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Gli dei di Settembre: Pomona e l’enigma trasparente

“Pomona è un’ antichissima dea italica dei frutti, venerata con un proprio flamine (flamen Pomonalis) e un luogo speciale di culto, il Pomonal, sulla Via Ostiense dei Latini. Secondo la leggenda, fu moglie del re Pico, che per lei respinse Circe e perciò fu trasformato in picchio. Ovidio la fa moglie di Vertumno. (..) Vetumno o Pico era un Antico dio italico, cui si ricorreva per responsi; ebbe culto fra gli Umbri, gli Equi e i Picenti. Figlio di Saturno, o di Sterces, padre di Fauno e avo di Latino, re degli Aborigeni nel Lazio e fondatore della città dei Laurenti; sua moglie fu ritenuta Pomona o Canente, una ninfa figlia di Giano, oppure Circe; e si disse che da questa, innamoratasi di lui ma respinta, Pico fosse stato trasformato in picchio, l’uccello sacro a Marte e profetico” 1.

Questa dea dei frutti ci viene descritta dai Latini contemporanei di Ovidio come una divinità agreste e antichissima, come tra l’altro gli altri dei italici arcaici, fra cui spicca Pico o Vetumno. Ma perchè dedicare un articolo proprio su Pomona, divinità minore di cui si sa poco? Prima di tutto appunto perchè se ne sa poco, per questo ho avuto la curiosità di sondare il perchè di questa scarsità di fonti e citazioni su Pomona. Secondariamente Pomona è una Divinità agreste, e questo mi affascina in quanto richiama i fitti boschi che dovevano ricoprire un tempo la penisola italica e la vita quasi senza regole delle antiche popolazioni, dominate dai riti e dalla raccolta dei frutti della terra. Ma frutti o non frutti, fichi, cachi o melagrana, l’ultima nascita di Settembre, semina o raccolto che differenza fa? Cos’ha di speciale Pomona, una dea luminosa e trasparente, che offre i suoi frutti a Settembre, staccandoli dagli alberi? Secondo i Latini contemporanei di Ovidio si trattava di una divinità minore che elargiva frutti maturi. Settembre è il suo mese perchè i pomi maturano per l’appunto a settembre. Punto. Fine della storia. Tautologico. Che c’è da sapere ancora? Pomona è davvero un enigma trasparente, una ragazza dalle guance rubiconde e dallo sguardo limpido, che ha cura dei frutti fino alla maturazione perchè giungano nei mercati, nelle case e nelle cucine? Io credo invece che Pomona sia importante per due o tre ragioni. La prima, più evidente, è la sua caratteristica di divinità agreste che dona i suoi frutti, da lei maturati e portati a compimento. Li elargisce, vite e olivo compresi, virtualmente a tutti: non occorre darsi pena e adoperarsi perchè ciò avvenga. Questa gratuità sontuosa e succulenta, così come i frutti che si gonfiano e maturano fin quasi al punto di cadere in mano è un idea po’ anarcoide, fuori dagli schemi agricoli e dalle loro supposte virtù, che i Romani ritenevano sacre: la gratuità è un elemento ed un concetto che stride con la mentalità dei Latini “classici” e anche con quella dei greci e in realtà con quella di quasi tutto il Neolitico. Diciamolo pure, non riflette affatto lo spirito di sacrificio dell’agricoltura, e anzi si pone in contrapposizione e in conflitto col mondo agricolo che richiama attorno a sè spighe d’oro e divinità solari legati al grano e alla sua maturazione; con gran sacrificio il mondo agricolo e arcaico si raccoglieva intorno al perimetro dei campi coltivati, e gli dei che presiedevano alla crescita e al raccolto non erano dei benevoli, forse rispecchiando la grande fatica del pane sul cui altare non mancava mai il sangue. Ecco che arriva un ombra sotto il sole splendente, l’ombra di un dio che esige sangue da spargere sulle bionde messi. Il sacrificio fisico della semina e del raccolto non bastava agli dei agricoli che chiamavano a gran voce, esigendolo, un altro sacrificio ben maggiore, che doveva chiudere sotto l’egida del sacrificio e dell’auspicio, l’anno del raccolto. Spesso i primi uomini agricoli o gli dei, loro emanazioni, pretendevano sacrifici viventi, vedi il Frazer (2). Le vittime sacrificali umane del primo neolitico venivano bruciate dentro un enorme fantoccio di vimini, spesso assieme agli animali, per poter garantire per l’anno venturo un raccolto altrettanto buono. Il culto di Pomona (se così si può chiamare) riflette, forse suo malgrado, una mentalità lontana da quella di Demetra “istituzionalizzata” e più tarda, mentre le si accosta mano a mano che si scavalcano indietro i secoli e millenni, quando invece si assiste a una fusione di tutti gli elementi.

Forse è per questo motivo che questa divinità antichissima elargisce senza sudore e duro lavoro i frutti dolcissimi: essa non prevede raccolti o semine ottenuti con fatica, e comunque proviene verosimilmente da un passato remotissimo dove non si conosceva o non si praticava ancora l’agricoltura (e comunque ancora per tutto il Neolitico in Italia l’agricoltura propriamente detta era ancora sparsa a macchia di leopardo) 4, Pomona sembra venire, con le sue fattezze rotonde esibite insolentemente al sole in pieno giorno, a richiamare forse i fianchi e i seni, da un altro tempo di cui si sono persi gli echi e le tracce. e dove il concetto stesso di sacrificio e di lavoro almeno come lo intendiamo ancora noi, così come l’idea di violare e profanare la terra era considerata una follia estranea .Decaduta e staccatasi forse da una grande dea del ciclo madre-figlia, nel mito di Ovidio è la tipica magnifica preda dei maschi indoeuropei quando calarono dalle steppe e cancellarono i culti della dea. Separarono la madre dalla figlia e la figlia divenne una vergine facile da predare come Dioniso fece con Aura ed altre vergini agresti. Nelle metamorfosi di Ovidio Pomona è semplicemente una ragazza molto avvenente che si deve mettere in testa di optare per il matrimonio se no rischia di venire brutalizzata dai suoi “pretendenti”. Ancor più la si minaccia di diventare di pietra, come fece Venere con la malvagia Anàssarete, che aveva spinto il giovane Ifi al suicidio. Pomona era anche la divinità dell’olivo e della vite, ma questi due attributi non vengono sfruttati abbastanza, sembrano marginali, forse decaduti e oramai vestigiali. Le dee che presiedevano all’uva e alle vendemmie invece erano anticamente più grandi e più potenti. “Un altro attributo era quello dell’uva e del vino, proprio della Dea della Vite venerata dai Sumeri, dai popoli dell’Asia minore, e soprattutto a Creta, dove divenne una personificazione classica della Grande Madre collegata al toro. Il ciclo della vendemmia era infatti ulteriore simbolo di quello vita-morte-rinascita (5), e Pomona era dea di Settembre. Viene in mente il mito dell’eden, riflesso forse di un’età arcaica quando gli dei agricoli erano ancora dei agresti e dei della vegetazione a tutti gli effetti, numi dei boschi e dei fiumi come i popoli oscuri che lì vivevano, che dovettero essere i primissimi abitanti dell’Italia che a quel tempo era ricoperta in gran parte da boschi che lambivano anche le zone costiere. Queste genti vivevano forse alla maniera dei cacciatori raccoglitori ed era quindi probabilmente nomade o seminomade. Di quest’epoca in cui non ci sono delle testimonianze scritte (forse per questo che di Pomona sappiamo così poco? Perchè appartiene a quel passato?). Le scoperte archeologiche recenti ci parlano di gruppi di persone che vivevano lungo le rive del mare e dei fiumi pescando pesci, mangiando i frutti di mare attaccati alle rocce. Di loro ci sono arrivate delle divinità enigmatiche scolpite nella pietra, divinitá animali spesso Dei-pesci che governavano l’esistente e cumuli impressionanti di conchiglie, sotto i cui spessori venivano a volte sepolti. E’ una dea che si è materializzata ben prima della parola scritta e il cui fantasma, spogliato dei suoi significati e tratti originari, giunge fino all’età classica senza i suoi fremiti e le sue bramosie da signora dei frutti, senza i suoi lati ombra da dea della vegetazione. Una volta giunta alla soglia della parola scritta quindi, di lei si era smarrito il ricordo e la motivazione nascosta del dono dei frutti. Questa dea o ninfa una volta arrivata fino a Ovidio aveva ormai ben poco da incarnare, ci appare un po’ esangue nelle avare descrizioni dei secoli che seguirono la sua caduta. Pochissime informazioni, ma preziose per chi sa vedere. Sappiamo infatti che è generosa ma stranamente timida e ritrosa: perchè non la si conosce, si sa poco di lei o forse la ritrosia era legata a qualche aspetto arcaico che ci sfugge? E questa sua timidezza un aspetto del suo carattere che ne celava altri? Sappiamo che è agreste ma che ci arriva depurata e ulteriormente filtrata ai tempi di Ovidio: infatti secondo l’autore Pomona, munita di un piccolo falcetto, si occupa di giardini, frutteti ed innesti, ma il suo compagno Vertumno, equalmente antico, apparteneva ai boschi e non ai campi coltivati. Tutti questi indizi e la sua vetustà (probabilmente una divinità latina dei primordi, degli aborigeni dell’antico Lazio e dei primi popoli italici), mal si adattano alla sua configurazione molto più tarda e all’ “occupazione” di dea o ninfa dei giardini. Dietro gli Dei e le Dee della vegetazione si celano divinità molto più antiche, che arrivano a toccare i bordi del neolitico e sembrano coincidere, mano a mano che si procede all’indietro nel tempo e nelle datazioni, nel delta del culto della Grande madre, che affonda le sue radici nell’epoca Paleolitica. Possiamo fare solo supposizioni e basarci su vaghi indizi archeologici e storici perchè non c’è niente di oggettivamente sicuro, ma errare, nel senso di muoversi liberamente tra i pensieri proprio quando non se ne sa molto, come nel mio caso, è una bella e corroborante occupazione che a volte germoglia in qualcosa di nuovo. Per il momento possiamo solo osservare quali divinità vengono “scalzate” e da chi, procedendo per “sostituzioni”. Infatti vediamo che le divinità della vegetazione rivestivano dei ruoli molto più importanti e pregnanti nell’antichità pre-romana. A poco a poco da queste divinità principali o maggiori si sono staccate parti o qualità minori che andarono progressivamente a incarnare le divinità delle vegetazioni, divinità spurie e minoritarie, spogliate dei loro ruoli e attributi divini. Mano a mano che la civiltà cambiava ed assumeva caratteristiche più “civilizzate” e cittadine, gli antichi dei vengono buttati in un loro apposito ripostiglio e dimenticati, facendoli risorgere a volte come dei mani protettori della casa o come divinità agresti e minute, fauni o ninfe, piccoli numi del sottobosco, anch’essi soggetti ai capricci dei grandi dei.

Pomona dalle guance rubiconde che vive appartata nel suo giardino giovane donna dalle forme desiderabili, avvicendata in occupazioni “minori”, dato che i pomi maturano da soli, trincerata nel suo giardino, è certamente una vergine, forse staccatasi da qualche antico culto di madre-figlia del ciclo della vegetazione, del tutto depotenziata e separata dal ciclo vita e morte (vedi il mito di Demetra e Persefone).

Una moltitudine di geni della vegetazione e della crescenza, di struttura e di origine ctonia, sono assimilati fino a diventare irriconoscibili, al gruppo amorfo dei morti. 3.

Nella Grecia arcaica i morti, come i cereali, erano messi in vasi di terracotta. Alle divinità del mondo sotterraneo si offrivano ceri, come alle divinità della fertilità. Feronia è chiamata “dea agrorum, sive inferorum”. (Della vegetazione e degli Inferi). Durga, grande dea della fecondità, che raggruppa un numero notevole di culti locali, e specialmente di culti della vegetazione, diventa anche la deità padrona degli spiriti dei morti”. 3

Pomona, questa giovane dea settembrina porta su di sè dei segni enigmatici più o meno visibili di un passato arcaico e le cui ampie ripercussioni antropologiche prescindono dal mito che la vede compagna di Vetumno ma che stranamente a un tempo anche la comprendono in questo mito, proprio in virtù di essere la compagna di una divinità agreste: anch’essa divinità agreste dunque e non solamente ninfa dei giardini. Per rendere più avvicinabile l’inavvicinabile dea, Ovidio narra che Vetumno si dovette travestire da vecchia. I miti straripano di dei o mortali che ricorrono a un artificio o a un sotterfugio per poter sedurre. Che cosa ci dice per esempio un altro dei segni caratteristici di Pomona, l’inavvicinabilità, che non coincide necessariamente con la giá menzionata timidezza? L’inavvicinabilità sembra una caratteristica e dote in sè in quanto promana da un personaggio che la usa a mo’ di scudo, tra l’altro in maniera efficace. sembra una caratteristica duratura e non estemporanea. Quindi timidezza e inavvicinabilità potrebbero anche essere due categorie distinte ed essere aspetti vestigiali della divinità più antica. Come dea della vegetazione e non dei giardini quindi possiede una caratteristica che dura e che potrebbe essere un tratto caratteriale. Perchè, viene da chiedersi, questa dea che pure mostra i frutti (letteralmente) del suo trionfo così esposti, e a “portata” di braccia e mani è al contempo così pudica da nascondersi nei boschetti sacri o fra le fronde? Forse questo ed altri aspetti conservano il suo più antico carattere di ninfa, creatura questa sì sfuggente e non tanto facile da conquistare. Un altro aspetto interessante è la cornucopia, che ancora rimanda alla gratuità del dono e fa pensare a un’antica dea femminile. Infatti il corno associato al femminile è un’associazione antichissima, presente fin dal paleolitico. La cornucopia però non mostra un continuità così lampante con il corno anche perché il periodo che separa il corno dalla cornucopia è talmente lungo che si possono fare solo delle supposizioni.

(continua)

  1. Enciclopedia Treccani.
  2. Frazer, Il Ramo d’Oro
  3. dal sito https://axismundi.blog/ https://axismundi.blog/2020/11/03/mircea-eliade-i-morti-e-i-semi-mistica-agraria-e-soteriologia/
  4. Christian Stocchi, Dizionario della favola antica
  5.  Christian Stocchi, Dizionario della favola antica, alla voce «Vite», Bureau, 2012

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