.48; Centini 2000, p.22).
Aurelio Garobbio riferisce che i servan piemontesi erano “folletti” dispettosi che intrecciavano le code dei cavalli, mettevano i ricci delle castagne nei letti e si lasciavano andare ad altre amenità, ma altre volte sapevano anche rendersi utili mungendo le mucche, tagliando l’erba, raccogliendo il fieno (Garobbio 1963, pp.25-26).
Anche ai salvanelli, o sanguanelli, dell’altopiano dei Sette Comuni piaceva giocare con le catene delle mucche ed inoltre si divertivano a nascondere oggetti e a spaventare gli innamorati. Altro loro scherzo era quello di portare fuori strada i viaggiatori (ma poi magari ci ripensavano e andavano a recuperarli) (Garobbio 1975, p.114).
“Dispettoso e nocivo” era il sarvanòt della Val Maira (Piemonte). A Melle un contadino, stanco degli scherzi di un sarvanòt, lo murò vivo nella grotta dove si nascondeva (Centini 1989, pp.99, 102).
Raramente l’uomo selvatico è dipinto come un essere feroce e addirittura antropofago.
In una storia di Montìcolo (Trentino Alto Adige), un uomo selvatico divora la moglie di un contadino e inchioda alla porta una parte del corpo (Garobbio 1975, p.19; cfr anche Garobbio 1977, p.105; Garobbio 1988, p.248; Centini 1989, p.32).
Anche il bilmon della Val Fersina (Trentino) “insieme a un corteo di spiriti dannati inchioderebbe parti del corpo delle proprie vittime alle porte delle case” (Centini 1989, p.165).
Dei salvanchi di Sassalbo si dice che siano “irsuti come caproni e più feroci dei lupi” e che non solo rubino negli alpeggi, ma anche “appetiscano la carne umana” (Garobbio 1963, p.145; Garobbio 1969, pp.179-180).
Il mazzarol del Cismon “è piccolo di statura, calza zoccoli, ha un abito di lana rossa, ha un proprio gregge e lo governa. Ha insegnato a cuocere i formaggi, a ricavare la cera dal siero”. Su di lui si racconta una curiosa storia: chi per sbaglio calpesta una sua impronta è costretto a seguire le sue orme sino alla caverna dove riceve polenta e latte e deve curare il gregge finché vuole il mazzarol (Garobbio 1975, p.145; vedi anche Garobbio 1977, p.37).
L’uomo selvatico è di solito raffigurato come un essere solitario, ma in qualche storia cerca, in un modo che non poteva essere molto apprezzato dagli uomini, di procurarsi compagnia.
Si narra che in una caverna presso Andorno Micca, vicino a Biella, viveva un om salvei che “se ne stava isolato, ma aveva un animo buono e generoso: saggio e pacifico, viveva con il suo gregge di pecore e capre”. Anche qui il selvatico era esperto nell’arte casearia e di buon grado aveva accettato di insegnare alle donne a fare il burro e il formaggio. Tuttavia, invaghitosi di una ragazza, l’aveva rapita e questo, ovviamente, non era piaciuto agli abitanti del luogo che erano andati a riprenderla con la forza. Dopo questo scontro, l’om salvei non si era più visto (Cordier 1986, p.201).
Anche a Regnano (Massa) si parla di rapimenti di donne da parte dell’uomo selvatico (Cordier 1986, p.207). Del salvanel della Vasugana si dice che rapisse i bambini, allevandoli poi con grande amore (Centini 2000, p.15).
Abbiamo sin qui parlato di “uomo selvatico” al singolare, come, in effetti, è in genere nelle leggende che lo riguardano. Talvolta, però, i selvatici sono più d’uno.
Una leggenda della valle di Poschiavo parla dell’arrivo di una “frotta di selvaggi” provenienti dal monte Sassalbo (Perego 2001, pp.16-17).
Secondo un anziano della Val Grande di Lanzo (Piemonte) “una volta erano tanti […]; vivevano soli, ma erano parecchi”. Centini riferisce che quasi tutte le persone da lui intervistate in questa valle e nella Val Grona (in provincia di Cuneo) “sono concordi nell’affermare che esistono ancora discendenti del Selvaggio e li identificano con quelle persone, spesso malformate o deprivate del linguaggio, che vivono in abitazioni distanti dal centro abitato”. Un altro anziano interpellato riferiva che “i vecchi, come mio zio, dicevano che era nero e che il selvaggio esisteva” ed un altro ancora diceva di sapere “che un selvaggio c’è ancora, vive su in montagna con le capre” (Centini 1989, p.47; Centini 2000, pp.21-22).
In qualche storia compaiono anche donne selvatiche.
Secondo un racconto, di tanto in tanto da Giuribrutto e dai Lastei del Predazzo scendevano delle donne selvatiche. Una di queste chiese ad una filatrice a ballare con lei. Un po’ perplessa, la ragazza accettò l’invito e danzarono per tre giorni di fila, al termine dei quali la donna selvatica le regalò tre foglie di betulla. Anche se le veniva da ridere, la ragazza si trattenne e accettò il dono. Le foglie si trasformarono in oro (Garobbio 1963, pp.184-185).
Sui monti di Onies (Trentino Alto Adige), secondo la leggenda, vivevano famiglie di uomini selvatici e le loro donne “crescevano con grande amore i figli come fanno tutte le mamme del mondo” (Centini 1989, p.32).
Nelle Alpi centro-orientali si parla delle anguane, donne selvatiche che hanno uno stretto rapporto con le acque. Le anguane sono conosciute anche con altri nomi: “Agane, Subiane, Zubiane, Aiguane, Oane, Longane, Pagane, Pagagnole, Aganis, Aguanes, Vivane, Gane, Guanes, Ghiane, Anghianae, Bregostane, Ondine, Sagane, Vane, Aivane, Guandane, Angene”. Sono spesso presentate come lavandaie o filatrici (Centini 2000, pp.30-31).
Una leggenda friulana un po’ inquietante dice che le anguane “che sorprendevano una donna a filare quando non era consentito, la divoravano e avvolgevano le sue interiora sul fuso” (Centini 2000, p.31).
In alcune storie si dice che le anguane abbiano il piede caprino. Una leggenda le descrive addirittura come “mostri metà donne e metà serpe”, alla cui sgradita presenza fu posta fine con un esorcismo del vescovo di Trento (Garobbio 1975, p.153; Garobbio 1973, p.31).
I vescovi di Trento dovevano essere specializzati in questi esorcismi perché uno di loro avrebbe pure allontanato definitivamente da Faver, in Val Cembra, un uomo selvatico che importunava gli abitanti ed in particolare le donne (Garobbio 1973, p.109; Garobbio 1988, p.248; Centini 1989, pp.42-43; Centini 2000, p.87).
In altre storie, invece, anguane ed altre donne selvatiche sono esseri amabili al punto che gli uomini ne vengono affascinati e le sposano.
C’è una leggenda assai triste secondo la quale una donna, invidiosa del fascino che una salvaria aveva su un giovane, ordì una trama contro di lei. La salvaria fu uccisa a sassate. Dal suo sangue nacquero le sassifraghe di Valparola (Garobbio 1963, p.203).
Al passo del Falzarego, vicino a Cortina d’Ampezzo, si racconta la storia di un taglialegna che si innamorò di una bellissima ragazza che “era una Salvaria, ossia una donna del bosco, costretta a vivere nelle grotte, tra le rocce, perché gli uomini le avevano cacciate dalle loro terre”. La salvaria accetta di sposarla a condizione che il taglialegna non usi mai il suo nome. Un giorno, però, l’uomo viene a sapere da un’altra salvaria il nome della moglie e, impaziente, la chiama. Non vedrà più la donna del bosco (Bertino 1972, pp.366-367; vedi anche Garobbio 1975, p.173).
Una storia uguale si racconta per un’anguana sposata da un uomo (Canestrini 1988).
In altre storie, il gesto “proibito” può essere diverso.
Due contadini della Val Ridanna che avevano sposato due donne selvatiche dovevano invece ricordare di non nominare mai il sole. Naturalmente capitò l’occasione in cui se ne dimenticarono e le consorti abbandonarono loro ed i figli rifugiandosi sulle montagne (Garobbio 1973, pp.147-148).
Un montanaro di Pezzei sopra Colfosco non doveva toccare né sfiorare con il dorso della mano il volto della ganna che aveva sposato. Un giorno, avendo le mani occupate, la ganna chiese al marito di allontanarle dal viso un moscerino che la infastidiva. Lui la accontentò, ma inavvertitamente toccò la faccia della moglie con il dorso della mano. Lei lanciò un urlo disperato e, dopo aver guardato desolata il marito ed i figli, scomparve (Garobbio 1973, p.147).
Per un giovane di Calalzo, la condizione era che non chiamasse mai l’anguana che aveva sposato “pie’ di capra”. Il marito lo fece e l’anguana sparì (anche se forse in questo caso sarebbe a ragione sparita anche una donna “normale”) (Garobbio 1977, p.73).
Le leggende sull’uomo selvatico sono dunque molto diffuse anche se, come ha fatto Rossana Sacchi per la Valtellina, si può chiedersi “se si tratti di narrazioni effettivamente diffuse in loco o se siano soltanto una generica ripresa di folklore alpino mutuato da altre zone” (Sacchi 1995, p.479).
Il numero di queste storie ha portato Umberto Cordier ad ipotizzare che potessero essere basate su un essere reale: “La mole delle leggende è così notevole da far pensare alla reale esistenza di qualche ominide selvaggio in tempi remoti: l’intensa urbanizzazione d’Europa, più precoce che in altri luoghi del mondo, dovette ridurre progressivamente lo spazio vitale di questi esseri fino a causarne l’estinzione” (Cordier 1986, p.188).
Pur apprezzando molto gli studi di Cordier e la cortesia dell’autore, sempre disponibile a condividere le informazioni di cui ha conoscenza, non credo però che si possa legare la figura fiabesca dell’uomo selvatico della leggenda ad un essere reale.

Giorgio Castiglioni

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