Preistoria, Storia Antica

Il matriarcato è davvero esistito.

Di Franco Capone

“Venere” recuperata dal sito di Kata Hoyouk, Anatolia, KatalHoyouk Research Project

La prima scultura di forma umana che si conosca fu realizzata 35 mila anni fa. È un pendaglio di avorio di mammut, lungo appena 6 centimetri, ritrovato nella grotta di Hohle Fels, in Germania. La statuina scoperta nel 2008 rappresenta una donna “imponente”, con seni spropositati, natiche grandi e sporgenti e una vulva accentuata. Era con tutta probabilità una divinità femminile, da portare al collo.

La Venere di Hohle Fels, scoperta nel 2008 nell’omonima caverna in Germania – Età stimata, 35.000 – 40.000 anni fa

QUANDO DIO ERA FEMMINA

Se a quei tempi la divinità principale era femmina, il ruolo delle donne doveva essere importante, non inferiore a quello dei maschi. Anzi, per tutto il Paleolitico, specialmente 25 mila o 20 mila anni fa, le cosiddette Veneri, statuine ritrovate in Europa e Asia, hanno rimarcato il concetto del “dio femmina”.
Non solo: statue e statuette di donne abbondanti e gravide, simboli di rigenerazione e nutrimento, erano diffuse in tutto il Neolitico, il periodo in cui si imparò a coltivare le piante e ad allevare gli animali. A Çatal Hüyüc, in Turchia, erano per esempio oggetto di culto in uno dei primi grandi villaggi agricoli. E divinità femminili obese, che rappresentavano una dea madre, sono state trovate fra i megaliti di Malta, dove una civiltà realizzò templi utilizzando grandi blocchi di pietra, nel IV millennio a. C. , 1500 anni prima che in Egitto si costruisse la piramide a gradoni di Saqqara.
A Malta venivano immagazzinate scorte alimentari in granai pubblici, inglobati nei templi, dove si svolgevano cerimonie per distribuire cibo in nome della dea. Il surplus alimentare consentiva il mantenimento di addetti alle opere pubbliche e di un corpo sacerdotale, costituito probabilmente da donne. Sacerdotesse che, come la dea madre, non dovevano avere corpi da “veline”, ma extralarge.

Katalhoyuk, Anatolia, turchia, circa 8000 anni fa

INSEDIAMENTI PACIFICI

Gli insediamenti megalitici non avevano fortificazioni, segno che la guerra era pressoché sconosciuta. E non si ritrovano solo a Malta, ma anche nelle attuali Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia e in località dell’Europa centro-orientale.
L’antropologa Marija Gimbutas (1921-1994), in decine di campagne di scavo, raccolse segni a spirale, simboli femminili, e sculture di divinità femminili della fertilità. E anche statuine di “donne-civetta”, trovate in sepolture che non indicavano differenze sociali fra i defunti. Arrivando a una conclusione: nella vecchia Europa, e non solo, era esistita una grande civiltà precedente ai Sumeri e ai Greci. Una civiltà delle donne. Egualitaria, pacifica, che credeva in una dea madre.

UNA STORIA AL FEMMINILE

Già lo storico Johann Jacob Bachofen (1815-1887) aveva lanciato l’idea di un passato matriarcale dell’umanità. Sosteneva che alcuni miti greci, da quello delle Amazzoni alla storia di Medusa (vedi foto sotto), non erano il frutto di problemi psicologici con l’altro sesso, ma il ricordo di conflitti sociali veri, che poi portarono al patriarcato, cioè al dominio del maschio sulla femmina. Insomma, Perseo che uccide Medusa elimina una antica matriarca, dipinta poi come mostro nel racconto mitico. Bachofen riteneva che la società patriarcale avesse vinto quando gli uomini si impossessarono del potere religioso riservato alle donne. Medusa era l’unica mortale delle tre mostruose sorelle dette Gorgoni. Ma inizialmente Medusa (in greco, “colei che domina”), era una donna bellissima. Poseidone si innamorò di lei e la sedusse, ma Atena la punì trasformandola in un mostro con serpenti al posto dei capelli. E un viso che impietriva chi lo guardava. Aizzato dal re di Serifo, Polidette, il giovane eroe Perseo promise di portare al re la testa di Medusa. Atena ed Ermes lo equipaggiarono con uno scudo lucente come uno specchio e un falcetto. Usando lo scudo per evitare di guardarla direttamente, Perseo tagliò la testa alla Gorgone. Nella visione dello storico Johann J. Bachofen, mostruosi esseri femminili come la Medusa (“colei che domina”) o la Sfinge non rappresentavano la paura per il sesso femminile: i Greci, più pragmaticamente, rivivevano con tali miti antiche vittorie sulle grandi matriarche.

ETÀ DELL’ORO

La studiosa italiana Momolina Marconi (1912-2006) confermò l’ipotesi del matriarcato con l’idea che dalla Puglia alla Sardegna, alle coste africane e dell’Anatolia, fosse esistita una civiltà matriarcale, quella dei Pelasgi (1), che credeva in una Grande madre mediterranea. Un’età dell’oro, di bilanciamento fra i sessi. Ma questa fase matriarcale è stata spesso considerata un’utopia femminista, nonostante fosse stata ipotizzata anche dal filosofo ed economista Friedrich Engels (1820-1895) che ne spiegò la fine con la nascita della proprietà privata.


Dea Madre, dal sito di Catal Huyuk, Aanatolia VI – VI millennio a.c.

LE SOCIETÀ MATRIARCALI OGGI

Le cose negli ultimi anni sembrano essersi chiarite. Nel 2005 a San Marcos, in Texas (Usa), archeologi e antropologi da tutto il mondo si sono riuniti in un convegno di “studi matriarcali”, confrontando dati archeologici e osservazioni su alcune popolazioni attuali. Risultato: la civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne. E decine di etnie risultano essere ancora oggi matriarcali. Per esempio, i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna “isolati” al largo di Panamá o i Trobriandesi della Melanesia.
Fondamentale è uno studio sui Minangkabau di Sumatra, circa 4 milioni di persone. L’antropologa Peggy Reeves Sanday, dell’Università della Pennsylvania (Usa), ha trovato che i loro valori sono incentrati sulla cura, sui bisogni della comunità invece che sui principi patriarcali di “giustizia divina”, sacrifici e rigide prescrizioni sessuali dettate dall’alto. I valori di cura, i cerimoniali in onore dei cicli della natura e dono discendono da antenate mitiche divinizzate.
Il matriarcato, fra i Minangkabau come negli altri gruppi studiati, non è il semplice ribaltamento del patriarcato, cioè la dominazione opposta di un sesso sull’altro, ma una cultura di bilanciamento dei ruoli. Le spose restano a vivere nel villaggio della madre dove l’organizzazione e la cura dei figli si avvale degli uomini, ma questi sono in genere fratelli della sposa, zii e nonni.


MARITI PART-TIME. 

I mariti abitano invece nel villaggio materno, dove si occupano dei loro nipoti e dei campi. Sono infatti “visitatori serali” della sposa e il mattino presto tornano nel villaggio materno. Il risultato di questa relazione part-time è che i bambini vengono accuditi dalla madre e dai parenti materni, e quasi mai è chiaro chi sia il padre naturale. Quella che conta è la paternità sociale, collettiva. Inoltre, il matrimonio di un elemento del clan A con uno del clan B non è isolato, ma è parte di una serie di unioni. Così come fra il clan B e il C. Alla fine i clan sono composti quasi soltanto da parenti. Così ogni persona ha una parte dei suoi geni nei conoscenti dei clan e tutto l’interesse ad aiutarli. L’antropologa Heide Göttner- Abendroth, dell’Accademia internazionale Hagia di Winzer (Germania), fondatrice dei moderni studi sul matriarcato, ne ha descritto le caratteristiche principali, presenti e passate. «Viene praticata in genere l’orticoltura o una agricoltura di autosostentamento» spiega. «Si vive nel villaggio materno prendendo il nome della madre e se ne ereditano i beni. Ci sono matrimoni di gruppo fra clan e relazioni coniugali basate sulla “visita”, con conseguente libertà sessuale dei partner».

I DONI BATTONO LE VENDITE. 

La proprietà privata è ridotta al minimo: terreni e animali appartengono al clan. Al posto dello scambio è presente l’economia del dono. «Nello scambio si guarda al valore della merce e si soddisfa un bisogno personale» spiega l’antropologa. «Nel dono, invece, non si fanno valutazioni merceologiche, si soddisfa il bisogno dell’altro». Lo scambio interrompe la relazione (chi ha dato ha dato, chi ha avuto…). Il dono no, va ricambiato prima o poi, e la relazione continua. Nelle società matriarcali capita che il valore dei doni sia più alto o più basso, secondo la volontà e la possibilità delle persone. Ma ciò che si perde materialmente lo si guadagna in considerazione sociale, e al momento del bisogno i conti tornano sempre. Questa disparità nei doni, per esempio di un clan che ha avuto un raccolto favorevole e può donare di più, serve anche come riequilibrio sociale: la ricchezza viene distribuita meglio.

DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA.

«I clan matriarcali» spiega ancora Göttner-Abendroth «funzionano su base assembleare, alla continua ricerca del consenso: una famiglia manda il suo rappresentante, donna o uomo, all’assemblea del clan. Se non c’è accordo si torna a consultare coloro che hanno dato la delega. Lo stesso succede quando i delegati del clan vanno a un’assemblea di villaggio, oppure quelli del villaggio a una regionale: se non c’è accordo si torna a parlare con chi si rappresenta.L’idea sbagliata che il matriarcato non sia mai esistito era dovuta alla presenza di maschi nelle assemblee: alcuni antropologi li scambiarono per capi, ma erano solo delegati».Altre caratteristiche dei matriarcati sono la fede in divinità femminili e una particolare credenza sulla morte. Nella visione matriarcale, dopo la morte si rinasce all’interno del proprio clan: il bambino non se lo ricorda, ma una volta era uno zio o una nonna. Questa idea deriva dall’osservazione dei cicli vegetali, che risale all’inizio dell’agricoltura. Le piante muoiono in autunno, ma i loro semi riposano d’inverno fino a primavera, quando germogliano e rinascono uguali a quelle precedenti.Per questo nell’ipogeo funebre di Hal Saflieni (vedi sotto), a Malta, 5 mila anni fa le persone venivano seppellite in posizione fetale, in attesa che rinascessero nel clan. I cicli stagionali, le stelle che scompaiono per ritornare la sera dopo, il Sole che “muore” e sempre poi “rinasce”, lo stesso ciclo mestruale femminile, erano i riferimenti naturali del matriarcato, che portarono all’idea di una Grande madre che rassicurava tutti, femmine e maschi.

Katalhoyouk, ricostruzione di un’antica abitazione

Perché allora le cose cambiarono? Secondo la ricostruzione di Gimbutas, confermata dagli studi genetici e linguistici, in tre ondate successive dal 4500 a. C. al 3000 a. C. popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga, che avevano addomesticato il cavallo e disponevano di armi di bronzo, dilagarono nella vecchia Europa, ma anche nel Vicino Oriente, spingendosi poi sulle rive dell’Indo. Parlavano una lingua proto-indoeuropea e avevano divinità celesti, maschili e guerriere.La religione e i costumi dei popoli conquistati cambiarono, nella direzione del patriarcato. «Fu un processo lento che, sebbene giunto dall’esterno, trovò l’appoggio di diversi maschi delle popolazioni matriarcali» spiega l’antropologa Luciana Percovich, autrice del libro Oscure madri splendenti (Venexia). «Si iniziò a pretendere che le mogli si trasferissero nel villaggio dei mariti.Che i beni familiari e del clan si trasmettessero per linea maschile».
Una svolta dovuta al fatto che la guerra era diventata una forma di economia e la forza maschile era molto più importante di un tempo. Per fare in modo che le terre possedute e conquistate restassero ai propri discendenti, i maschi pretesero la sicurezza della paternità e per questo iniziarono a segregare le donne. Le sacerdotesse vennero subordinate ai sacerdoti.

particolare di un arciere Assiro di Assurbanipal (668 – 627)
Persepoli, Iran

MASCHI SOVVERSIVI. 

«Susa, la grande città santa, dimora dei loro dei, sede dei loro misteri, fu da me conquistata.

Entrai nei suoi palazzi, aprii i loro tesori, dove erano stati ammassati argento e oro, beni e ricchezze …

distrussi la ziggurat di Susa. Ruppi le sue lucenti corna di rame.

Rasi al suolo i templi di Elam e sparsi al vento i loro dei e dee.

Devastai ed esposi al sole le tombe dei loro re antichi e recenti

e portai via le loro ossa verso la terra di Assur.

Ho devastato le province di Elam e sulle loro terre ho sparso il sale.»

Il Re Assiro Assurbanipal, sulla distruzione della città di Susa

Il Codice di Hammurabi, 3 millennio a.c.

La stele di Hammurabi, inciso in alfabeto cuneiforme e risalente al periodo del suo regno, 1792 al 1750 a.C.
  1. Se una taverniera tenutaria di una taverna non accetta frumento secondo il peso lordo in
    pagamento di bevande, ma prende denaro, ed il prezzo della bevanda è meno di quello del frumento,
    sia condannata e gettata nell’acqua.
  2. Qualora cospiratori s’incontrino nella casa di una taverniera tenutaria di taverna, e questi
    cospiratori non sono catturati e consegnati alla corte, la taverniera tenutaria di taverna sia messa a
    morte.
  3. Qualora una “sorella di un dio” apra una taverna, o entri in una taverna per bere, questa donna sia
    arsa viva.
  4. Se il “dito è puntato” contro una moglie di un altro uomo, ma non è colta a dormire con l’altro
    uomo, ella salterà nel fiume per suo marito.
Sargon II (721 – 705 a.c. ) assieme a uno dei suoi dignitari

Fra i Sumeri, il popolo che in Mesopotamia ha dato vita alle prime città-Stato, allo sviluppo dell’irrigazione, dell’agricoltura e alla scrittura cuneiforme, si ebbe un periodo di transizione fra matriarcato e patriarcato. Questa transizione risultava ben chiara durante l’investitura del re. «Egli doveva accoppiarsi con una grande sacerdotessa che rappresentava la dea Inanna, versione locale della dea madre» spiega Percovich. «I re venivano eletti e restavano in carica solo un anno. Ma poi questi prorogarono i loro mandati, si portarono alla pari con il potere religioso femminile e, successivamente, presero il sopravvento designando sacerdoti maschi. Il potere da allora divenne dinastico». Le frequenti guerre rafforzarono il ruolo centrale dei maschi che diedero ulteriore slancio alle risoluzioni violente dei conflitti, opzioni molto meno popolari nelle società matriarcali.

I miti dei Sumeri riflettono il passato matriarcale e la transizione al patriarcato nel ciclo mitico della dea Inanna (analoga alla babilonese Ishtar e alla fenicia Astarte), evoluzione locale della dea madre. Il mito racconta che la dea Inanna si impossessò dei “me” della conoscenza (i me nella mitologia sumera sono i fondamenti, le leggi e le pratiche alla base della civiltà) per donarli agli uomini. E come altra prova di virtù e coraggio discese negli inferi. Ma sua sorella Ereshkigal, che lì sotto regnava, invidiosa, la bloccò e lasciò uscire solo a patto di trovare qualcuno che la sostituisse fra i morti. Toccò a Dumuzi, lo sposo di Inanna. Ma la sorella di Dumuzi, per aiutarlo, si offrì di dargli il cambio: 6 mesi sarebbe rimasta negli inferi lei e sei mesi il fratello. Così Dumuzi poteva ricomparire vivo in primavera, per poi tornare fra i morti in autunno. Nella realtà, i primi re sumeri governavano a tempo determinato e dovevano accoppiarsi con una sacerdotessa che rappresentava Inanna.

Caccia al leone di Assurbanipal (realizzato tra il 645 e il 635 a.C. )
dettaglio


L’IMBROGLIO BIOLOGICO

La Grande madre ebbe una variante anche in Egitto, con la dea del cielo Nut, ma poi i faraoni si dichiararono i rappresentanti in terra di divinità maschili, come Ra, il dio Sole. In Grecia, Zeus mandò nell’oblio la dea madre attuando una completa, innaturale e illogica inversione dei ruoli: partorì lui la figlia Atena, dalla testa.

1 marzo 2017 Franco Capone

(1) In generale, con Pelasgi si intendevano più ampiamente tutti gli abitanti indigeni della regione del Mar Egeo e le loro culture, “un termine completo per qualsiasi popolo antico, primitivo e presumibilmente indigeno del mondo greco”. Da Wikipedia.

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