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L’alfabeto è corpo

Spesso ho pensato, durante le mie divagazioni selvagge, che le parole e le lettere dell’alfabeto abbiano conservato tracce dell’animale o dall’oggetto dal quale erano state tratte, suscitando ancora ciò che in un passato remoto, doveva aver destato immagini e turbamenti.

)Ora che queste parti o integrità viventi sono state appiattite e ridotte a nomi, vocali e consonanti, ci riesce difficile immaginare come il linguaggio potesse comunicare o addirittura realizzare, al momento dell’articolazione delle parole, una pletora di immagini, di stati psicologici ed elementi mitici. )

Quest’idea mi è venuta pensando al linguaggio infantile e le immagini che si sprigionano in bocca al pronunciare di una parola. La pronuncia, l’articolazione esatta, diventa qualcosa da masticare ma anche apparizione. Esiste forse una continuità filogenetica tra ciò che si raccoglie in bocca e quello che si raccoglie nella mente e perchè? Che mistero sprigiona la pronuncia di una parola? Esiste una continuità fisica, dal momento che bocca e cervello sono contigui e che la gola e le cavità nasali non sono che gallerie di ossa, mucose e cartilagini che portano all’ingresso della corteccia prefrontale e al bulbo olfattorio, capace di suscitare immagini e ricordi quando sentiamo un profumo o un odore?

Lago di Nemi, 1831

La linea di continuità tra natura e dio dovettero essere le parole che ne garantirono la sopravvivenza attraverso il ponte del linguaggio, che ne custodì il fantasma tramite l’evocazione.

Sondando gli abissi delle parole e i suoi perimetri, accarezzandole con la bocca e in bocca custodendole per poi articolarle, si materializzava il loro nucleo pulsante, la parte ancora vivente del nome. Forse così ebbero origine in epoca più tarda, le pratiche magiche. Immagino la ridondanza di cui parlava Foucault, che doveva conservare ogni parola, spalancandone una scia di altre in uno scintillio continuo e mutevole, come un braccio di mare le cui onde sono illuminate dai raggi del sole; la capacità cangiante e creatrice delle parole nelle quali giacevano compressi significati diversi, discordanti e distanti tra loro per la nostra logica. (Come sul mare lo scintillio toccava onde distanti così furono un tempo le parole, che seppero farsi custodi dello scintillio che ciascuna parola sprigionava).

Questa inclinazione cominciò ad affievolirsi al crollo di ogni episteme, di “sistema filosofico”, che, secolo dopo secolo, con la sua logica via via più stringente, accerchiò e polverizzò la magia delle parole, (la sua luminescenza).

Chiedersi che cosa sia rimasto di quello strascico nelle nostre lingue e nelle nostre coscienze non è ozioso, dal momento che rivelavano, come in un cartina di tornasole, un livello di continuità arcaico dove bocca, orecchio mente e cervello erano indissolubilmente legati, e dove ciò che veniva evocato era sacro, vivente e “reale” .

{Pensando alla ridondanza che ogni lettera doveva possedere in origine, immagino gli echi che tali raffigurazioni, prima dell’appiattimento dell’alfabeto a puri segni inerti, dovevano suscitare;} quella pienezza in bocca al pronunciarle, come in un’infanzia stupefatta e sazia di se stessa.

Questo banchetto continuo dovette continuare per secoli se non per millenni. (La produzione di immagini e significati sprigionati dalla bocca produceva forse uno scintillio continuo e cangiante di rimandi, allusioni e rappresentazioni.) Questo il miracolo che dovette scaturire dai nomi: l’evocazione di animali e di totem, di miti e di segni che oltre a suscitare immagini, le vestiva di sacro, evocava il numen alla pronuncia esatta della parola.

Cernunnos

Credo che millenni orsono il linguaggio e le parole conservassero il pieno della loro luminescenza e che lentamente animali, alberi ed altri oggetti andarono a comporre le lettere che da una pagina di segni numinosi divenne poco a poco sterile alfabeto.

,{Dell’esiguo repertorio dei ricordi da bambina ricordo di un tempo in cui le parole erano cose e parlare di una ciliegia significava averla sulla lingua, e la lingua parlata con le sue parole di diverso peso si masticavano come cibo, ed ogni parola aveva un odore, una consistenza e un colore. Per anni ho identificato il mio io più intimo con l’orecchio sinistro, una parte di guancia, la narice sinistra e un ciuffo di capelli. quando chiamavano il mio nome era l’orecchio sinistro a riconoscermi ed estendere la verità del mio nome dall’orecchio alla guancia.}

Forse il potere del nome e delle parole non è scomparso ma semplicemente decaduto e si nasconde in un invisibile ordito che lega le parole alle (immagini) sue rappresentazioni . Deboli tracce vestigiali sono ancora impresse in un cervello giovane che poi si dimentichi quest’ombra confortante e carezzevole dinnanzi al precipizio del mondo concreto, letterale. La parola non getta più dietro una sua ombra, quella del nome, (non ha traccia nè un significato-ombra che lo colori e che lo plasmi a seconda del significato). La parola è stata rasa al suo, razionalizzata, in un certo senso “perduta”. Tuttavia siamo ancora legati alle funzioni inferiori del cervello, quelle che vennero ben prima di qualsiasi alfabeto e linguaggio. Un commento od un osservazione possono farci arrossire, aumentare il battito cardiaco, provocando così una risposta limbica. 1  
La rabbia e la furia sono ancora vive in noi e aspettano di essere liberate, nascoste alla base del cranio (cervello protorettile) o nell’amigdala2. Le parole hanno ancora potere, in un intreccio di fili elettrici che dal cervello “evoluto”, la corteccia superiore, attraversano vene, arterie e nervi per esplodere nella bocca e nelle orecchie del parlante e dell’udente. (Di norma però si saldano ogni giorno di più, nella vita adulta, verso il concreto ed il simbolico, l’astrazione pura che cancella ogni molteplicità ed ogni magia).

Potrebbe anche essere che le parole abbiano perso le capacità vestigiali, sacre, a cui dava forse importanza il sacerdote primordiale ( da qui le leggende e le credenze sulle formule magiche).E’ il logos spermatikos dei Greci Antichi (λόγος σπερματικός, poi ripreso da Hillman in senso mitologico-psicologico) il liquido caldo di spume che unisce il fisico con lo spirito. Il logos nella sua acezzione più pura, ovvero la parola, è in grado di generare, formare, materializzare: possiede dunque una potenza enorme, pari a quella di un dio. 
Un dio di carne dalla cui simbiosi ci si separa una volta che coscienza e linguaggio trasformano il dio da carne in pietra. Forse l’alfabeto possedeva una forte valenza animale ed il confronto continuo con l’animale può aver giocato un ruolo nel cammino che ha impiegato la lingua nel procedere da simbolo animal a linguaggio scritto.

L’animale non era solamente carne e basta come per noi, ma è stato un compagno sacro, anche un dio, fondamentale per la nostra evoluzione. Al cacciarlo nelle umide, calde radure post-glaciali, gli si chiedeva perdono. Una prima rozza forma di empatia o piuttosto una paranoia primitiva che annunciava che chi da’ morte dovrà riceverne?

I due concetti non sono affatto antiteci: a livello filogenetico dal negativo della paura è scaturita l’empatia, sempre sacra, cerimoniosa, nei confronti dell’animale. Nel mondo contadino più recente, in Sardegna, solo fino a qualche decade fa, alle orecchie delle pecore si sussurravano parole per calmarle e farle dormire. Queste formule sono poi passate di generazione in generazione e che sono poi risultate derivare, dopo ricerche antropologiche, dall’antico assiro dell’epoca neolitica.

Esisteva forse un dialogo, una continuità che ci ha nutriti fino al sorgere dell’alfabeto. Il momento in cui il segno divenne Lingua è qualcosa che mi ha sempre affascinato e quasi sicuramente riflette il salto mentale che ha permesso di oltrepassare la vecchia organizzazione mentale per arrivare alla stilizzazione e ai bordi della scrittura, abbandonando i vecchi dei in collera, pietrificati, in mezzo al folto della boscaglia e rifondando un mondo di parole, di frasi compiute e non di semplici cenni.

Rex Nemoriensis

Nel mondo antico si hanno ancora testimonianze dei vecchi dei, ancor prima dei nomadi Pelasgi che si credevano i primi abitanti della Grecia. Sono millenni a torto giudicati bui, sono distese infinite di boschi da cui spuntano gli dei arcaici metà uomo metà animale. . Nella penisola Italica compare ogni tanto questo dio, o uomo dalle corna di cervo inanellate, Cernunnos: anch’egli vestigia della differenziazione, del salto quantico che l’uomo fece sull’uomo, superando sè stesso? L’animale stilizzato diventò parola e la parola alla fine schiacciò anche gli dei, riducendoli a statue, idoli, cose.

Secondo una teoria ben accreditata, i primi Celti e Indoeuropei che si distanziarono nelle loro peregrinazioni di pochi secoli, lasciarono lungo la loro strada attraverso l’Europa dei toponomi di radice simile segnalandole la presenza ed il tragitto, fino a stabilirsi nei Balcani. Poi da lì si sarebbero lanciati su imbarcazioni ed approdati in Italia. Questa nuova teoria deriva dallo studio già accennato dei toponomi; indirettamente, attribuendo nomi alle città in cui vissero, gli indoeuropei nel loro viaggio alla ricerca di una terra, formarono una mappa che forniva dati sui loro spostamenti ed insediamenti a partire dai nomi che essi attribuivano ai luoghi. La lingua era comune nella radice. Invariabilmente compariva la figura del toro e poi di altri animali, divenuti importante per chi si volle fermare, rinunciando al nomadismo. 
Siamo già all’ottavo secolo a.c., ai bordi dell’Iliade, gli dei sono diventati fumo, apparizioni intangibili, nebbie azzurrognole: gli antichi dei nella boscaglia si frantumano, un blocco dopo l’altro e si ricoprono d’edere e fogliame. Forse sono sopravvissuti anche loro, per via della loro stessa leggendaria rabbia: il lago di Nemi, con le sue terribili leggende, testimonia di periodi ben più feroci e primitivi e forse il dio da custodire fu quello abbandonato nella boscaglia il cui grido dovette risuonare nelle teste ancora “pie” dei primi romani (ed etruschi). Questo dio pre-romano, poi buttato nel ripostiglio dei vecchi dei, urlava sete di sangue e di vendetta, reclamando sempre un ricambio sanguinoso per i suoi sacri boschi: ai bordi della bocca aveva spume, era furioso. Poi nessuno reclamò più il passaggio sanguinario dal vecchio al giovane re. Anche lui, a Nemi, l’ultimo dio, si spense. L’indifferenza e la tracotanza degli umani basta a volte a spegnere un dio.

Mi piace l’idea di concludere andando a ritroso, immaginando la fine dell’era glaciale, quando tutto era ancora possibile: il cambiamento fu certamente brusco per via dell’innalzamento delle acque (Il diluvio?) e la terra, calda e ospitante ogni genere di alberi e fiori, dovette apparire un giardino incantato, un eden, forse. Con foglie di fico che pendevano apposta per chi prendesse improvvisa coscienza di sè stesso. (I fichi sono fra gli alberi più antichi, esistevano fino a 3,5 milioni di anni fa). 
Insomma, c’era anche da mangiare. Anche se i fichi sono piuttosto indigesti. Non so se fu l’indigestione o l’allucinosi da essa provocata, (secondo Jaynes l’allucinosi poteva essere scatenata dallo stress e dalla certezza che la divinità sarebbe di lì a poco apparsa) ma gli uomini del pleistocene non ancora concluso dovettero udire uno smottamento di terra ed un urlo belluino: in un sol tuono, il cielo si fece di pece, e all’ombra della paura e della tragedia di menti incapaci ancora di guardare bene loro stesse, era nata la religione e la proprietà privata. E scusate se è poco. Due rogne che ci trasciniamo almeno dal 12.000 anni.

  1. (regione mammifera del cervello).
  2. Idem

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